Evoluzione e contraddizioni dei Gilet gialli

Febbraio 19, 2019
Attilio De Alberi
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Da parecchie settimane, 14 ormai, le dichiarazioni e le azioni dei gilets jaunes attraggono l’attenzione dei politici e dei media, e non solo in Francia. Ogni sabato ci sono dimostrazioni in piazza con il solito numero di feriti. Il movimento dei gilet gialli, nato come protesta per i prezzi del carburante, ha esteso il suo attacco al governo di Macron su altre questioni non da poco, come la progressività fiscale, i danni creati dalla privatizzazione dei mezzi di trasporto e dalla delocalizzazione, ed in generale la distribuzione della ricchezza.

 Si tratta di un fenomeno decisamente variegato nella sua composizione, comprendendo elementi sia di sinistra che di destra, moderati e violenti. Ed a proposito di destra, a parte l’appoggio di Marine Le Pen, fonti autorevoli hanno fatto notare che nel movimento esistono consistenti infiltrazioni attraverso i social da parte dell’AltRight (la Destra Alternativa USA), interessata ad espandere la sua influenza ideologica oltreoceano.

A conferma della varietà di elementi appartenenti al movimento, nella giornata di sabato, durante l’ennesima dimostrazione a Parigi, un gruppo di gilet gialli ha attaccato per strada Alain Finkielkraut, noto filosofo ed accademico ebreo di 69 anni, con epiteti chiaramente anti-semiti.

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In particolare, uno dei leader dei gilet gialli – notare che non esiste un leader unico – Cristophe Chalençon, proprio quello recentemente incontrato a Parigi da Di Maio e Di Battista, in un’intervista a Piazzapulita su LA7, ha rivelato l’esistenza di gruppi paramilitari di appoggio al movimento e ha azzardato la possibilità di una guerra civile, augurandosi la ghigliottina al presidente Macron. Chiaramente non si sa se si tratti di una realtà effettiva o di una smargiassata. Dopo esser già stato ampiamente criticato per aver incontrato Chalençon, a seguito di questa intervista, Di Maio ha fatto un passo indietro dicendo di non voler appoggiare elementi violenti nell’ambito dell’arcipelago gilets jaunes.

Intanto il governo francese, a parte l’uso della forza per controbattere le dimostrazioni in strada di ogni weekend da parte dei gilet gialli, sta studiando modi per soddisfare le richieste del movimento. Tutto questo mentre, secondo i sondaggi, il tasso di consenso a Macron è sceso drammaticamente.

Vale la pena notare che dopo l’iniziale entusiasmo della popolazione francese nei confronti del movimento, ora comincia ad avvertirsi una certa stanchezza, e secondo un recente sondaggio più del 50% dei francesi hanno dichiarato il loro malessere specie per le manifestazioni violente del movimento.

Parla di questo fenomeno con YOUng Ignazio Masulli, già docente di Storia del Lavoro presso l’Università di Bologna.

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 L’INTERVISTA

Questo fenomeno dei gilets jaunes appartiene un po’ alla tradizione storica francese a cominciare dai sanculotti della Rivoluzione Francese, alla Comune di Parigi ed al ’68…

Sì, appartiene alla tradizione storica del paese. L’immediato precedente è il movimento Nuit Debout, e senza andare troppo indietro nel tempo, abbiamo varie reazioni di movimenti operai e di studenti. Ad esempio, quello che nel 1993 costrinse il governo Balladur a ritirare la proposta riguardante le cosiddette “politiche attive del lavoro” che, in realtà, ne aumentava la precarietà. Tre anni dopo, un altro movimento, appoggiato dalla CGT e FO, ebbe ragione del piano Juppé, che prevedeva ulteriori restrizioni del welfare e dei diritti del lavoro. Nel 2003, di nuovo, un movimento composto soprattutto da giovani e studenti obbligò il governo Raffarin a rinfoderare un provvedimento che aggravava le condizioni di lavoro. Molto dura, ma non vittoriosa, fu lotta contro i provvedimenti di “ritorno al lavoro” varati da Sarkozy nel 2008. E’ chiaro che esiste una certa tradizione francese in questo senso.

