Bahrein: i dissidenti esclusi dalle elezioni

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03/12/2018 Giulio Chinappi 483

Nelle giornate del 24 novembre e del 1° dicembre si sono svolte le elezioni generali nel Regno del Bahrein, piccolo Stato de Golfo Persico che conta poco meno di un milione e mezzo di abitanti. L’election day in versione bahrenita prevedeva soprattutto il rinnovamento del Consiglio dei Rappresentanti (Majlis an-nuwab), la camera bassa del parlamento nazionale, composta da quaranta seggi, mentre i membri della camera alta, denominata Consiglio Consultivo (Majlis al-shura), vengono scelti direttamente dal sovrano.

I quaranta deputati sono stati eletti con un sistema a doppio turno negli altrettanti collegi elettorali che compongono il territorio dell’arcipelago bahrenita: solamente in nove collegi è stato sufficiente il primo turno.

Il processo elettorale del Bahrein è stato ampiamente criticato, in quanto è stata di fatto estromessa ogni forma di opposizione al governo della famiglia reale. Una nuova legislazione approvata nel mese di maggio ha escluso dalle elezioni tutte le persone condannate ad almeno sei mesi di carcere, in un Paese dove l’arresto degli oppositori politici è all’ordine del giorno. Inoltre non si sono potuti presentare i membri di organizzazioni politiche precedentemente disciolte perché considerate illegali, o chi in passato si è visto revocare una carica istituzionale. Tutti provvedimenti che di fatto hanno tagliato dalle liste elettorali tanto i membri dei gruppi politici d’opposizione quanto molti attivisti indipendenti.

Naturalmente, nonostante il clima altamente repressivo, il Bahrein non viene mai attaccato dai mezzi di comunicazione main stream, trattandosi di un Paese che intrattiene relazioni molto strette con gli Stati Uniti e con l’Europa occidentale. Il Regno della famiglia Al Khalifa fa parte di quella vasta schiera di Paesi mediorientali nei quali vengono violati i più basilari diritti umani, ma verso i quali si chiudono uno o due occhi in nome del dio danaro: la lista, come noto, è capeggiata dall’Arabia Saudita.

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La propaganda ufficiale, invece, interna ed internazionale, continua a definire il Bahrein come una “monarchia costituzionale”, come se nel Paese arabo vigesse la stessa forma di governo della Svezia o della Danimarca. Se, per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il caso dell’omicidio di Jamal Khashoggi sta mettendo in luce la brutalità della monarchia della dinastia Saud, per quanto riguarda il Bahrein neppure la terribile scomparsa del giornalista Karim Fakhrawi, fondatore dell’unica testata indipendente del Paese, torturato a morte nel 2011, ha ricevuto l’attenzione mediatica che meritava.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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