La tragicommedia della Brexit continua imperterrita

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13/12/2018 Attilio De Alberi 217

La si può, volendo, chiamare tragicommedia, o anche telenovela. Rimane comunque il fatto che la vicenda Brexit è lungi dall’essersi conclusa, e che Theresa May, Primo Ministro britannico, sta navigando in acque piuttosto inquiete, anche se all’ultimo momento è riuscita a salvarsi dall’”esecuzione”.

Qualche giorno fa, tra schiamazzi e risate, ha annunciato alla Camera dei Comuni di voler rimandare il voto sulla cosiddetta “soft Brexit” – la Brexit “morbida” – da lei concordata con l’Unione Europea, sapendo che avrebbe ricevuto un rifiuto, non solo dall’opposizione laburista, ma anche da molti elementi del suo stesso Partito Conservatore, e dagli unionisti dell’Irlanda del Nord, grazie ai quali è finora riuscita a mantenere una risicata maggioranza in parlamento.

Ma proprio ieri una mozione di sfiducia contro di lei non è passata: 200 voti a suo favore, 117 contro di lei. Al tempo stesso ha però annunciato di non volersi ricandidare alle elezioni del 2022 – ammesso che ci arrivi senza una chiamata alle urne anticipata.

La May è appena tornata da un mini-tour del continente, nel tentativo di riavviare le trattative sull’uscita del Regno Unito dalla UE. Arrivata a Berlino, oltre ad aver avuto comici problemi nell’aprire la porta dell’auto che l’ha portata al suo incontro con Angela Merkel, ha ricevuto dalla Cancelliera tedesca un rifiuto sulla proposta di cambiare i termini dell’accordo.

Però può darsi che il nuovo voto di fiducia nei suoi appena conquistato serva ad “addolcire” Bruxelles e a cambiare, almeno in parte i meccanismi dell’accordo.

Al tempo stesso vale la pena segnalare che la Corte di Giustizia UE ha concesso al Regno Unito di cambiare il film in toto e quindi di rientrare senza alcun problema nell’Unione Europea. E, a latere, rimane anche la possibilità di un nuovo referendum che potrebbe, questa volta, produrre un verdetto a favore del remain, chiudendo una volta per tutte la sceneggiata della Brexit.

Discute di tutto questo con YOUng Fulvio Cammarano, docente di Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna.

L’INTERVISTA

Fondamentalmente cosa c’è alla base della filosofia dei “brexiteer”?

Quando parliamo di Brexit dobbiamo ricordare che la Gran Bretagna ha sempre avuto un rapporto difficile, complicato con l’Europa, un rapporto di odio/amore, rimanendo sì nell’Europa, influenzandola, ma al tempo stesso prendendone le distanze sulla base di una tradizionale autonomia ed indipendenza dal continente. Insomma c’è una spaccatura tra l’immagine, imperiale, insulare della Gran Bretagna ed il resto del continente europeo. Questa psicologia è viva e continua ad esistere, e quindi in qualche modo ha influenzato la scelta dei britannici di uscire dalla UE. La Brexit dunque è stata anche il risultato di una tradizione di parziale estraneità.

Tutto questo si può spiegare anche grazie al particolare legame che questo paese ha con gli USA?

Sì, questa è stata la tipica argomentazione di De Gaulle nel corso degli anni ’60, nel tentativo di tener fuori la Gran Bretagna dalla comunità europea.

Qual era l’argomentazione?

Che la Gran Bretagna era il cavallo di Troia degli Stati Uniti. Indubbiamente la comune radice anglo-sassone in questo senso ha alimentato in passato un’immagine di separatezza. Oggi un po’ meno, tuttavia è un argomento da tenere comunque presente.

A livello demagogico e propagandistico cos’è che ha spinto la massa elettorale, soprattutto al di fuori delle grandi città, ad esprimersi a favore della Brexit?

Il fattore chiave è stata l’ostilità verso “lo straniero”. Si è diffusa la paura di un’invasione: masse pronte ad entrare nel Regno Unito partendo dalle coste della Francia e del Belgio. Ciò ha provocato non pochi timori tra l’elettorato più conservatore, preoccupato di non perdere i legami con le tradizioni, gli equilibri, ma soprattutto spaventato dall’idea di un declino del welfare, un’erosione del livello economico. In pratica, c’è la stessa paura presente in tutto l’Occidente di un abbassamento della qualità della vita a vantaggio di “alieni”, stranieri che vogliono occupare i nostri spazi, i nostri posti di lavoro, modificare il nostro stile di vita.

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Giungendo al presente, oggigiorno la May rischia di essere scalzata dalla sua posizione di potere…

La May è in difficoltà perché non riesce a chiudere quest’accordo in modo vantaggioso per il suo paese.

Perché?

Perché uscendo dalla UE con l’accordo patteggiato finora, non otterrebbe l’approvazione del Parlamento. Andarsene con quel tipo di accordo implicherebbe il tradimento dello spirito con cui è stata interpretata la Brexit, che doveva significare nella mente dei britannici il ritorno alla piena autonomia e l’abbandono delle logiche e delle regole della comunità europea. L’accordo siglato a Bruxelles prevede invece il mantenimento di onerose obbligazioni per la Gran Bretagna. Di conseguenza, l’accordo non sarebbe stato approvato e la May sarebbe uscita sconfitta.

