La fondazione Cecchettin ha lanciato un corso di formazione per docenti della scuola dell’infanzia e primaria che dovrebbe preparare a educare gli studenti all’uguaglianza di genere. Attualmente viene erogato solo in alcune regioni, ma il progetto è di estenderlo a tutta Italia.
Il corso è quasi interamente costruito sulla fuffa di genere, e parte ovviamente dal presupposto che l’ambiente in cui sono immersi i bambini sia maschilista e promuova stereotipi degradanti nei confronti del genere femminile. Mi soffermo però qui sulla fuffa che mi sta più a cuore e che ho studiato in lungo e in largo, e cioè il sessismo linguistico.
Si tratta di un argomento ampiamente discusso, che oggi dovrebbe essere considerato archiviato, dati i numerosi interventi risolutivi di esimi linguisti italiani, oltre alla notevole letteratura scientifica prodotta. Ogni tanto, però, viene riesumato, o per fare contenuti o, appunto, per acculturare – o indottrinare, a seconda del punto di vista – gli insegnanti della scuola pubblica.
Uno degli elementi del corso infatti è proprio il superamento del (presunto) sessismo insito nel linguaggio e l’importanza di usare la grammatica inclusiva, oggi rinominata linguaggio di genere, perché ogni tanto le etichette vanno rimodernate. Si tratta sempre della stessa solfa, che di volta in volta viene riproposta in salsa leggermente diversa, per dare l’impressione di un progresso negli studi e nelle proposte.
Si parte dall’assunto, ovviamente non discusso, che sia necessario usare questo linguaggio per raggiungere la parità concreta tra uomini e donne: “la discriminazione passa anche dal linguaggio”. Questa affermazione è tutt’altro che dimostrata, soprattutto per come viene intesa in questi contesti, come vedremo.
Cosa sarebbe quindi il linguaggio di genere? Ripassiamolo brevemente. Si tratta dell’uso di strategie linguistiche volte a evitare di usare una lingua androcentrica, quale è l’italiano secondo questa interpretazione. In che senso? Si ritene che la nostra lingua sia intrisecamente sessista nella sua struttura, perché derivante da secoli e secoli di patriarcato. Essendo la lingua il prodotto di una società, si afferma, è naturale che rispecchi la sua mentalità.e
Per affermarlo ci si basa sostanzialmnte su due cose. La prima è quello che si chiama il maschile non marcato, o a seconda dei casi sovraesteso, cioè il fatto che in italianoa il genere grammaticale potremmo dire generico è il maschile. Il famoso caso del ‘buongiorno a tutti’ che escluderebbe le donne. In quest’ottica si propongono forme alternative per evitare questa grave discriminazione linguistica.
La seconda è la questione dei femminili di professione: parole come sindaca, ministra, avvocata, oggi ampiamente di moda, che sarebbero delle forme di rispetto nei confronti delle lavoratrici e contribuirebbero alla diffusione di un immaginario collettivo in cui le donne possono fare tutto.
Partiamo dalla prima. Si afferma che il fatto che l’italiano preveda il maschile per i gruppi misti deriva dalla natura patriarcale della società e quindi anche del linguaggio. Di conseguenza per combattere la cultura patriarcale e il maschilismo è opportuno reduplicare ogni volta la parola, al maschile e al femmile: buongiorno a tutti e tutte, avvisiamo gli studenti e le studentesse, si informano i cittadini e le cittadine.
Il punto di partenza però è ampiamente discutibile, data la natura del genere grammaticale nella lingua, questione morfosintattica e non identitaria. Si tratta di una mera convenzione, in questo caso tra l’altro derivante da millenni in quanto ereditata nelle lingue indoeuropee dal loro antenato comune, lingua ricostruita denominata proto-indoeuropeo. In questa lingua il femminile si è formato dopo il maschile – per questioni di linguistica storica e non di invisibilizzazione delle donne: possiamo supporre che nel 7000 a.C. avessero verosimilmente cose più pressanti di cui preoccuparsi.
L’uso di una sola forma invece di due risponde a esigenze di economia linguistica, uno dei principi cardine del funzionamento delle lingua naturali. Tutti infatti ci accorgiamo di quanto sia scomodo ripetere ogni volta la parola cambiando la desinenza; infatti nel parlato non controllato non lo fa nessuno. Anche nello scritto appesantisce moltissimo il testo. L’uso di una forma o l’altra non ha a che fare col sessismo, come indicato anche dall’esistenza di lingue in cui il genere non marcato è il femminile, in società tutt’altro che matriarcali: per esempio la lingua Maasai, parlata in un luogo in cui ancora sono ritenute legittime le mutilazioni femminili; la lingua Seneca parlata nel Nord America, presso popoli in cui la discendenza è matrilineare ma il potere è nelle mani degli uomini; le lingue omotiche parlate in Etiopia, dove sappiamo che la condizione femminile è di subordinazione; o il gallese, lingua parlata del Regno Unito, molto simile all’Italia per struttura sociale e cultura, quindi in teoria ugualmente sessista.
