di ROSANNA GADDI
Il corridoio dell’Accademia odorava di cera vecchia e incuteva un senso di sottomissione.
Elena camminava veloce, con passo ansioso, stringendo al petto un faldone di progetti per il laboratorio di restauro creativo dedicato ai bambini del borgo vecchio del suo paesello.
Indossava uno dei suoi lunghi abiti a fiori che tanto le ricordavano sua madre.
Faceva sempre così quando la giornata aveva un sapore amaro. Aveva bisogno della dolcezza del sorriso che da troppo tempo non vedeva più.
Le mancava tanto. Le sarebbe sempre mancata.
Si ricompose nei suoi pensieri e riavvolse il nastro delle parole che avrebbe dovuto pronunciare.
Era certa che, varcata la soglia della Sala del Rettorato, l’aria sarebbe diventata ancora più irrespirabile e non avrebbe avuto armi da utilizzare contro l’arroganza ignorante del Prefetto.
Lei amava l’ Accademia, da sempre.
Aveva lottato per frequentarla.
Aveva faticato.
Si era distinta negli anni tra tutti gli studenti e, alla fine, dopo tanto girovagare, era tornata lì per restarci.
L’Accademia, un tempo faro di pensiero critico, negli ultimi anni si era trasformata in un ingranaggio silenzioso di un orologio che, anziché andare avanti, segnava il tempo al contrario.
Un debole “montre molle” che si dissolveva tra le mani.
Oramai dappertutto c’era solo un arrancare continuo, alla ricerca di un bando che sarebbe servito a dare respiro e nuove possibilità.
Per non perdere i finanziamenti elargiti dalla “Grande Stirpe”, l’ente governativo che esigeva ordine, marce e uniformità, il Consiglio dei Maestri si era piegato.
Aveva svenduto il suo spirito alla legge del più forte.
Avevano smesso di insegnare a dipingere la realtà; ora insegnavano solo a glorificare il potere.
Nessun sogno, solo freddo calcolo.
Si fece forza. Entrò nella Sala del Rettorato.
Quel posto sapeva di chiuso.
Una sola parola le si annidò nelle narici: chiuso. Pensò a tutti i significati e non trovò aperture di alcun genere.
In fondo alla sala, di fronte a lei, un grande tavolo di noce.
Al centro del tavolo sedeva il Rettore, un uomo che pesava le parole col bilancino per non scontentare nessuno, un vero “democristiano”.
Accanto a lui, il Prefetto degli Studi, l’ombra arrogante del potere.
“Elena,” esordì il Prefetto, senza alzare gli occhi dai grafici di bilancio. “Ancora questa fissazione per il recupero dei vecchi affreschi popolari e per quegli animali randagi che gravitano intorno al cortile? È esteticamente… disturbante e inutile, anzi, inutilmente dispendioso”
“I sorrisi e la cura non sono mai dispendiosi. Sono i bambini a trarne beneficio,” rispose lei, con voce ferma. “Imparano il valore della cura e della presenza. La vita è presenza, è essenza. E quegli animali sono esseri viventi, non elementi di disturbo. Sono utili.”
Il Prefetto scoppiò in una risata secca, priva di gioia. “L’ utile è ciò che crea ricchezza, soldi, monete. Le cose vecchie e quegli animali a cosa servono? Il tuo è un miserevole accattonaggio culturale, Elena. E miserabile è il modo in cui sprechi il tempo dell’Accademia per cause perse. Dovresti baciarmi le mani ogni mattina: se non fosse per la mia magnanimità nel non porre il veto, le tue ‘iniziative’ non vedrebbero nemmeno la luce. Dovresti ringraziarci.”
Elena sentì il solito morso allo stomaco.
Un fuoco le salì verso l’epiglottide, ma lo spense. Non avrebbe avuto senso sprecare il fiato con lui. Lo aveva fatto troppe volte. Aveva promesso a se stessa che non lo avrebbe più fatto.
Non disse nulla. Non disse che l’ultimo evento di lettura per l’infanzia lo aveva pagato lei, rinunciando alla riparazione della caldaia di casa. Non disse che il Prefetto, che si vantava di conoscere ogni segreto dell’arte, non distingueva un acquerello da una macchia d’olio. Lui era il “tuttologo” del regime accademico, l’uomo che spiegava il mondo a chi il mondo lo stava salvando davvero. Lui possedeva i “danari” e comprava tutto, pagava e, quindi, sentenziava.
Che misero!
In fondo quanto doveva essere triste la sua vita che camminava accanto alle certezze che si auto-crea!
Avrebbe voluto buttare il faldone sul tavolo e mollare tutto, ma che fine avrebbero fatto i suoi progetti?!
C’era dell’ altro che la disincantava, purtroppo.
Il loro continuo scaricabarile.