Cosa implicherebbe andare avanti senza accordo?

Ciò sarebbe ancora più dannoso per la Gran Bretagna, e quindi la situazione è chiaramente di stallo. La May spera ancora di negoziare un accordo migliore, ma la cosa è altamente improbabile.

A questo si aggiunge l’opposizione degli unionisti dell’Irlanda del Nord per la cosiddetta misura nota come “backstop”…

Questa è una faccenda molto seria, nel senso che il “backstop” dovrebbe garantire il libero commercio all’interno dell’Irlanda, ed è una garanzia che non può essere tolta soprattutto perché si tornerebbe ad un confine rigido tra Irlanda del Nord e Repubblica Irlandese che farebbe tornare l’Irlanda e la Gran Bretagna ai tempi bui della guerra civile. Sappiamo che l’Irlanda del Nord ha votato contro la Brexit, ma al suo interno c’è il partito degli unionisti che vuole mantenere uno stretto legame col resto della Gran Bretagna. Questo è una specie di incubo…

All’incubo si aggiunge anche il problema della Scozia…

Sì, la Scozia non accetterà di uscire dalla UE, e quindi, a tempo debito, preferirà uscire tout court dal Regno Unito ed unirsi all’Europa non appena avrà la possibilità di fare un referendum in proposito. Questo mentre, appunto, l’Irlanda si sta ricompattando dal punto di vista commerciale e doganale e quindi si potrebbe riproporre l’immagine di un’Irlanda unita sempre a danno del Regno Unito che ormai è sempre meno tale.

Venendo all’opposizione, nel corso del referendum sulla Brexit, la posizione del laburista Corbyn era un po’ ambigua. Lo è tuttora?

Lo è tuttora nel senso che Corbyn non può sciogliere la sua riserva originaria, legata all’idea di voler rimanere vicino al popolo ed alle sue esigenze, finendo per solleticare alcuni degli aspetti che contrastano le regole della burocrazia UE, e soprattutto per rispettare le esigenze dei lavoratori britannici. E’ come se Corbyn si volesse mantenere in equilibrio tra la posizione europeista, cosmopolita, aperta, che guarda al futuro, e quella dei ceti popolari chiaramente più diffidente verso quest’apertura.

Intanto la Corte di Giustizia UE ha offerto la possibilità di abbandonare la Brexit , magari con un nuovo referendum. Esiste veramente tale possibilità?

Esiste nel senso che l’articolo 50 della Corte europea parla in modo chiaro: è possibile tornare indietro. Si tratterebbe, però, di un atto squisitamente politico e non giuridico. Per rinunciare alla Brexit la Gran Bretagna deve sconfessare apertamente il governo May. Chiaramente il suo governo non può tornare indietro, però, al tempo stesso, le pressioni all’interno del paese per ripensare la Brexit si stanno facendo più forti, perché i danni creati dalla Brexit si iniziano a comprendere solo ora. Si comincia a pensare: se fossimo stati informati esattamente degli sviluppi negativi dell’uscita dalla UE avremmo votato per il “remain”. Quindi la mossa originaria di Cameron è ormai considerata da molti come una forma di leggerezza politica. Un errore. Non sarà facile tornarsene indietro, ma, volendo, esistono i meccanismi politici per farlo.

Di quali danni si parla?

Il danno maggiore è stata la grande fuga di capitali prima della chiusura dei confini. Molte aziende ed il capitale finanziario si stanno allontanando da quello che diventerebbe un paese isolato che dovrà comunque continuare a trattare con un’entità compatta, almeno dal punto di vista economico, come la UE. Quindi tutte le componenti economiche e finanziarie che vivono di mercati aperti vedono ora la Gran Bretagna come una realtà problematica e pericolosa, sicuramente poco attraente.

Inutile forse dire che Donald Trump sia favorevole alla Brexit…

Certamente, visto che Trump favorisce tutte le tendenze sovraniste e nazionaliste, e rimane sempre il riferimento di quel tipo di cultura.

Ma poi, in generale, i giovani britannici sembrano contrari alla Brexit.

Sì, questa è una nuova cultura, in contrasto con quella conservatrice e diffidente verso il continente, che si sente aperta e legata all’Europa. Le forze che alimentano la Brexit non capiscono che non si può tornare allo “splendido isolamento” storicamente tipico della tradizione britannica.

Che dire della problematica riguardante Gibilterra, tuttora colonia britannica, anche se in territorio spagnolo?

Il problema è lo stesso per ciò che riguarda l’Irlanda del Nord ed il resto dell’Irlanda: una realtà che appartiene al Regno Unito all’interno di una dimensione nazionale diversa. La domanda è questa: cosa fare di queste popolazioni che vogliono rimanere nella UE, ma che fanno parte di uno stato che vuole uscirne? Quindi si profila la scelta di uscire dal Regno Unito proprio per rimanere nell’unione europea. E, come dicevo, questo vale anche per la Scozia. Gibilterra, per giunta, appare come un anacronismo, trattandosi in pratica di un’enclave inglese all’interno della Spagna. Quindi Irlanda del Nord, Scozia e Gibilterra sono tre spine nel fianco della Gran Bretagna ch

e potrebbero aiutare ad arrivare ad un ripensamento della Brexit.

Di seguito un video estratto dal Saturday Night Live.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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