Come affrontare la crisi generata dal Coronavirus

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02/04/2020 Attilio De Alberi

Quella che l’intero mondo sta attraversando, ossia la crisi legata alla pandemia del Coronavirus, è una forma di tempesta a livello pratico e psicologico. A parte il timore di essere contaminati e addirittura di morire, esiste la problematica legata alla segregazione in casa, e quindi alla drastica riduzione dei rapporti umani. A questo si aggiungono i problemi di natura economica di cui molti soffrono vista la drammatica riduzione del lavoro, anche se molti hanno la fortuna di poter lavorare da casa.

In questo momento assai delicato della storia umana, The School of Life, il centro britannico di studi filosofici e psicologici propone una ricca serie specifica di attitudini che sarebbe utile prendere in considerazione.

La prima è quella dell’accettazione. Dobbiamo accettare il fatto che siamo una specie molto fragile che vive in un angolo ossigenato del vasto universo. Non siamo mai stati e mai saremo totali padroni delle nostre circostanze. Rimaniamo invariabilmente in balia di eccezionali ed incontrollabili forze alle quali dovremmo sottometterci con una certa misura di grazia.

Dovremmo poi fare delle concessioni. Dobbiamo concederci una forma di impotenza di fronte a certi eventi, comprendendo l’impotenza dei nostri cervelli, l’umiliazione inflittaci dalla natura, la nostra vulnerabilità di fronte alle assurdità della vita microbica.

Dovremmo lasciar perdere gli ideali di perfezione, di vite senza problemi e di traiettorie impeccabili. Dovremmo aspettarci – regolarmente – di essere colti di sorpresa da eventi inaspettati.

Dovremmo capire che non esiste una forma di persecuzione. Se c’è, non è stata portata avanti con noi in mente. Non siamo stati particolarmente selezionati. Possiamo essere delle vittime, ma non dei bersagli.

In questo contesto è anche importante l’amore. L’amore verso i nostri deboli compagni esseri umani. Dobbiamo porgere una mano verso i nostri vicini confusi e spaventati quanto siamo noi e costruire delle amicizie sulla base della sempre sorprendente e benedetta scoperta della nostra reciproca vulnerabilità.

Dobbiamo poi esser pronti a servire. Possiamo ottenere sollievo nella scoperta di quanto sia più ricco amare che essere amati, e quanto sia più gratificante servire che essere serviti. L’idea è di prendersi una “vacanza” dall’estenuante ricerca di autosoddisfazione in nome di un obiettivo infinitamente più facile: la rassicurazione ed il conforto che possiamo offrire agli altri.

Bisogna poi accettare una forma di pessimismo. Possiamo ottenere la pace della mente non aspettandoci e prevedendo il meglio, ma esaminando il peggio e trovando pace nelle sue più cupe e difficili nicchie. Dreniamo il terrore dai suoi aspetti non esaminati. Usciamo dalla paura.

E’ anche importante saper apprezzare certe cose, indipendentemente dal delicato contesto in cui ci troviamo. Potremmo apprezzare il canto di un uccello, i disegni fatti da un bambino sotto i sette anni, delle palme, dei limoni ed i ricordi di spiagge e di abbracci.

Nonostante tutto quello che succede dobbiamo continuare a ridere. Ridere dell’assurdità di quanto succede, insistendo su una forma sprezzante di humour.

Dobbiamo poi essere in grado di perdonare noi stessi: perdonarci per la nostra inabilità ad essere esattamente come vorremmo essere, e calmi ed intelligenti come speriamo di essere. In pratica, è normale (e quasi assennato) essere dementi la maggior parte del tempo.

Non bisogna poi trascurare i piccoli piaceri quotidiani. L’idea è di prendere una giornata alla volta, apprezzando modesti piaceri come la vista di bei fiori, il cioccolato, un bagno caldo e pesanti battute con amici che non si fanno scioccare.

Proveniamo, dopo tutto, da una specie che in solo poche centinaia di migliaia di anni ha raggiunto un’impressionante comprensione dell’esistenza, ha costruito delle stupende macchine ed ha imparato a pensare di sé stessa come responsabile ed in controllo. Forse abbiamo bisogno di accettare che in certi momenti possiamo sentirci spaventati e, temporaneamente, molto, molto piccoli.

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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