In un suo articolo lei mette il movimento dei gilets jaunes allo steso livello di fenomeni come gli Indignados e Occupy Wall Street…

In realtà sono paragoni che si possono fare solo fino ad un certo punto. Ciascuno di questi fenomeni ha la sua peculiarità. Ciò che mi sembra confrontabile e degno d’interesse è che si tratta di movimenti nati attraverso un’auto-organizzazione dal basso e capaci di conservare un certo grado di spontaneità. Sottolineerei anche gli strumenti forniti da internet di cui si sono valse queste forme di auto-organizzazione.

Qualche altra caratteristica comune?

Un altro aspetto che reputo interessante è che si tratta di movimenti che, partiti da un obiettivo iniziale, hanno visto convergere varie spinte e motivi di lotta di altri soggetti sociali che si sono associati a loro.

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Siamo d’accordo che il movimento dei gilets jaunes è una realtà piuttosto frastagliata, nel senso che comprende sia gente di sinistra che gente di destra, e da questo punto si parla di un’infiltrazione dell’AltRight americana.

Indubbiamente è così. Il problema non è nuovo. Questo vale non solo per questo movimento, ma per movimenti simili in altri paesi. I movimenti spontanei dal basso sono abbastanza vulnerabili da questo punto di vista.

In che senso?

Sono facilmente infiltrabili, e possono essere strumentalizzati da chi voglia condizionarli o, addirittura, deviarli. Ad esempio, non è raro che gruppi violenti facciano, appositamente, degenerare le manifestazioni per compromettere l’immagine del movimento di fronte all’opinione pubblica.

Al tempo stesso si è notato, statisticamente, un progressivo calo nella partecipazione tra i gilets jaunes

E’ un fatto che si può dare per scontato, nel senso che o questi movimenti riescono a coagulare, nel senso di approdare ad una sintesi politica che permetta loro di consolidarsi ed affermarsi durevolmente, oppure è inevitabile che, prima o poi, si disperdano.  Al tempo stesso, però, bisogna porre attenzione ai fenomeni per così dire “carsici”.

Ossia?

Prendiamo ad esempio l’esperienza di Occupy Wall Street. Ad un certo punto il movimento sembrava essersi arenato. Ma poi, inaspettatamente, l’abbiamo visto riemergere, quando gruppi significativi di suoi militanti si sono aggregati alla campagna elettorale di Bernie Sanders durante le primarie del Partito Democratico USA contribuendo ad una sua significativa affermazione. Altri giovani militanti in vari movimenti hanno favorito uno spostamento a sinistra della SPD tedesca, mettendo sul piatto l’ipotesi di un distacco dalla Grosse Koalition con la CDU.

Ma come vedere la reazione dell’establishment politico rappresentato da Macron?

La reazione è stata decisamente d’allarme. Il che è apparso chiaro anche dai commenti preoccupati di molta stampa francese fin da metà di dicembre. Ad inquietare sono state soprattutto alcune novità di questo movimento, il fatto che in esso convergessero vari motivi di protesta e il rapido espandersi del consenso, specie nella fase iniziale. Non a caso, Macron ha dovuto intavolare un dialogo con questo movimento antagonista, dialogo che sta incontrando diverse difficoltà. Si vedrà come procede: tutto questo è imprevedibile. Tuttavia si può dire che diversi esponenti dell’establishment hanno manifestato una certa disponibilità a fare concessioni.

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Se un certo numero di concessioni venissero fatte il movimento dovrebbe quindi calmarsi ed istituzionalizzarsi in qualche maniera…

Sì, può darsi. Ma finora l’atteggiamento è stato quello di insistere e di resistere sulla questione di fondo.

Quale?

La messa in discussione dei modi tradizionali della rappresentanza.

Quindi, che i gilet gialli rimangano in strada a dimostrare o no, rimarrà sempre una certa rappresentanza con certe richieste e certe critiche alla politica governativa.

Penso di sì, ma c’è un rischio che i gilets jaunes stanno visibilmente correndo: il fatto che si frastaglino e sorgano vari gruppi al loro interno organizzati con modalità e finalità politiche tradizionali. Un frastagliamento che potrebbe anche portare allo sgonfiarsi del movimento.

E che dire, per esempio, delle dichiarazioni violente di Cristophe Chalençon sull’esistenza di gruppi paramilitari a supporto del movimento e dello sbocco in una guerra civile?