In generale, l’assunto per cui la lingua riflette la mentalità della società è molto discutibile e non dimostrato allo stato attuale, data anche la diversa rapidità con cui avvengono il mutamento linguistico e quello socioculturale: quello linguistico è infinitamente più lento, perché essendo la lingua una convenzione, in cui le singole forme non sono motivate da niente ma arbitrarie, affinché funzioni è necessario che tutti la capiscono, e che quindi muti lentamente in modo tale che i parlanti nemmeno se ne accorgano. In particolare, questa affermazione diventa assurda se fatta sulla struttura della lingua invece che sul lessico, cioè sulle parole: la grammatica non è portatrice di significato.
Quindi, usare la doppia forma è semmai un gesto di cortesia, assolutamente non necessario e impraticabile nel concreto, se non in poche formule cristallizzate. Possiamo insomma dire bambini e bambine, se proprio lo vogliamo, ma il resto del nostro discorso conterrà per forza di cose il maschile plurale sovraesteso.
Altra cosa da rilevare è che si parla sempre e solo del maschile plurale,e evitando accuratantem di spiegare il fenomeno del non marcato nella sua totalità. Il maschile infatti si usa come generico anche al singolare, per esempio con i pronomi indefiniti: ciascuno è libero di, chiunque è interessato a ecc. Ma anche nelle frasi in cui la persona di cui si parla è ignota si usa il maschile, e questo nel bene e nel male: chi è lo stronzo che mi ha rigato la macchina?; il colpevole non è stato identificato; il reo deve essere condannato. Questo non accade perché si è convinti che i rigatori di macchine e i ladri siano solo uomini,e ma semplicemente perché la lingua funziona così.
Sul secondo tema, quello dei femminili di mestiere, ormai in verità è rimasto poco da dire, perché stanno entrando tranquillamente nell’uso, grazie alla loro diffusione presso i media. È oggi comune dire la sindaca o l’avvocata, eanche se ovviamente non sono termini stabilizzati. Avviene infatti che quando emerge una nuova forma questa conviva inizialmente con quella precedente: i femminili sono quindi in concorrenza con i corrispettivi maschili, motivo per cui osserviamo ancora l’alternanza ministro-ministra. Questo è il naturale andamento della lingua, motivato proprio dal fatto che le innovazioni necessitano di tempo per assestarsi. Progressivamente una forma trionfa sull’altra, oppure ognuna si specializza e viene usata in un determinato contesto. Non ha a che fare con la riluttanza ad ammettere che le donne possano ricoprire la carica di sindaco o di ministro.
Su questo vale la pena ricordare che, sebbene si tratti di parole corrette in italiano (non c’è ragione di sostenere che architetta non debba esistere quando esiste bidella, insomma), non è sostanziata l’affermazione secondo cui non usarle costituirebbe sessismo. Tantomeno lo è la pretesa di produrre un cambiamento nella realtà a partire da un mutamento linguistico. Anche in questo caso, quindi, sono forme che si possono adottare e che probabilmente prenderanno il sopravvento, ma ciò non è dovuto a una diversa concezione della donna, quanto al fatto che la nostra lingua tende, per i referenti umani, ad adeguare il genere grammaticale al sesso della persona.
A dare autorevolezza a queste teorie e quindi anche pratiche è però il lavoro di diversi linguisti, per lo più di chiaro orientamento femminista, non a caso. Linguisti che princiapalmente affrontano la questione dal punto di vistae sociolinguistico e non da tutti gli altri, per esempio quello storico e quello pragmatico: hanno cioè uno sguardo parziale. La letteratura scientifica che va in senso contrario è immensamente più vasta e soprattutto più solida, ma meno pop: le argomentazioni sono molto tecniche e coinvolgono appunto varie branche della linguistica. È molto più facile il messaggio ‘siamo sessisti, quindi lo è anche la lingua’. E spesso pure il suo rovescio: ‘la lingua è sessista quindi continuiamo a esserlo anche noi,’ ancora più insensato, perché si basa su una teoria i cui tentativi di dimostrazione sono tutti clamorosamente falliti. Non esiste infatti alcuna prova che la lingua influenzi il pensiero.
Qual è il punto, quindi? Che si insegna qui ai docenti qualcosa di falso solo per una questione di posizionamento, di etichetta, perché ‘si fa così’ oggi, generando e alimentando una serie di credenze sulla lingua prive di fondamento, e in generale un atteggiamento superstizioso che addirittura attribuisce alla lingua un potere magico. Si insegna insomma fuffa, si prescrive ai cittadini come devono parlare, insinuando che la grammatica che hanno appreso come parlanti nativi sia tutta sbagliata, e facendoli pure sentire in colpa se non sentono la necessità di cambiarla – o se non ci riescono, dato che imporre un mutamento strutturale è praticamente impossibile.
E così la bufala si tramanda, si diffonde; ormai del resto è nelle linee guida di tutti i comuni e le province d’italia, e fioccano i corsi di formazione che addirittura danno punteggio ai docenti. Il sessismo linguistico non è altro che un business, come lo è quasi sempre la fuffa.
Bibliografia essenziale
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Linguisti italiani che si sono espressi
Edoardo Lombardi Vallauri
Paolo D’Achille per l’Accademia della Crusca
Raffaele Simone
https://www.facebook.com/photo/?fbid=1500900496962607&set=a.205979553121381
Roberta d’Alessandro
Cristiana de Santis
https://valenziale.blogspot.com/2021/07/10-tesi-per-una-lingua-ragionevole-e.html
Andrea Iacona:
https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/cari-tutti/19528








