Fame nel mondo: un problema senza fine

Ottobre 20, 2020
Attilio De Alberi
Per leggere questo articolo ti servono: 3minuti

La fame è uno dei più grossi problemi che parte dell’umanità deve affrontare praticamente ogni giorno, un problema che non esisterebbe se vivessimo in un mondo più giusto ed egualitario. E’ interessante, ed anche incoraggiante, notare che all’inizio di ottobre il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato all’agenzia delle Nazioni Unite nota come World Food Programme (Programma Mondiale per il Cibo).

Nella citazione per il premio Il Comitato Norvegese del Nobel ha fatto notare il legame che esiste tra la fame ed i conflitti armati, osservando che “la guerra ed il conflitto possono causare insicurezza sul cibo e la fame, proprio come la fame e l’insicurezza sul cibo possono causare conflitti latenti che fanno divampare e scatenano l’uso della violenza”.

Bisogna anche notare come durante la pandemia del Covod-19 il numero delle persone che soffrono di fame è drammaticamente aumentato. Secondo certe stime metà della popolazione mondiale ha un insufficiente accesso al cibo.

C’è poi un altro fattore da prendere in considerazione: se è vero che la guerra perturba la vita e conduce alla fame, anche le sanzioni unilaterali che gli Stati Uniti hanno imposto a trenta paesi, dall’Iran al Venezuela, portano a delle conseguenze negative nel campo della nutrizione.

E’ anche impossibile ignorare un altro fatto: la fame più endemica si può scatenare in posti che non sono teatri di conflitti armati – come l’India, per esempio – ma laddove c’è un’altra guerra strutturale in atto, una guerra senza armi, una guerra di classe.

L’anno scorso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite scelse il 29 settembre come International Day of Awareness  of Food Loss and Waste (Giornata Internazionale sulla Consapevolezza della Perdita e dello Spreco di Cibo). Non è stata data grande attenzione a questa giornata nel 2020. Rimane tuttavia un fenomeno preoccupante: secondo dati raccolti a partire dal 2011 un terzo del cibo prodotto a livello mondiale va perso o viene sprecato. Questa è la conseguenza di un sistema basato sul profitto, a causa del quale è meglio sprecare cibo che offrirlo attraverso sistemi di distribuzione pubblica agli affamati. Questa è una delle caratteristiche della guerra di classe.

Due noti epicentri della crisi mondiale della fame sono il Sud Sudan ed il Sudan stesso. Più della metà della popolazione del Sud Sudan, che ammonta a 13 milioni di persone, soffrono di fame a causa della guerra civile e delle estreme condizioni climatiche, mentre il numero di bambini che soffrono di fame acuta è raddoppiato, arrivando a 1,1 milioni di casi durante la pandemia. Inoltre ogni giorno almeno 120 bambini muoiono di fame in Sudan a causa della catastrofe economica nel campo dei sistemi di produzione del cibo ed in quello del commercio, come conseguenza dei lockdown. Il fatto che il Sudan si sia liberato del noto presidente Omar al-Bashir è stato un grosso passo avanti, ma non è stato sufficiente a risolvere il problema.

In molti paesi, dal Sudan all’India ed al Brasile o al Cile, la gioventù si dà da fare per cercare di risolvere questo tipo di problematica, soprattutto laddove i governi non intervengono per risolvere il dramma della fame, ma usano invece la violenza delle forze di polizia per reprimere chi si lamenta di tale situazione.

Inoltre la solidarietà popolare emerge nell’ambito delle comunità della classe lavoratrice, dedicandosi al mutuo aiuto e rispetto e creando organizzazioni che supportano la dignità della gente.

Questi gruppi progressisti mobilizzano i giovani per raccogliere e distribuire provviste, per creare dei legami con quelle cooperative nelle campagne che promuovono il cibo agro-ecologico e per lottare contro la violenza della polizia ed a favore delle riforme agrarie. In altre parole i giovani vengono mobilizzati per credere profondamente in un mondo in cui la miseria imposta dal sistema capitalista scompare.

Questo tipo di approccio potrebbe essere utilizzato proprio dal World Food Programme, il quale si basa troppo sulle monoculture e sulle catene di valori verticali tipiche delle corporazioni occidentali del cibo. L’opportunità di aver vinto il Premio Nobel potrebbe – e dovrebbe – dare al World Food Programme il coraggio di promuovere una produzione ed una distribuzione diversificata e locale del cibo, nel tentativo di risolvere il problema della fame nel mondo.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
SOSTIENI IL PROGETTO!
Sostienici
Quanto vale per te l’informazione indipendente e di qualità?
SOSTIENICI
NEWS