Elezioni europee: alcune riflessioni sui risultati

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28/05/2019 Attilio De Alberi

Finalmente, dopo tanta tensione e dopo una campagna elettorale continua, si sono svolte le elezioni europee e la prima cosa da notare è che, a parte paesi come l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, l’Ungheria e la Polonia, le tradizionali forze popolari, liberali e centriste sono riuscite in qualche maniera a mantenere un argine contro quelle sovraniste, nazionaliste e xenofobe.

Al tempo stesso, c’è da osservare un generale calo dei partiti socialdemocratici, con l’eccezione di Spagna, Olanda, Danimarca e Malta. In particolare, la Grecia ha visto l’affermarsi del partito conservatore Nuova Democrazia che ha superato Syriza, partito al potere, ed il suo leader Tsipras ha quindi deciso di chiamare nuove elezioni.

Notare poi l’affermarsi, soprattutto in Germania ed in Francia dei Verdi, il che dice qualcosa sulla crescente coscienza ecologica sul continente.

Naturalmente c’è poi da considerare quello che è successo nel Bel Paese, laddove, come si poteva prevedere, la Lega di Salvini si è affermata come primo partito, mentre il Movimento Cinque Stelle, che aveva vinto le lezioni del marzo scorso, è stato superato da un Partito Democratico in qualche modo rinforzato dalla nuova leadership di Nicola Zingaretti, che ha lavorato per riunire le forze della sinistra. Bisogna aggiungere anche la conquista leghista del Piemonte, non più nelle mani del PD di Chiamparino.

Naturalmente, dopo tale e tanto risultato c’è ora da vedere fino a quando il presente governo giallo-verde riuscirà a sopravvivere, magari con il M5S in una posizione fatalmente subalterna, dopo il ben noto circo di battibecchi tra i due alleati che ha riempito le cronache negli ultimi mesi, ed il tentativo da parte di Di Maio di spostare il suo movimento dalla destra, al centro, alla sinistra.

Discute di tutto questo con YOUng Nadia Urbinati, nota politologa e docente presso la Columbia University a New York.

 

L’INTERVISTA

 

Qual è stata la tua reazione ai risultati delle elezioni europee?

Secondo me le elezioni europee hanno due esiti analizzabili, uno europeo ed uno italiano.

Guardiamo prima quello europeo in generale.

Quello europeo non è negativo come quello italiano. I partiti europeisti, cioè quelli popolari, liberali e socialdemocratici, oltre ai verdi, che faranno senz’altro una coalizione, rappresentano la continuità dell’Unione Europea, un bastione contro i picconatori sovranisti, che rappresentano decisamente la destra e raramente la sinistra – il francese Melenchon è stato un disastro. E quindi direi che le elezioni europee, in sostanza, sono state un campanello d’allarme molto evidente dal quale le forze, che si sono in qualche modo affermate, saranno indotte a mettere un riparo.

Come?

Si spera che questo risultato riesca in qualche modo a rimpicciolire la destra e a far cambiare passo gli europeisti. I quali dovranno smettere di pensare che l’Unione Europea sia identificabile con un’impostazione ordoliberalista, che magari funziona bene in alcuni paesi, ma che affama gli altri. Dovranno anche smettere di usare la UE per fare gli interessi dei propri rispettivi stati, e quindi dovranno avere una visione più unitaria e più europea. E poi si spera che mettano in campo una politica che sia più coerente coi principi fondativi dei trattati dell’unione, soprattutto nel campo dei diritti umani e della solidarietà sociale. Queste forze, anche se hanno perso consenso, insieme possono – e secondo me sarebbe urgente che lo facessero – tenere i sovranisti in un angolo.

Però c’è da notare che le forze socialdemocratiche, a parte pochi paesi, appaiono indebolite, mentre quelle forze più radicali di sinistra che da tempo si oppongono fortemente all’ordoliberalismo in favore di una più equa distribuzione della ricchezza non hanno guadagnato più di tanto elettoralmente.

