La farsa Trump-Netanyahu sui rapporti Israele-Palestinesi

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03/02/2020 Attilio De Alberi

La settimana scorsa, accompagnato da grandi fanfare mediatiche, il presidente Trump, insieme a Benjamin Netanyahu, ha annunciato il cosiddetto Accordo del Secolo, ossia un accordo di pace offerto ai palestinesi per porre fine alla storica tensione tra costoro e lo stato di Israele.

Ma guardando con attenzione questo accordo è ben chiaro che si tratta di una gigantesca farsa, usata anche per fini di propaganda elettorale sia da Trump – coi suoi problemi legati all’impeachment – che da Netanyahu. Non è infatti un caso che l’annuncio sia stato fatto poche ore dopo che Netanyahu è stato incriminato formalmente per corruzione a Gerusalemme, e che quindi questa proposta trumpiana possa aiutarlo a vincere di nuovo le elezioni a marzo, evitando quindi la galera.

La prima cosa da osservare su questo “accordo” è che è stato raggiunto senza la presenza di alcun rappresentante palestinese. Quindi più che un accordo di pace si tratta di una proposta lanciata dagli USA insieme al suo grande alleato, soprattutto nell’era di Trump, ossia Israele, affinché i palestinesi si arrendano a quella che è ormai una forma evidente di Apartheid.

In pratica la proposta implica la totale annessione da parte di Israele dei territori nel West Bank, ossia nella valle del Giordano (nota anche come Cisgiordania) già da tempo occupati, offrendo ai palestinesi solo il controllo locale di isolati Bantustan (n.d.r. tale termine si riferisce ai territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano nell’epoca dell’apartheid.)  circondati da territorio israeliano.

L’annuncio del piano di 180 pagine redatto da assistenti di Jared Kushner, il genero di Trump e vecchio amico di famiglia di Netanyahu, è stato organizzato come una celebrazione, una specie di rally elettorale con il presidente USA ed il Primo Minsitro israeliano che si vantavano per ciò che avevano ottenuto per Israele, in una stanza piena di sostenitori di estrema destra dello stato ebraico, tra cui il magnate Sheldon Adelson, repubblicano e gran donatore a favore del Likud, il partito di Netanyahu, e che ha speso milioni di dollari per far eleggere entrambi i leader.

Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che non molto tempo fa Trump aveva dato il suo appoggio a Netanyahu, proprio in tempo di elezioni in Israele, riconoscendo l’annessione delle alture del Golan. In questa più recente occasione ha offerto al Primo Ministro israeliano in difficoltà un podio dal quale fare un annuncio in cui sono state elencate le condizioni di pace, che in realtà sono richieste di una resa per i palestinesi.

Le richieste sono state le seguenti: il riconoscimento di Israele come stato ebraico, la cessione dell’intera vallata del Giordano, il disarmo di Hamas e l’abbandono della speranza di ritorno dei rifugiati fuggiti dalle proprie case in Israele e di una capitale nella Old City di Gerusalemme.

“Il tuo piano di pace offre ai palestinesi un cammino verso un futuro stato,” ha detto Netanyahu a Trump, aggiungendo però “So che ci potrà volere molto tempo per raggiungere la fine di quel cammino: potrebbe volerci anche molto tempo per arrivare all’inizio di quel cammino.”

Ed infatti Tareq Baconi, analista del Crisis Group ha osservato: “Il piano crea dei parametri che sono impossibili da accettare per i palestinesi, ed effettivamente fornisce ad Israele un piano per sostenere la realtà del singolo stato che esiste sul terreno.”

Tale impressione è stata in qualche modo ripetuta da Hagai El-Ad, direttore esecutivo di B’Tselem, un gruppo israeliano di difesa dei diritti che conduce un monitoraggio sull’occupazione. “Ciò che viene offerto ai palestinesi ora non sono diritti o uno stato, ma una permanente situazione di Apartheid. Nessuna quantità di marketing può cancellare questa vergogna od offuscare i fatti.” El-Ad ha poi aggiunto: “La realtà sul terreno è già una di pieno controllo israeliano dell’intera area tra il fiume Giordano ed il Mediterraneo, e di tutti coloro che ci vivono. E’ la realtà di uno stato inerentemente non democratico”.

Ed infatti non c’è da sorprendersi se l’accordo lanciato da Trump e Netanyahu è stato rifiutato non solo dagli attivisti per i diritti palestinesi, sia nella regione che all’estero, ma anche dal presidente palestinese Abu Mazen.

Abu Mazen ha partecipato sabato ad un vertice di emergenza della Lega Araba al Cairo, coerentemente con la ricerca di un appoggio arabo contro il “piano di pace” lanciato da Trump. Ma i paesi arabi, specialmente le monarchie del golfo, stanno dando un appoggio relativamente blando alle ragioni dei palestinesi, e gli Emirati hanno addirittura apprezzato l’iniziativa american. Secondo gli analisti la riunione della Lega Araba al Cairo non porterà all’attuazione di misure concrete.

Non c’è da sorprendersi se invece l’accordo ha suscitato grande entusiasmo tra gli israeliani, compresi i coloni delle enclave in Cisgiordania, che dopo aver inizialmente rigettato l’idea di uno stato palestinese, poi si sono ravveduti ed hanno abbracciato il piano trumpiano.

Infatti, se da un lato il piano prevede l’astensione da parte di Israele dall’espandere queste colonie per i prossimi quattro anni, dall’altro lato i leader degli insediamenti pensano che l’applicazione della sovranità israeliana su gran parte della Cisgiordania permetterà costruzioni più rapide, non più dipendenti dall’approvazione da parte del Ministero delle Difesa, richiesta finora dalla legge militare per i territori occupati.

In conclusione questa farsa di “accordo di pace” altro non è che un’ulteriore imposizione israeliana nei confronti dei palestinesi, che, al di là delle proprie rimostranze e del relativo appoggio arabo rimangono in uno stato di grande debolezza nei confronti dello stato ebraico.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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