La causa della violenza di genere è il patriarcato?
Continuamo il discorso iniziato due settimane fa sulle cause – e quindi sulle possibili soluzioni – della violenza di genere; affronteremo qui in particolare i modelli di intervento che vengono messi in atto a seconda delle varie scuole di pensiero.
È importante chiarire qual è il tema esatto della riflessione: quando si parla di violenza di genere, si intende quella compiuta dagli uomini verso le donne. Questo tipo di violenza avviene prevalentemente in ambito di coppia, pertanto è di violenza relazionale che ci occupiamo qui. È chiaro che esistono altre forme di violenza, ci sono gli uomini che stuprano e uccidono donne sconosciute, ma rappresentano una percentuale molto bassa e vanno studiati a sé, perché i moventi sono evidentemente diversi. Inoltre, la violenza relazionale è il campo su cui la ricerca è molto ampia, contrariamente alle altre forme, diciamo, occasionali.
Modelli più diffusi
Abbiamo visto che il modello prevalente è quello socioculturale di orientamento femminista, che afferma che la violenza dell’uomo verso la donna è causata dal bisogno di potere e controllo che l’uomo deve esercitare sulla donna.[1] Di conseguenza, la riduzione della violenza si ottiene attraverso il lavoro sugli stereotipi culturali: vengono rilevati gli atteggiamenti misogini e i comportamenti coercitivi, per promuovere un percorso di responsabilizzazione dell’uomo rispetto al proprio comportamento violento, educandolo alla parità di genere. Anche quando la violenza avviene all’interno della coppia, quindi, gli interventi si concentrano sulle dinamiche di potere e controllo.
Un altro modello spesso citato per spiegare il fenomeno della violenza tra partner (IPV) è la trasmissione intergenerazionale della violenza. Il modello si basa sulla teoria dell’apprendimento sociale:[2] i bambini che crescono in un contesto di violenza tra i genitori corrono un rischio maggiore di essere vittime o autori di violenza in età adulta, per via del modello a cui sono stati esposti. Dunque, assistere alla violenza nella famiglia d’origine durante l’infanzia crea credenze, idee e norme sull’uso dell’aggressività[3]. Effettivamente, non sono pochi gli studi sulla violenza domestica che hanno riscontrato questa correlazione[4]. Questo modello, solido dal punto di vista dell’evidenza scientifica, ha però il difetto – come quello socioculturale – di concentrarsi principalmente su questa variabile, la violenza vissuta nell’infanzia, trascurando quindi le altre.
I fattori di rischio individuali
Altri modelli, invece, attraverso la ricerca sperimentale individuano fattori di rischio diciamo più concreti, su cui si può agire in modo mirato. Possiamo suddividerli in psicologici e psichiatrici dall’altro, e non psichiatrici dall’altro. A occuparsene sono le teorie psicologiche e psicosociali della violenza domestica, che esaminano molti fattori contemporaneamente: psicologici, psichiatrici, comportamentali e neurologici. Parliamo qui di fattori individuali, quindi, e non culturali.[5] Tra le variabili rilevate sono frequenti disregolazione emotiva, problemi nella gestione della rabbia, ostilità e abuso di alcol[6]. Si riscontrano correlazioni tra la violenza domestica e alcune forme di disturbi di personalità, depressione grave e alcuni stili di attaccamento.[7] Tutti questi fattori non coprono ovviamente la totalità dei casi: è chiaro che ci sono uomini che commettono violenza pur non rientrando in queste casistiche; ma la cosa che ha più senso, in termini di risultati concreti, è occuparsi primariamente dei casi più frequenti, banalmente per salvare più vite.
Per quanto riguarda gli altri fattori di rischio, questi comprendono la giovane età, il basso reddito, la disoccupazione, insoddisfazione relazionale,[8] attaccamento insicuro, scarsa regolazione emotiva, rabbia e ostilità.[9] Vengono, com’è giusto, considerati anche fattori potenzialmente culturali, come convinzioni pro-violenza e desiderio di dominare il partner, così come, in adolescenza, la frequentazione di coetanei aggressivi, dunque un contesto sociale in cui la violenza è considerata positivamente.
Chi sono gli autori di violenza?
L’OMS classifica gli autori di violenza domestica sulla base delle diverse forme di aggressione perpetrata come per esempio abuso fisico, sessuale, psicologico e stalking; ma questi tipi di violenza sono spesso presenti nella stessa persona, quindi è necessario differenziare tipologie più definite e sofisticate, che descrivano in modo più approfondito la personalità dei soggetti. Le classificazioni di maltrattante più utilizzate sono quelle di Holtzworth-Munroe e Stuart (1994) e di Johnson (1995). I primi tengono conto di tre variabili (gravità della violenza, tipologia della violenza e psicopatologia) e su questa base delineano tre tipi di maltrattante; mentre la tipologia di Johnson si concentra sulla presenza o sull’assenza di coercizione e controllo degli autori.[10]
Questi modelli non sono mai definitivi, e nessuno può essere considerato perfetto: esistono chiaramente somiglianze e sovrapposizioni tra le tipologie identificate dagli uni e dagli altri ricercatori, proprio perché è molto difficile stabilire delle categorie che includano tutti.
