Questo sito utilizza cookie

Per una legge che equipara anche il più piccolo dei siti ai portali delle multinazionali che raccolgono ogni tipo di dato per profilarti, siamo obbligati a mostrarti questo banner per dirti che gestiamo cookie tecnici e, se acconsenti, anche statistici (Google Analytics) e di marketing (Meta Pixel). Se li accetti, ci permetti semplicemente di tracciare le visite. Se vuoi capire i dettagli, leggi la nostra Privacy Policy.

Gestisci cookie
  • Home
  • News
  • Cantera
  • Tips
  • Chi Siamo
    • Il Progetto
    • Il Team
  • n

    Registrati Login
  • Messaggi Recenti

    • ODIARE GLI UOMINI? Si può fare!
      Settembre 17, 2026
    • Rousseau e i fuffa-guru
      Settembre 17, 2026
    • Quanto costa un gestionale: il prezzo mensile è solo...
      Settembre 16, 2026
Young - Slow Journalism
  • Home
  • News
  • Cantera
  • Tips
  • Chi Siamo
    • Il Progetto
    • Il Team

Cerca



Editori

  • Ale C. Ph
  • Alessandro Cini
  • Alessia Di Giovanni
  • Alfonso
  • Andrea
  • Andrea Corvino
  • Andrea Paone
  • AndreArisponde
  • Angela Vitaliano
  • Angelo Golino
  • Anna
  • Anna
  • Annette Palmieri
  • Antonia Storace
  • Antonio Casaccio
  • Arcybald
  • ArmandoArmy Fusco
  • Arsenale Kappa
  • Arsenale Kappa
  • Attilio De Alberi
  • Aurora Scudieri
  • Beatrice Elerdini
  • Beatrice Elerdini
  • Blog Intervista
  • Blog Intervista
  • Carlo Crudele
  • Carmine Falco
  • Charlotte Matteini
  • CleanNet
  • Dario Cerbone
  • Dario Cerbone
  • David Colantoni
  • Davide Cerisola
  • Davide Gambardella
  • Davide Marciano
  • Eleonora Russo
  • Elisabetta Besutti
  • Elisabetta Besutti
  • elizabethskia
  • Emiliano Rubbi
  • Ettore Panella
  • Fabio Belli
  • Fabio Botter
  • Fabio Vanacore
  • Fabrizio Cianci
  • Federica Maneli
  • Federica Russo
  • Federico Cartelli
  • Federico José Bottino
  • FEF ACADEMY
  • Francesco Di Paola
  • Francesco Di Paola
  • Germano Milite
  • Giancarlo Petrella
  • Gianmarco Crinieri
  • gianrolando scaringi
  • Giorgio Del Sole
  • Giovanni Carzana
  • Giovanni Guarini
  • Giulia Piccolino
  • La Fiera
  • Laura Elisa Rosato
  • Livio
  • Loredana de Michelis
  • Lorenzo Tosa
  • Luca lamesa
  • Luca Marinelli
  • Luca Mazzucchelli
  • Luciano Costantino
  • Luciano Costantino
  • lwmaster
  • Manuela Stacca
  • Maria Melania Barone
  • Maria Pia Dell'Omo
  • Mariagiovanna
  • Marialuisa Monda
  • Marta Caldara
  • Martina Mugnaini
  • Martina Mugnaini
  • Mathew Meladoro
  • matteo-petrillo
  • Mattia Andres Lombardo
  • Mattia Andres Lombardo
  • Mattia Cataldo
  • MedPov
  • MedPov
  • moneyfarm
  • Nunzio
  • Nunzio
  • Paolo Priolo
  • Pier Luca Santoro
  • Pierluigi Sandonnini
  • Redazione Cultura
  • Redazione Cultura
  • Redazione YOUng
  • Riccardo Bottazzo
  • Riccardo Bottazzo
  • RIVEFLUVIONE
  • Roberto Corradi
  • Rosa Anna Buonomo
  • Rosanna Gaddi
  • Ruben Lagattolla
  • Ruben Lagattolla
  • Sabina Guzzanti
  • Samantha Viva
  • Sergio Ferraris
  • Silvia Buffo
  • Simona Rabboni
  • Simona Rabboni
  • Simone Santi
  • Slytouch
  • Slytouch
  • Stefano Iannaccone
  • Stella Levantesi
  • Sveva Alagna
  • Team Young
  • testfree
  • Tonino Bucci
  • Valentina Varlese
  • Valeria Della Monica
  • Valerio Maggio
  • Vincenzo Scichilone
  • Yasmina Pani
  • Yeerida
  • Yeerida
  • YOUngTips
31