Lo so, però tra le forze che si sono opposte ai sovranisti, cioè i popolari, i liberali, i socialdemocratici ed i verdi, c’è un dato interessante: primo, è vero che i popolari ed i socialdemocratici sono diversi, ma rispetto ai temi della solidarietà sociale e nelle politiche di aiuto sociale sono vicini, non opposti. Poi è anche vero che i liberali, soprattutto i tedeschi, e questo è molto importante, hanno espresso l’intenzione di avviare una politica fiscale contro le multinazionali, e quindi anche di aggredire i paradisi fiscali dentro l’Europa medesima. Quindi mi aspetto che queste cose emergano con più forza. Se non succedesse questo, i sovranisti, nei prossimi cinque anni potrebbero rendere tutti i paesi europei un teatro di nazionalismo radicale. Non sono un’ottimista sciocca; dico solo che c’è, in questo esito elettorale, un campanello d’allarme chiarissimo. Diciamo che queste elezioni europee sono come uno scrigno dal quale si possono ricavare potenzialità positiva.

E’ stato al tempo molto interessante l’affermarsi dei verdi, soprattutto in Germania. 

Sì, però bisogna ricordare che i Verdi tedeschi non sono come noi li rappresentiamo, nel senso che sono molto comunitari e culturalmente anche conservatori. Sono anti-consumistici, con una visione della vita comunitaria e una morale fondata sull’auto-censura delle pulsioni epicuree. Insomma, una visione quasi teologica della vita, pura e buona. Quindi ci sono vari tipi di Verdi, e alcuni di loro possono essere molto integralisti.

Passiamo al teatro politico italiano…

In queste elezioni europee la parte italiana è stata terrificante, ma prevedibile. Quello che è successo era già scritto. Chi ha realmente perso queste elezioni è stato il M5S e questa sconfitta si chiama “voltagabbanismo”, opportunismo radicale, saltare di qua e di là, secondo dove l’utile tira. Quindi, questa visione, senza un costrutto che sia riconoscibile, ha reso i pentastellati insopportabili a molti.

E’ possibile che una parte dei voti che una volta erano andati al M5S siano ora confluiti nel Partito Democratico?

Non sono sicura, e se ciò è avvenuto sono stati pochissimi. Se noi guardiamo bene, il Partito Democratico prende i voti che prende perché unisce insieme i fuoriusciti (Liberi e Uguali ed Articolo 1), ai suoi voti, ed i voti che aveva ottenuto nelle ultime elezioni politiche. Non credo che abbiamo incamerato tanti voti pentastellati. Ha quasi ragione Di Maio a dire che l’astensionismo è quello che li ha puniti. In realtà la non partecipazione al voto è una punizione. Mi sembra che i 5Stelle abbiamo rimpinguato le casse della Lega non del Pd.

Perché hanno perso?

Innanzitutto per aver fatto guerra intestina contro l’alleato di governo dopo aver votato il non-votabile dentro il governo. Poi a partire da fine aprile, quando hanno visto che le cose cominciavano a girare male, con il neo-fascismo, Casa Pound, l’attacco alla Resistenza, allora si son messi a fare la sinistra, ed hanno cominciato ad attaccare l’avversario leghista. E Salvini ha capitalizzato su questo atteggiamento. In una recente intervista a Bruno Vespa l’ha detto chiaramente: abbiamo ricevuto attacchi ingenerosi. Il vittimismo l’ha premiato. Quindi il M5S ha trasformato queste elezioni in un plebiscito contro/per Salvini. L’abbiamo già visto nel 2016 quanto sia sciocco trasformare un evento elettorale o referendario in un plebiscito per una persona.

La domanda, spesso ripetuta nei vari talk show, rimane la stessa: questo contratto giallo-verde fino a quanto durerà?

non lo so, però, secondo me non conviene, in questo momento, a Salvini, a meno che voglia mettersi nelle braccia di Berlusconi, ovvero moderarsi e accettare l’annacquamento liberale. Non credo lui lo voglia. Allora, siccome Salvini non è uno sprovveduto, se vuole ottenere un’erosione ancora maggiore del suo avversario, gli conviene rimanere al governo ancora per un po’, e fargli digerire tutti quei rospi che lo renderanno ancora più debole.

Per esempio?

Il rospo della TAV, il rospo della Flat Tax, che significa togliere i soldi ai progetti sociali più o meno interessanti che aveva in mente il M5S, e via di seguito. Cioè Salvini detta l’agenda.