Interventi e trattamento
Storicamente, le modalità più diffuse per il trattamento degli autori di IPV di sesso maschile sono state il modello di Duluth (Pence & Paymar, 1993) e la terapia cognitivo-comportamentale (CBT). Il modello Duluth segue l’idea del patriarcato che porta gli uomini ad avere potere e controllo sulle donne[11]. L’approccio quindi prevede il confronto con le convinzioni patriarcali degli uomini ed ha dimostrato miglioramenti marginali[12] con alti tassi di abbandono. La situazione è simile per i programmi che utilizzano la CBT, approccio che si concentra sull’identificazione e la messa in discussione degli antecedenti cognitivi della violenza, sulla promozione del cambiamento comportamentale e sull’elaborazione di strategie per prevenire le ricadute. Anche in questo caso, gli studi hanno mostrato risultati contrastanti.[13] L’efficacia della psicoterapia per chi agisce violenza domestica rimane oggetto di dibattito e di ricerca continua.
In contrasto con questo approccio “one size fits all”, cioè un unico modello che vale per tutti, sono stati sviluppati nuovi programmi di trattamento dell’IPV adattati alle specifiche caratteristiche dei singoli autori di violenza, che si differenziano sulla base del funzionamento psicologico e per la presenza di fattori di rischio specifici. Un esempio è il modello dell’Acceptance and Commitment Therapy (Zarling et al., 2019; Zarling & Russell, 2022), che ha dimostrato una riduzione della recidiva di reati connessi al maltrattamento. La Body Bridging Therapy (Block & Block; Tollefson & Phillips, 2015), ha ridotto la recidiva in una popolazione simile e ha avuto bassi tassi di abbandono.
Recentemente è stato sviluppato l’adattamento della terapia metacognitiva interpersonale (TMI, Dimaggio et al., 2019; 2024), un trattamento per i disturbi di personalità che ha ricevuto supporto empirico da varie ricerche in letteratura domestica.[14] La TMI focalizza l’intervento su alcuni dei fattori di rischio presenti in molti autori di violenza, ovvero la sintomatologia di base dei disturbi di personalità, gli schemi interpersonali maladattivi, la scarsa metacognizione, la disregolazione delle emozioni e la ruminazione rabbiosa. Questo modello è stato applicato con successo in una serie di casi studio (Misso et al., 2022; PaseƩo et al., 2021), uno dei quali appena uscito (Pasetto, Misso, Velotti, Dimaggio, 2025).
Siamo quindi ancora lontani dall’avere una risposta definitiva, posto che possa essercene una. Per questo è bene diffidare delle risposte semplici, sbrigative, e delle interpretazioni che spiegano il mondo intero sulla base di un unico elemento. Di sicuro abbiamo visto che nella violenza relazionale i fattori di rischio principali sono altri, e non il patriarcato, e che tutta la narrazione attorno a questo tema è distorta e incompleta. Ciò non vuol dire comunque eliminare l’opzione cultura, viviamo in un contesto socioculturale quindi nessuno nega questo influsso! Infatti è una delle cose che si osservano: il tipo di famiglia di origine, il gruppo dei pari ecc. Insomma le cose possono essere fatte di pari passo, però bisogna anche rendersi conto di cosa è prioritario: per prima cosa bisogna investire nella salute mentale e studiare accuratamente i fattori di rischio concreti, cioè cosa davvero si riscontra nei maltrattanti, fuori dalle riflessioni teoriche. Nel frattempo, questo non impedisce di fare educazione sulla parità di genere.
[1] Bohal et al, 2016.
[2] Bandura, 2001.
[3] Corvo&Johnson, 2003.
[4] Straus, Gelles&Steinmetz, 1980; Carrol, 1980; Gelles, 1974.
[5] Corvo, 2014.
[6] Holtzworth-Munroe&Stuart, 1994.
[7] Capaldi et al., 2012; Velotti et al., 2018, Doumas et al., 2008
[8] Capaldi et al., 2012; Clare et al., 2021
[9] Birkley&Eckhardt, 2015; Capaldi et al., 2012.
[10] Johnson & Leone, 2005.
[11] Manne, 2018.
[12] Babcock et al., 2016; Yakeley, 2022a.
[13] Babcock et al., 2016; Karakurt et al., 2019; Travers et al., 2021.
[14] Dimaggio et al., 2024.
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