Rousseau e i fuffa-guru

Postato il Settembre 17, 2026 Giancarlo Petrella 0

Per leggere questo articolo ti servono: 5 minuti

Parafrasando un pensiero di Rousseau, è corretto sostenere che quelli che sono ricchi valgano di più di quelli che sono poveri? È sicuramente una provocazione, eppure gettando uno sguardo sulla nostra società non parrebbe una forzatura. Chi è ricco, a prescindere dalla sua condizione di partenza e dalle modalità con cui è diventato tale, persino se in maniera illecita o immorale (le due cose non necessariamente coincidono), sarebbe uno che «ce l’ha fatta», chi è povero, di contro, sarebbe persino «colpevole». La povertà così acquisterebbe una doppia valenza negativa, si è poveri, dunque il proprio tenore di vita è quello che è, tua figlia ti chiede di comprarle un nuovo zainetto, e tu fai mille conti e salti mortali per cercare di soddisfare quelle sacre aspettative, e se non ci dovessi riuscire, ti sentirai un fallito, persino colpevole; e questo sentimento si allaccia al secondo aspetto negativo, si è poveri dunque si è colpevoli di questa povertà – e, cosa più detestabile in questa impostazione, si vorrebbe rimanere in questa situazione. Come se la povertà fosse una scelta.

Rousseau sostiene: «La ricchezza, la nobiltà o il rango, la potenza e il merito personale [sono] le principali distinzioni con le quali ci si misura nella società.» Dunque già qualche secolo fa, Rousseau è nato nel 1712 e morto nel 1778, si aveva l’impressione di questa deriva; oggi questa convinzione si è radicalizzata: chi è ricco è migliore. Questa idea condiziona profondamente il modo in cui guardiamo gli altri; la nostra stessa percezione viene così modellata in base a un’ideologia di per sé esecrabile. Immagina di entrare in una stanza e di sapere che tra le persone presenti c’è un uomo con un conto corrente milionario, diverse proprietà e aziende di successo; prima ancora che apra bocca, molti tenderanno ad attribuirgli competenza, autorevolezza, fascino e persino qualità morali. La sua ricchezza diventa un certificato di valore. Un uomo invece che ha difficoltà economiche sarà mal visto e si cercherà di non avere molti approcci con lui. Rousseau, però, ricorda: «nel merito degli uomini vi sono ragioni di preferenza più importanti della ricchezza».

Una più generale critica alla divisione tra ricchi e poveri viene esposta nel Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini (1755), dove Rousseau sostiene apertamente che le differenze di potere e di prestigio derivano soprattutto dalle convenzioni e dalle istituzioni sociali, non da una reale superiorità naturale. Il prestigio già all’epoca di Rousseau, società ormai lontana dal concetto di tesaurizzazione medievale o dall’idea della nobiltà come «esser noti» (egli è degno d’esser noto) o nobiltà di sangue (certe virtù sono ereditarie), veniva associato, con le “virtù”, alla ricchezza: «La ricchezza è l’ultima a cui esse si riducono alla fine […] e perciò di essa ci si serve agevolmente per comprare tutto il resto.»

Questo modo di considerarsi sempre in rapporto agli altri, perché la percezione della ricchezza è comunque sia un parametro soggettivo, cioè abbisogna di un confronto continuo con gli altri, genera, possiamo dire, persino dei disturbi. Rousseau ci informa: «L’uomo socievole, sempre fuori di sé, non sa vivere che nell’opinione degli altri ed è, per così dire, unicamente dal loro giudizio che deriva il sentimento della propria esistenza.» 

Continuando, la saggezza e la virtù si trovano negli uomini «in proporzione della potenza o della ricchezza»? Questo stesso quesito è tipico di schiavi davanti ai loro padroni, ma non di uomini ragionevoli, cioè liberi, liberi anche e soprattutto perché cercano la verità; ribadiamo è un pensiero servile credere che chi è ricco e potente possieda necessariamente più capacità, virtù o merito, e che chi è povero o subordinato valga meno o sia ritenuto responsabile della propria condizione.

Si allaccia a questi discorsi uno dei miti più persistenti della modernità, mi riferisco al sogno americano, l’idea dell’uomo che si fa da sé, partendo dal nulla, persino da uno stato delicato quale quello di immigrato (e magari irregolare), attraverso il talento, il lavoro costante, costruisce una fortuna. Un’immagine potente, ovviamente irrealistica dacché poche volte è successo in questi modi, ma contiene una premessa assoluta: nessuno è condannato dalla nascita e ciascuno è imputabile della propria povertà: si può diventare ciò che si desidera, basta volerlo tanto. Tutto ciò è certamente un dispositivo ideologico: chi non ci è riuscito non lo ha voluto abbastanza o non si è impegnato. Un lettore attento ha sentito una certa aria, un certo sapore, una certa impostazione: in questi discorsi non è una forzatura parlare dei cosiddetti fuffa-guru.