Detta così mi pare un’esagerazione. Ma quello che trovo interessante dal punto di vista politico è la convergenza di varie forze. Come diversi sono i fronti di lotta. A cominciare da quello contro le controriforme di Macron in materia fiscale, tutte favorevoli ai ceti più abbienti (vari meccanismi di defiscalizzazione, abolizione della tassazione progressiva sui redditi, cancellazione dell’imposta patrimoniale, facilitazione di crediti alle imprese e altri). Al governo si contesta anche la completa inerzia di fronte alla crescente delocalizzazione produttiva all’estero, che è tra le principali cause della disoccupazione. Altri motivi dello scontro riguardano il peggioramento delle condizioni di lavoro, con diminuzione dei redditi e aumento della precarietà, il basso rendimento di molti lavori autonomi, la dilatazione delle fasce di lavoratori poveri. Va, inoltre, sottolineato il protagonismo del movimento femminile. Si tratta di una componente importante di questo movimento e che porta al suo interno istanze specifiche, quali la lotta contro le diverse sperequazioni di genere, nonché contro i tagli che colpiscono i servizi sociali che interessano le donne e la loro possibilità di lavoro. E poi se ne sta profilando un’altra.

Quale?

Gli studenti che stanno lottando contro il cambiamento climatico, che a mio parere è la battaglia delle battaglie, la principale per ciò che riguarda il nostro futuro. Gli studenti manifestano anche in altri paesi per ottenere un impegno serio dei governi su questo problema vitale. In Francia trovano un forte movimento, già plurale, nel quale possono confluire.

Come si può definire il nocciolo di fondo di questa lotta?

Si tratta di una grande contraddizione che il movimento dei gilet jaunes mette in evidenza: da un lato le retribuzioni calano, diminuiscono le garanzie normative sul lavoro, la precarietà cresce ed insomma la vita diventa più difficile per la maggioranza della popolazione; dall’altro lato, noi viviamo in un sistema che ci obbliga a spendere per beni e servizi dai quali non possiamo prescindere e sui quali non ci è dato di risparmiare. Si può fare qui l’esempio dell’aumento di affitti e di mutui per l’abitazione, o della privatizzazione dei servizi, che non solo li rende meno efficienti, ma ne aumenta il costo, come si poi può vedere dalle tariffe di gas, elettricità, acqua. E che dire del costo dei trasporti, delle comunicazioni? Si parla di cose di cui non si può fare a meno, mentre al tempo stesso diminuisce la possibilità di poterle pagare.

Questa è una contraddizione tipica non solo della Francia.

Certamente la possiamo vedere in molti altri paesi dell’Europa, e d’altra parte non ci si poteva aspettare altro dopo 30 anni di tagli allo stato sociale.

Beh, questa è una delle caratteristiche base del cosiddetto ordo-liberalismo.

Sì, certo, sono gli effetti di una politica economica che ha preso piede con la Thatcher e Reagan. Ma che è divenuta incontrastato e irreversibile con i becchini di quel che restava della socialdemocrazia europea: il Tony Blair della “terza via”, il nuovo centro di Gerhard Schröder, l’internazionale del centrosinistra invocata dagli italiani, accompagnati dai loro omologhi svedesi, olandesi, portoghesi. Stiamo parlando qui della basilare decostruzione delle conquiste dei lavoratori nei decenni precedenti.

Di fronte a questa crisi si è poi aggiunta l’arma di distrazione di massa dell’immigrazione.

Assolutamente vero. Da notare che su questo tema ci sono documenti della stessa Commissione Europea (come l’Ageing Report del 2017) che dice: guardate che oggi l’invecchiamento della popolazione nei paesi della UE è tale che una persona che non lavora grava su 1,8 persone al lavoro. Situazione quindi già critica. Entro il 2030 si parla di un aggravio su 1,5 persone al lavoro. Una situazione insostenibile che richiederà, in realtà, un numero d’immigrati molto maggiore di quelli che bussano ora alle nostre porte. Alla fin fine, meno lavoratori significa anche meno contributi fiscali. Gli immigrati nati all’estero e regolarizzati versano contributi che eccedono del 60% tutto quello che lo Stato spende per loro. Un modo questo per mantenere in equilibrio il sistema di welfare, compresa la spesa pensionistica. E ciò vale non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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