Quindi il M5S ritornerà più che mai in una posizione di subalternità…

Esatto. E questa a Salvini conviene perché rende l’avversario veramente inesistente, e quindi col tempo potrà confrontarsi col suo vero nemico, cioè il PD, da una posizione di forza. Perché se Salvini riesce ad azzerare, o comunque ad indebolire il M5S, fa svanire anche una possibilità (forse remota, ma comunque esistente) di un’alleanza con il PD.

Al tempo stesso, tu hai detto che una coalizione di destra che includa Berlusconi sarebbe un po’ difficile da avere.

Sì, secondo me è difficile perché, a questo punto, paradossalmente, Salvini è più libero nelle sue posizioni intransigenti di destra quando si confronta col M5S che quando si confronta con Berlusconi, che avrebbe una qualche capacità di moderarlo. E quindi credo che lui non voglia rischiare questa moderazione. Oltre tutto, gli conviene avere un avversario al di fuori dalla sua tradizione, perché può rafforzarsi di più. Se invece si mette insieme anche a Fratelli d’Italia, uno dei due fagocita l’altro. Quindi non conviene ancora a nessuno dei due destrorsi. In sostanza, penso che il governo andrà ancora avanti, anche perché c’è la finanziaria, a meno che il M5S faccia il gioco radicale e dica: no, piuttosto che arrivare a sotto il 10% noi usciamo prima, e andiamo alle elezioni anticipate, oppure intercediamo con Mattarella affinché dia a noi, partito di maggioranza nelle ultime elezioni, la palla di ritorno per fare un altro governo, magari in alleanza con il PD (o con il suo appoggio esterno). Per fare questo troppo deve succedere, e comunque già troppo è successo. Non credo quindi che ce la facciano.

E’ proprio un bel casino…          

E’ un casino che però prepara il selciato per una destra fortissima. Ecco il grande capolavoro di Renzi, che voleva stare a guardare mangiando i pop-corn, e che ha reso possibile un governo che in fin dei conti ha certamente indebolito il M5S, come a lui piaceva, ma ha anche portato al potere una destra con un linguaggio violento, pesante e xenofobo. A lui l’altro Matteo deve tanto.

Ma al tempo stesso, a livello europeo, visto che i partiti tradizionali hanno in qualche modo mantenuto la loro forza, potrà comunque esistere una barriera contro il sovranismo di leader come Salvini, Le Pen ed Orban.

Credo che a questo punto, se non sono così bevuti e stupidi, quelli che hanno vinto, anche se risicatamente, dovranno capire che hanno in mano questa grande opportunità, e se la sanno usare bene potranno raggiungere due obiettivi: indebolire il sovranismo a livello europeo ed indebolirlo a livello nazionale. Bisogna capire questo: i sovranisti non vogliono uscire dall’Europa e non sono anti-europei nel senso classico del termine. Il 15 maggio scorso, quando è venuta a Milano, Marine Le Pen ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera, e ha detto, in pratica, che i sovranisti vogliono un’Europa confederata, ovvero un’associazione volontaria di stati per fare insieme cose che convengono a tutti, come trattare l’immigrazione con una polizia comune alle frontiere. Punto e basta.

Secondo l’associazione Wu-Ming di Bologna l’astensionismo ha avuto la sua importanza nelle elezioni europee, e quindi solo fino ad un certo punto si può parlare di una vittoria di Salvini, proprio perché molte persone si sono rifiutate di andare a votare.

Questo è un pessimo argomento perché noi sappiamo che nelle democrazie elettorali chi non è andato a votare non fa testo: chi decide e chi opera sono quelli che votano. Certo, il 50% non è andato a votare, ma noi non sappiamo a cosa corrisponde questo 50%. Potrebbe corrispondere a gente che è andata in vacanza, o che si è ammalata o qualcos’altro.

Il contro-argomento potrebbe essere che molte di queste persone non si identificano in nessun partito in corsa elettorale.

E allora votassero con una scheda bianca, o annullando la scheda (che sarebbe ancora meglio). Se tu se vuoi che il tuo astensionismo mostri una consapevolezza politica, allora devi andare a votare, comunque.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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