La cruda realtà, quella realtà a cui nessun sognatore può esimersi da considerare quando urge, è che spesso l’uomo che si è fatto da sé, può aver ereditato denaro, aver avuto la fortuna delle giuste conoscenze, di non far parte di una minoranza vessata (non esiste il razzismo grida con tutta la forza un bianco giovine), la fortuna ha condizionato e modulato il suo eventuale talento, che si riduce talvolta ad avere un cognome, avere delle garanzie che intere famiglie non avranno per generazioni. La persona che scrive ha avuto la fortuna di poter studiare, di un padre che gli ha garantito anni di sostentamento per terminare gli studi; con quale diritto potrei dire che tutti si possono acculturare? Che tutti possono avere del tempo per leggere Kant o Hegel? Il mito del si è fatto da solo è anche un insulto alla famiglia e al contesto sociale di appartenenza, in quanto è come se lo cancellasse automaticamente.
I fuffa-guru fanno leva e si nutrono di questo immaginario, di questo mondo fatato in cui ognuno parte dalla medesima condizione e può arrivare al medesimo risultato; in cui le nostre piccole grandi esigenze e bisogni sono persino facili da soddisfare. Anzi, siamo stupidi nel voler dimostrare il contrario, nell’innervosirsi per cifre “ridicole”, così crediamo alla promessa di cinque o diecimila euro con molta leggerezza. Se segui il mio metodo, vanta il fuffa-guru di turno, potrai fatturare dai tremila euro al mese ma anche diecimila (come se non ci fosse una “leggera differenza” fra tre e dieci); i più umili: una certa (scientifica, sì taluni hanno definito così il proprio presunto metodo) continua entrata. Stiamo parlando dei fuffa-guru solo da un punto di vista del loro abbordaggio, non parliamo del lato penale e delle truffe che spesso compiono. Noi stiamo criticando proprio l’atteggiamento di coloro che promettono guadagni facili, ma soprattutto certi, garantiti in base all’impegno, a persone che spesso – per molteplici ragioni – devono rinunciare a molte cose e a porre dei limiti economici alle proprie famiglie, e che facendo ciò si sentono in colpa e colpevoli. Perché la nostra società, come quella già di Rousseau, ci ha insegnato che siamo imputabili non solo delle nostre azioni, ma dei nostri portafogli.

Autore

  • Giancarlo Petrella
    Giancarlo Petrella

    Docente e studioso di filosofia, autore di pubblicazioni scientifiche dedicate in particolare alla filosofia moderna e alla filosofia del linguaggio.

    Visualizza tutti gli articoli
    Articoli recenti
    Rousseau e i fuffa-guru
31

Pubblicato da

Giancarlo Petrella

Docente e studioso di filosofia, autore di pubblicazioni scientifiche dedicate in particolare alla filosofia moderna e alla filosofia del linguaggio.

Consigliati dall'editore

L’evoluzione dell’e-commerce: perché sempre più clienti scelgono un unico shop per tutto
Luglio 1, 2026 0
Dalle app ai farmaci: perché la vera perdita di peso non è un’equazione semplice
Febbraio 24, 2026 0
Conto deposito: quali condizioni offrono le banche?
Febbraio 19, 2026 0
Come preparare un libro per le fiere o gli eventi: checklist pratica
Dicembre 19, 2025 0
  • Featured

    • Perché Roggero è già stato "graziato"
      Luglio 16, 2026
    • Mario Adinolfi: arresto per truffa ed evasione fiscale
      Luglio 8, 2026
    • Fanpage/Ciaopeople e la censura alla satira
      Aprile 16, 2026
    • Il governo cinese censura una comica che parla di problemi...
      Aprile 9, 2026
    • Mirko Frigerio: Il guru degli immobili, senza fondamenta.
      Novembre 21, 2025

  • Seguici Su



  • YOU-ng Slow Journalism è una testata giornalistica di proprietà di Mastino S.R.L.
    Registrazione presso Trib. Santa Maria Capua Vetere (CE) n° 900 del 31/01/2025 | ISSN 3103-4683
    P.IVA: 04755530617
    Sede Legale: CASERTA – VIA LORENZO MARIA NERONI 11 CAP 81100