“Rettore,” intervenne allora la Curatrice delle Mostre, una donna dall’eleganza gelida e dalla puzza sotto al naso. “Il fallimento della scorsa esposizione autunnale… quella che ha ricevuto così tante critiche dalla Fondazione e dall’opposizione… è chiaramente dovuto alla confusione generata dai progetti collaterali di Elena. Hanno distolto l’attenzione dal tema principale: l’Ordine.”
Era una menzogna plateale.
La Curatrice aveva gestito male i fondi.
Una totale incapacità mascherata da supponenza, che non avrebbe dovuto lasciare spazio ad altre interpretazioni. Tuttavia il Rettore annuì, spostando lo sguardo severo su Elena. “Vedi, cara? La tua insistenza nel voler includere tutti crea solo disordine. Assumiti la responsabilità di questo intoppo. Ridimensionati. Canalizza la tua energia. Fai meno.”
Elena guardò la Curatrice. Sapeva che quella donna viveva nel terrore di perdere la poltrona e preferiva sacrificare l’unica collega che ancora lavorava col cuore piuttosto che ammettere un errore.
Elena non rispose, ancora una volta. Preferì tacere e andare via riflettendo sulla soluzione. L’unica che le venne in mente fu una Resistenza Silenziosa.
Uscì dalla sala mentre dietro di lei riprendevano a discutere di parate e progetti e di come rendere l’Accademia un luogo “puro”.
La loro ipocrita purezza potevano mettersela dove volevano! Lei era altro.
Andò nel cortile sul retro.
Lì, tra le colonne sbrecciate, tre bambini la stavano aspettando per la lezione di pittura. Accanto a loro, un cane zoppo che Elena aveva raccattato per strada e che nutriva ogni giorno scodinzolò debolmente.
Sorrise.
Il cane le leccò la mano e lei iniziò a respirare nuovamente.
Le offese del Prefetto bruciavano, ma svanirono quando uno dei piccoli le mostrò un disegno: non era un soldato in marcia, non era un simbolo di potere. Era un fiore colorato che cresceva in mezzo al cemento.
Un fiore piccolo e forte nel deserto cementificato.
Elena si sedette a terra con loro, macchiandosi il vestito di ocra.
La mamma le aveva insegnato che solo chi non fa non si sporca.
Potevano chiamarla miserabile, potevano rubarle il merito o caricarla di colpe non sue, ma finché ci sarebbe stato anche un solo bambino a cui insegnare la bellezza del diverso, lei sarebbe rimasta lì.
Era l’ unica nota stonata in una sinfonia di obbedienza.
L’occasione si presentò durante la “Notte delle Grandi Luci”, l’evento annuale che la Fondazione finanziava per mostrare al mondo il rigore e la disciplina dell’Accademia.
Un’ inutile e falsa manifestazione.
Il Prefetto degli Studi aveva fatto installare enormi fari alogeni che proiettavano fasci di luce bianca, fredda e violenta contro le facciate barocche dell’edificio. Era una luce che non illuminava, ma accecava.
Una metafora perfetta della sua gestione: rumorosa, costosa e priva di sfumature.
Elena pensava che quando la luce non serve a illuminare, ma a nascondere le imperfezioni equivale al buio.
Si ricordò di una frase di Jung nel Libro Rosso “Non ci si illumina immaginando la luce ma diventando consapevoli del buio” e solo nel buio si vede la propria completezza.
Il banchetto era opulento, pagato con i fondi che Elena aveva chiesto invano per il rifugio degli animali e per i libri della biblioteca.
Era arrivato il momento del contrasto.
Lo sentiva nell’aria.
Il Prefetto, con un calice di vino in mano, si stava pavoneggiando davanti a un gruppo di finanziatori.
“Vedete?” diceva, gonfiando il petto. “Questa è la potenza dell’ordine. Niente ombre, niente sporcizia. Abbiamo ripulito l’Accademia dai ‘miserabili’ e superflui sentimentalismi.”
Poi, scorgendo Elena che passava in disparte con una vecchia scatola di legno sotto braccio, la indicò ridendo: “Ecco la nostra restauratrice di cause perse! Elena, perché non vai a stendere un velo di pietà su quegli animali che curi? Qui stiamo celebrando la gloria, non la beneficenza.”
La Curatrice delle Mostre ridacchiò, sistemandosi la spilla dorata, felice di vedere l’attenzione spostata altrove mentre i conti del suo ultimo fallimento venivano ancora una volta imputati alla “disorganizzazione” di Elena.
Elena fece in tempo a dire che l’illusione è come una bolla di sapone, bella ma che dura poco e quando scoppia non lascia nulla, solo la presunzione di essere chi non si è.
All’improvviso, un sovraccarico elettrico dovuto all’eccessiva potenza dei fari fece saltare l’intero impianto.
Il buio cadde come una mannaia.
Un silenzio imbarazzato e totale avvolse il giardino dell’Accademia.
Inevitabilmente tutto sarebbe stato chiaro, nonostante l’oscurità.
Gli ospiti iniziarono a mormorare, il Prefetto sbraitava ordini nel vuoto, la sua voce stridula tradiva un’improvvisa e patetica impotenza.
