Intervista a Bonomo: il futuro è dei creativi, non di chi sa usare i tool

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23/08/2019 Germano Milite

Pietro Bonomo ama definirsi un ex agente operativo del Digital Marketing, orientato al mercato internazionale degli e-commerce e del business design. Oggi è CEO di Viral Octopus, società svizzera composta da un pool di grandi menti e visionari, che si prefigge l’obiettivo ambizioso di unire i migliori professionisti del digitale, accuratamente selezionati attraverso dei rigorosi skill test tecnico e psico-attitudinali. Il tutto, per favorire la diffusione del remote working a livello globale puntando all’eccellenza.

Come sta il marketing, oggi?

Su Viral Octopus abbiamo fatto questa domanda al professor Malcom Mcdonald (l’inventore del piano marketing) e lui ha risposto così: le scuole, oggi, non sono in grado di insegnare marketing e per un motivo molto semplice: le paghe dei docenti universitari sono troppo basse, rispetto a ciò che si può guadagnare facendo consulenze in grandi aziende. Quindi, almeno il marketing che possiamo definire “accademico”, sta abbastanza male. Non evolve abbastanza rapidamente, non riesce a coltivare abbastanza nuovi talenti ed anzi rischia addirittura di soffocarli, soprattutto in contesti come quello italiano. 

Aggiungo poi che oggi il marketing è spesso raccontato attraverso post, podcast, eventi e dirette di egoiche superstar, arroganti ed aggressive, ossessionate dalle vanity metrics. In generale io non mi fido molto di chi è troppo presente sui social, con continui post e commenti. 

Perché?

Perché, per me, le competenze sono inversamente proporzionali al tempo che spendi personalmente sui social per auto-promuoverti. Per carità: qualche eccezione c’è ed è giustissimo produrre contenuti per poi condividerli. Parlare di ciò che si fa e trasferire conoscenza. Lo faccio anche io, ogni volta che posso. Ma in generale diffido di chi fa collezione di like traducendo e diffondendo contenuti inglesi che vengono spacciati come frutto di sue elucubrazioni esclusive, riuscendo appunto ad avere una presenza online quasi compulsiva.

Come stanno invece Facebook e Google?

Per me è peggiorata la qualità media dei contenuti e di chi questi contenuti li commenta (del resto è inevitabile, quando arriva la massa), però penso che al contempo Facebook, cosí come le altre piattaforme, non è più un social media o un social network. Oramai si è trasformato in uno “strumento” di vita quotidiana, in grado di fornire ogni tipo di servizio. Inoltre la scelta dei servizi da fornire sarà sempre più precisa grazie alla raccolta di una mole incredibile di dati. Basta pensare al fatto che questi dati, dopo essere stati elaborati dalle intelligenze artificiali, sono in grado di predire quale sarà il servizio che gli utenti vogliono. Stessa cosa per il targeting delle pubblicità. Stessa cosa Google, o meglio alphabet che però, a differenza di Facebook, esulta dalla semplice comunicazione, ma raccoglie informazioni che vengono utilizzare per disintermediare numerosi mercati, dalla guida autonoma all’healthcare. Oggi, se immaginiamo il mondo come un gigante sim city, gli Dei si chiamano Google, Facebook, Amazon in occidente, Alibaba, WeChat, Baidu in oriente.

E cosa pensi di questa voracità delle Big Company?

Questa non è una cosa che mi piace, per esempio. Per nulla. Ora abbiamo di nuovo degli imperatori in giro per il mondo, se ci rifletti: sono americani e cinesi, con i loro feudi e le loro guerre tecnologiche, che noi subiamo come sudditi abbastanza inermi. Oggi sembra impossibile creare un nuovo Facebook, senza che Facebook ti acquisisca prima. Idem per Google o Amazon o qualsiasi altro colosso della Silicon Valley.

Quindi è tutto bloccato in posizioni dominanti inamovibili?

