Ogni volta che c’è una competizione sportiva di rilievo, emerge sempre la stessa polemica: delle atlete donne si parla in modo maschilista, dando poco peso alle vittorie e alla grandezza sportiva, e focalizzandosi invece su dettagli della vita privata, aspetto fisico e così via. In qualche caso certamente è vero, ma il fatto che si ripresenti puntualmente identica ogni volta le dà un sapore un po’ stantio, e ci porta ad alzare le antenne.
Stavolta ci sono stati in particolare tre casi che hanno fatto scalpore. Il primo è stato quello di Eileen Gu, che ha preso due argenti olimpici, mentre aveva già conquistato gli ori altre volte. Un giornalista quindi le chiede se percepisce queste due medaglie come due ori mancati, senza fare, ovviamente, il minimo riferimento al fatto che sia femmina. Lei trova stupida o fastidiosa la domanda e risponde in modo sagace. La cosa sarebbe finita lì, se fossimo una società normale. Invece no, i giornali e gli influencer iniziano a dire che a un uomo una domanda simile non l’avrebbero mai fatta.
Ma su quale base? Analizzando come è stata posta la domanda non è davvero possibile ravvisare alcun elemento sessista, bisogna proprio volercelo mettere. Da cosa quindi deduciamo che la domanda è stata posta perché lei è femmina? Tanto più che non è proprio vero che cose del genere non si chiedono ai maschi: in generale si chiede all’atleta se è deluso, quando ottiene un risultato inferiore al suo consueto. Questo viene fatto in tutti gli sport. Al contrario, quando c’è una vittoria inaspettata o il raggiungimento di un nuovo livello, naturalmente si chiede se l’atleta è felice.
Dire ‘non lo chiederebbero a un maschio’ è una frase che ha senso quando alle atlete fanno più domande sulla maternità che sulla loro prestazione, o quando le definiscono mamme nei titoli, cosa che coi padri non si fa; o quando si soffermano sul loro aspetto fisico commentandone l’avvenenza. In questi casi è giusto far notare la differenza di trattamento e infastidirsi per la riduzione dell’atleta a madre o a bella donna.
Eppure stavolta è stata proprio un’atleta a presentarsi come madre: Francesca Lollobrigida, che ha vinto l’oro per i 3000 e 5000 metri, ha rilasciato le interviste con il figlio in braccio, per motivi suoi che neanche dovrebbero interessarci. Nelle interviste ha parlato di allargare la famiglia e tornare a casa a fare la madre. Il sessismo, allora, non si poteva attribuire ai giornalisti, e così sotto accusa c’è finita lei! Criticata perché si è mostrata col figlio, che è pure un bambino ‘maleducato’ che ‘voleva la mamma tutta per sé’. Oppure il marito, che secondo la gente avrebbe dovuto occuparsi di suo figlio, insomma fare il padre, e invece l’ha mollato alla mamma in una situazione in cui lei non avrebbe potuto tenerlo.
Non è palese che qui ci sia la voglia di tirar fuori a tutti i costi il sessismo e piazzarlo da qualche parte?
Un altro esempio ridicolo è stato quello del reggiseno di Jutta Leerdam. Dopo aver vinto l’oro per i mille metri, davanti alle telecamere ha aperto leggermente la cerniera della tuta, lasciando intravedere il reggiseno Nike, marchio che la sponsorizza. Chi parla di sessismo dice che tutti si son messi a commentare il reggiseno: una donna che si spoglia! Oddio! Siamo ossessionati dal seno!
Ma in realtà le polemiche – sicuramente sterili – hanno riguardato proprio il fatto dello sponsor: lei ha approfittato del momento per mostrare il marchio, usando lei stessa quella parte del corpo (non è che glielo ha imposto qualcun altro), e si è fatta un sacco di soldi. La cosa che ha dato fastidio è stata questa; non riesco a immaginare che sarebbe stato diverso se un atleta maschio avesse fatto vedere le mutande, ma come dicevo non possiamo fare affermazioni su questo. Ci limitiamo a osservare cosa è accaduto in questo caso specifico, e di sessismo ce ne sarà stato, perché gente sessista ce ne sarà sempre, ma è scorretto dire che è stato l’atteggiamento prevalente.
E poi, ora, se un’atleta olimpica, che sa benissimo quanta visibilità ha, decide di mostrare il reggiseno, saprà quello che sta facendo? Vogliamo pensare che sia una scema che non ha contezza dell’effetto dei gesti che compie? E allora contro chi stiamo polemizzando? Stiamo forse dicendo che nessuno avrebbe dovuto commentare il gesto perché si trattava del reggiseno? Avremmo invece potuto farlo se fosse stata la spalla, così non sarebbe stato sessista? È un ragionamento ridicolo.
Chi polemizza, che di solito scrive pipponi alla Cicerone ma senza averne l’elocutio, presenta la cosa come se di queste atlete si narrassero solo, o principalmente, questi fatti. Questo è platealmente falso, vengono tutte intervistate sui loro successi e sul loro allenamento, sui loro progetti futuri; poi vengono fatte anche domande di natura personale, come si fa sempre con gli sportivi. E, come si fa sempre, ci si sofferma sulla notizia croccante o che può generare discussione, come il fatto del reggiseno e della sponsorizzazione Nike.
Ma qui non c’entra il sessismo: c’entra il bisogno di generare visualizzazioni e interazioni, e la triste realtà è che questo accade più facilmente con la polemichetta che con la notizia data in modo serio su una cosa seria. Infatti se oggi cerchiamo Jutta Leerdam nella sezione notizie di Google troviamo un sacco di cose inutili, come il volo di rientro sul jet del fidanzato, la messa all’asta della sua tuta arancione; su Lollobrigida troviamo ‘Svela cosa farà con i soldi delle Olimpiadi’ (che quindi vuol dire che è stata lei a parlare di questo ai giornali). Ma se cerchiamo per esempio Simone Deromedis vediamo articoli su di lui che dice ‘non mi basta l’oro nello skicross’, o sulla telefonata ricevuta da Alberto Tomba ecc. Su Klaebo, l’atleta che ha vinto sei ori, troviamo articoli come ‘Missione compiuta, ora può baciare la sposa’.
Sugli uomini ne troviamo però pochi, è vero: si è parlato soprattutto delle donne, quindi va da sé che le notizie futili sulle donne sono comparse in numero maggiore. E qui vorrei far notare una cosa macroscopica che ovviamente si fa finta di non vedere, e cioè che ci sono state tante donne vincitrici di medaglie; e sappiamo benissimo che quando le cose le fa una donna viene data loro più risonanza (se non accadesse ci sarebbero le polemiche sul fatto che alle donne non si dà spazio, del resto, come già accaduto). Infatti, sul vincitore di SEI ori, gli articoli si trovano più che altro su testate di sport, non c’è quasi niente su Repubblica, Corriere e le altre grosse testate. E parliamo di un record enorme. Lo stesso vale per Matt Weston e tanti altri, di cui infatti conoscono i nomi solo quelli che hanno seguito le Olimpiadi; mentre di queste donne si è parlato dappertutto, tanto che ne sono venuta a conoscenza io, che non me ne interesso per niente.
In sostanza, qui il problema è sempre lo stesso: quando si tratta di donne, non va mai bene niente, e tutto viene interpretato attraverso il filtro del sessismo, ignorando, convenientemente, tutti gli altri elementi in gioco.