“Elena! Dove sono le torce? Fai qualcosa di utile per una volta!” gridò lui nell’oscurità.
Ma Elena non cercò le torce.
Aprì la vecchia scatola di legno che portava con sé.
Si propagò una luce diversa.
Piccoli punti luminosi iniziarono a fluttuare nell’aria.
Erano vecchie lanterne di carta velina che Elena aveva costruito con i bambini del borgo durante i suoi laboratori pomeridiani.
Al loro interno, semplici candele di cera naturale.
La meraviglia avvolse gli occhi di tutti.
I bambini, che erano rimasti in silenzio e in attesa dietro la cancellata del cortile, entrarono in fila indiana.
Ognuno portava una lanterna dipinta a mano con scene di vita quotidiana: un cane che corre, un fiore che sboccia, mani che si stringono, sorrisi e cuori, e tanti, tantissimi arcobaleni di pace.
Quella luce, se presa singolarmente, era debole, ma insieme creava un calore che i fari del Prefetto non avrebbero mai potuto emulare.
Il buio pesto si trasformò in un’atmosfera magica, soffusa, che rivelava i dettagli dell’architettura che la luce violenta aveva appiattito.
Gli ospiti rimasero incantati.
Un anziano mecenate si avvicinò a una delle lanterne, la sfiorò con le dita, con delicatezza. “Questo… questo è il cuore dell’Accademia,” sussurrò. “Questa è cultura. E’ cura del dettaglio. E’ anima.”
Il Prefetto rimase nell’ombra, letteralmente.
La sua figura prepotente era diventata una macchia nera indistinta, mentre Elena era circondata dai suoi allievi. Il viso illuminato dal riflesso dorato della cera.
Bellezza e gentilezza.
Lei non disse una parola.
Non ebbe bisogno di rinfacciare i soldi spesi, le offese ricevute o i sacrifici fatti.
In quel momento, i suoi gesti parlavano per lei, rendendo evidente a tutti che, mentre loro cercavano di comprare il prestigio con la forza dei soldi, lei stava costruendo l’eternità con la forza della sensibilità.
Lei era.
Per una notte, il “miserevole” aveva dato lezione al “tuttologo”.
E il silenzio ammirato degli ospiti fu la condanna più dura per chi pensava che la cultura si potesse accendere con un interruttore, per chi pensava che fosse uno spreco e dovesse seguire la logica del guadagno.
Ciò che possedeva Elena, da sempre, e che avrebbe continuato a possedere non ero lo spazio, ma il tempo.
…e il tempo non lo si può comprare.
Mentre gli altri correvano per occupare poltrone, per firmare decreti effimeri o per compiacere poteri che un domani li avrebbero dimenticati e sputati, lei restava ferma nel solco della sua coerenza.
La sua forza non è mai stata quella del tuono che spaventa, ma quella della goccia che scava la pietra: silenziosa, costante, inevitabile.
C’era una dignità quasi sacrale nel modo in cui lei accoglieva gli insulti del Prefetto. Non li incassava per sottomissione, ma per superiorità.
Guardava quegli uomini piccoli, gonfi di titoli e vuoti di spirito, con la stessa pietà che riservava agli animali randagi che curava. Diceva a se stessa che erano esseri che avevano fame, ma una fame che nessun sussidio centrale avrebbe mai potuto saziare, perché è fame di senso, fame di significato.
Sono passati anni e quel tempo mai nessuno lo ha potuto afferrare.
Il tempo si accoglie e si custodisce, non si possiede come un oggetto. Il tempo cammina accanto e ci porta ovunque.
Bisogna averne memoria.
Elena abita ancora in un mondo che loro non possono vedere.
Un mondo fatto di sfumature, di responsabilità prese senza chiedere il permesso, di mani sporche di colore e tasche vuote, di polvere di libri abbandonati.
Abita un mondo fatto di cuori straripanti.
La sua ricchezza non è depositata in banca, ma è seminata negli occhi dei bambini che hanno imparato, grazie a lei, che la cultura non è un evento di gala, ma l’atto di non voltarsi dall’altra parte.
La cultura è generosità.
La cultura è sorrisi e fatica, senso e valore, identità e condivisione che arricchisce l’umanità.
Come sosteneva Hans-Georg Gadamer, la cultura è l’unico bene che, diviso tra tutti, anziché diminuire si moltiplica.
Quando la sera spegne la luce nel suo piccolo ufficio, quando abbraccia i suoi cani e i suoi gatti, quando stringe a sé chi la ama per quello che è, Elena non si sente sola.
Sente il peso del futuro che le poggia sulle spalle e sorride, perché sa che, finché ci sarà qualcuno disposto a restare umano in un mondo che chiede di diventare ingranaggio, il buio non avrà mai l’ultima parola.
Lei è la Custode del Fuoco, è l’Ultima Restauratrice.