Beh ora sì, ma per un futuro non credo lontano dipenderà tutto da come si romperà il mondo. Perché il mondo si sta rompendo, direi prima di tutto per il controllo dei dati e le policy di tutela e privacy ad essi connesse. La nuova guerra mondiale è e sarà questa, in effetti: uno scontro tra chi vuole centralizzare i dati e chi li vuole decentralizzare, quindi tra capitalisti ed anarchici. I primi vogliono un bene (i dati, appunto) che sia scarso e difficile da ottenere, ergo monetizzabile nel miglior modo possibile. Gli altri vorrebbero che questo bene prezioso (di recente ha superato il petrolio, come valore) fosse a disposizione della collettività, ergo di scarso valore ed interesse per chi oggi ci fa soldi. Chi vincerà? La storia recente pare non dare molto spazio a colpi di scena, ma credo si immagini da che parte mi trovo e per chi farò il tifo. 

Ti fidi del futuro, come lo vedi?

La generazione “giusta”, almeno secondo me, quanto ho letto, studiato e vissuto sulla mia pelle, è quella dei nati dal 2010 in poi. Una generazione che si preoccupa di etica, solidarietà e ricostruzione di un mondo consumato e distrutto dalle generazioni precedenti. Parliamo di ragazzini che di solito non sono interessati ad andare allo Zoo o al circo con gli animali, che hanno secondo me una sensibilità umana differente rispetto a quella di chi li ha preceduti. Chiaro che io stia per forza di cose generalizzando, chiaro che del marcio così come del buono c’è e sempre ci sarà in ogni generazione, ma ho fiducia in quest’ulima che vedo crescere con valori tendenzialmente diversi e più profondi; meno ossessionati dai soldi.

A tal proposito, il premi Nobel Angus DeatonDaniel Kahneman hanno diffuso quello che poi è diventato un celebre studio sulla felicità. Di fatto, è il più lungo della storia: per lui, superati i 65.000 euro di entrate all’anno, non sarai più felice in base a quanto crescerà il tuo reddito, ma in base a che tipo di relazioni umane riuscirai ad intessere. E le nuove generazioni saranno più orientate a questo tipo di approccio, credo e soprattutto spero. Del resto, accumulare soldi come unica ragione di vita, è ciò che ci ha portato molti più danni che benefici. 

Come ti immagini il digital marketing tra 10 anni

In primis, io ho difficoltà a dividere marketing e digital marketing, perché il digitale è solo un altro canale di promozione, con dei tool annessi. Piattaforme come Facebook tenteranno sempre più di disintermediare i professionisti, ovvero quelli che io chiamo i “monovali del marketing” (esempio: i vari Facebook Ads Specialist, gli influencer ecc), che sono destinati a diventare commodity e quindi sempre meno pagati. Il lavoro “future proof”, per me, resta quello della creatività, che è molto difficile da far riprodurre ad una macchina, almeno nell’arco dei prossimi 10 anni (ma direi anche 20 o 30). Il punto è che, a mio avviso, quasi tutti possiamo essere creativi se siamo in grado di empatizzare, di metterci nei panni altrui, di immaginare vite di altri e soluzioni a problemi non nostri, che magari dobbiamo ancora affrontare. E non è un caso, ad esempio, che Accenture acquisisca per 475 milioni Droga5, che è appunto una società di creativi puri, per definizione quindi non scalabile .

Il marketer di successo è quindi colui che è prima di tutto connesso con la sua creatività, allenato alla creatività; consacrato alla creatività in ogni momento del suo percorso professionale. Del resto, in un modo sempre più popolato da “distratti cronici” continuamente bombardati da chi vuole la loro attenzione, chi è utile se non chi sa come catturare tale attenzione, al di là dei tool e delle piattaforme a supporto che si possono utilizzare per riuscirci?

Quindi si può insegnare la creatività?

Certo, ma è un questione di allenamento del cervello, non tanto di insegnamento. E deve essere un allenamento da fare fin da piccoli, senza però fermarsi mai. Poi occorre naturalmente ritagliarsi tempo per hobby, passioni e quindi esplorazione di cose che sono distanti dalla quotidianità del nostro lavoro. E bisogna vederlo come un investimento, questo tipo di attività collaterali, non come un semplice rilassarsi e/o distrarsi dal lavoro. Io ad esempio alleno la mia creatività surfando o facendo ju jitsu brasiliano. 

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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