Parafrasando un pensiero di Rousseau, è corretto sostenere che quelli che sono ricchi valgano di più di quelli che sono poveri? È sicuramente una provocazione, eppure gettando uno sguardo sulla nostra società non parrebbe una forzatura. Chi è ricco, a prescindere dalla sua condizione di partenza e dalle modalità con cui è diventato tale, persino se in maniera illecita o immorale (le due cose non necessariamente coincidono), sarebbe uno che «ce l’ha fatta», chi è povero, di contro, sarebbe persino «colpevole». La povertà così acquisterebbe una doppia valenza negativa, si è poveri, dunque il proprio tenore di vita è quello che è, tua figlia ti chiede di comprarle un nuovo zainetto, e tu fai mille conti e salti mortali per cercare di soddisfare quelle sacre aspettative, e se non ci dovessi riuscire, ti sentirai un fallito, persino colpevole; e questo sentimento si allaccia al secondo aspetto negativo, si è poveri dunque si è colpevoli di questa povertà – e, cosa più detestabile in questa impostazione, si vorrebbe rimanere in questa situazione. Come se la povertà fosse una scelta.

Rousseau sostiene: «La ricchezza, la nobiltà o il rango, la potenza e il merito personale [sono] le principali distinzioni con le quali ci si misura nella società.» Dunque già qualche secolo fa, Rousseau è nato nel 1712 e morto nel 1778, si aveva l’impressione di questa deriva; oggi questa convinzione si è radicalizzata: chi è ricco è migliore. Questa idea condiziona profondamente il modo in cui guardiamo gli altri; la nostra stessa percezione viene così modellata in base a un’ideologia di per sé esecrabile. Immagina di entrare in una stanza e di sapere che tra le persone presenti c’è un uomo con un conto corrente milionario, diverse proprietà e aziende di successo; prima ancora che apra bocca, molti tenderanno ad attribuirgli competenza, autorevolezza, fascino e persino qualità morali. La sua ricchezza diventa un certificato di valore. Un uomo invece che ha difficoltà economiche sarà mal visto e si cercherà di non avere molti approcci con lui. Rousseau, però, ricorda: «nel merito degli uomini vi sono ragioni di preferenza più importanti della ricchezza».
Una più generale critica alla divisione tra ricchi e poveri viene esposta nel Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini (1755), dove Rousseau sostiene apertamente che le differenze di potere e di prestigio derivano soprattutto dalle convenzioni e dalle istituzioni sociali, non da una reale superiorità naturale. Il prestigio già all’epoca di Rousseau, società ormai lontana dal concetto di tesaurizzazione medievale o dall’idea della nobiltà come «esser noti» (egli è degno d’esser noto) o nobiltà di sangue (certe virtù sono ereditarie), veniva associato, con le “virtù”, alla ricchezza: «La ricchezza è l’ultima a cui esse si riducono alla fine […] e perciò di essa ci si serve agevolmente per comprare tutto il resto.»
Questo modo di considerarsi sempre in rapporto agli altri, perché la percezione della ricchezza è comunque sia un parametro soggettivo, cioè abbisogna di un confronto continuo con gli altri, genera, possiamo dire, persino dei disturbi. Rousseau ci informa: «L’uomo socievole, sempre fuori di sé, non sa vivere che nell’opinione degli altri ed è, per così dire, unicamente dal loro giudizio che deriva il sentimento della propria esistenza.»
Continuando, la saggezza e la virtù si trovano negli uomini «in proporzione della potenza o della ricchezza»? Questo stesso quesito è tipico di schiavi davanti ai loro padroni, ma non di uomini ragionevoli, cioè liberi, liberi anche e soprattutto perché cercano la verità; ribadiamo è un pensiero servile credere che chi è ricco e potente possieda necessariamente più capacità, virtù o merito, e che chi è povero o subordinato valga meno o sia ritenuto responsabile della propria condizione.
Si allaccia a questi discorsi uno dei miti più persistenti della modernità, mi riferisco al sogno americano, l’idea dell’uomo che si fa da sé, partendo dal nulla, persino da uno stato delicato quale quello di immigrato (e magari irregolare), attraverso il talento, il lavoro costante, costruisce una fortuna. Un’immagine potente, ovviamente irrealistica dacché poche volte è successo in questi modi, ma contiene una premessa assoluta: nessuno è condannato dalla nascita e ciascuno è imputabile della propria povertà: si può diventare ciò che si desidera, basta volerlo tanto. Tutto ciò è certamente un dispositivo ideologico: chi non ci è riuscito non lo ha voluto abbastanza o non si è impegnato. Un lettore attento ha sentito una certa aria, un certo sapore, una certa impostazione: in questi discorsi non è una forzatura parlare dei cosiddetti fuffa-guru.
La cruda realtà, quella realtà a cui nessun sognatore può esimersi da considerare quando urge, è che spesso l’uomo che si è fatto da sé, può aver ereditato denaro, aver avuto la fortuna delle giuste conoscenze, di non far parte di una minoranza vessata (non esiste il razzismo grida con tutta la forza un bianco giovine), la fortuna ha condizionato e modulato il suo eventuale talento, che si riduce talvolta ad avere un cognome, avere delle garanzie che intere famiglie non avranno per generazioni. La persona che scrive ha avuto la fortuna di poter studiare, di un padre che gli ha garantito anni di sostentamento per terminare gli studi; con quale diritto potrei dire che tutti si possono acculturare? Che tutti possono avere del tempo per leggere Kant o Hegel? Il mito del si è fatto da solo è anche un insulto alla famiglia e al contesto sociale di appartenenza, in quanto è come se lo cancellasse automaticamente.
I fuffa-guru fanno leva e si nutrono di questo immaginario, di questo mondo fatato in cui ognuno parte dalla medesima condizione e può arrivare al medesimo risultato; in cui le nostre piccole grandi esigenze e bisogni sono persino facili da soddisfare. Anzi, siamo stupidi nel voler dimostrare il contrario, nell’innervosirsi per cifre “ridicole”, così crediamo alla promessa di cinque o diecimila euro con molta leggerezza. Se segui il mio metodo, vanta il fuffa-guru di turno, potrai fatturare dai tremila euro al mese ma anche diecimila (come se non ci fosse una “leggera differenza” fra tre e dieci); i più umili: una certa (scientifica, sì taluni hanno definito così il proprio presunto metodo) continua entrata. Stiamo parlando dei fuffa-guru solo da un punto di vista del loro abbordaggio, non parliamo del lato penale e delle truffe che spesso compiono. Noi stiamo criticando proprio l’atteggiamento di coloro che promettono guadagni facili, ma soprattutto certi, garantiti in base all’impegno, a persone che spesso – per molteplici ragioni – devono rinunciare a molte cose e a porre dei limiti economici alle proprie famiglie, e che facendo ciò si sentono in colpa e colpevoli. Perché la nostra società, come quella già di Rousseau, ci ha insegnato che siamo imputabili non solo delle nostre azioni, ma dei nostri portafogli.








