Il pericolo insito nei sex robot

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26/11/2018 Attilio De Alberi 601

Si è celebrata ieri la Giornata Internazionale contro la Violenza verso le Donne, quest’anno arricchitasi grazie alla diffusione del movimento #metoo, nato dalla denuncia degli abusi contro le donne esercitati nel mondo di Hollywood, ma poi diffusosi nel mondo del lavoro in generale. In questo contesto, vale la pena riportare le critiche mosse nei confronti della creazione di robot femmine dotati di un’operatività principalmente sessuale.

Obiezioni piuttosto pesanti provengono in particolare dall’autrice femminista britannica Laura Bates, fondatrice di Everyday Sexism Project (Progetto Sessismo Giornaliero), ormai operativo dalla primavera del 2012, e nato specificatamente per documentare esempi di sessismo in tutto il mondo.

La Bates osserva come ormai i sex robot stiano per divenire una realtà piuttosto diffusa, almeno secondo uno studio portato avanti dalla Foundation for Responsible Robotics (Fondazione per una Robotica Responsabile), lanciata sempre in Gran Bretagna nel 2015. In realtà molti di questi robot sono già disponibili e vengono spediti a destra e a manca in tutto il mondo. Stiamo parlando di un’ovvia evoluzione tecnologica rispetto alle vecchie bambole di gomma.

Questa non è una questione di nicchia, se, come ha scoperto un sondaggio dell’Università di Duisburg-Essen in Germania, più del 40% di 263 uomini eterosessuali consultati hanno dichiarato che potrebbero immaginare di far uso di un sex robot.

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In particolare, esiste una compagnia con base in California, la Abyss Creations che ogni anno esporta già 600 bambole sessuali iper-realistiche in tutto il mondo.

Ovviamente una delle caratteristiche principali di questi robot è che sono una replica di un partner umano senza però le complicazioni che nascono dall’incertezza circa la consensualità sessuale. Secondo il sito della compagnia Lumi Dolls, che ha addirittura gestito per un breve periodo di tempo un bordello con bambole sex robot, si nota come la bambola in questione permette al fruitore “di porre i limiti e poi si fa portare nella direzione voluta – è la perfetta partner sottomessa”.

Noel Sharkey, professore d’Intelligenza Artificiale e di Robotica presso l’Università di Sheffield in Inghilterra ed autore presso la Foundation for Responsible Robotics, ha detto che ci sono delle argomentazioni etiche nel campo dei sex robot dotati di configurazioni “frigide”.

L’idea è che i robot resisterebbero di fronte alle vostre avances sessuali cosicché potreste violentarli” fa notare il Professor Sharkey. “Certa gente dice che è meglio violentare dei robot che violentare persone reali. C’è altra gente secondo la quale ciò incoraggerebbe ancora di più i violentatori”.

Secondo Laura Bates, “l’argomentazione secondo la quale dei compartimenti per sole donne su un treno sono una risposta al pericolo di molestie sessuali, la nozione che i sex robot potrebbero ridurre gli stupri è profondamente errata”. Secondo la Bates dietro questo modo di pensare c’è la credenza che la violenza contro le donne sia innata ed inevitabile, e che essa possa solo venire mitigata, non prevenuta. Questo non solo è un insulto nei confronti della maggior parte degli uomini, ma in qualche modo sposta la responsabilità nell’affrontare questi crimini sulle vittime – le donne e la società in generale – creando al tempo stesso una forma d’impunità per i perpetratori.

La premessa fondamentale è che lo stupro non è un atto di passione amorosa bensì un crimine violento, per cui l’idea che un sex robot sia uno sfogo sicuro per un violentatore è come quella di fornire dei pupazzi che spruzzano sangue e da poter accoltellare, in modo da rendere la vita più facile agli assassini.

L’argomentazione principale di Laura Bates è che il rischio dietro l’uso dei sex robot è quello di, in qualche modo, normalizzare lo stupro, offrendogli “un volto pubblicamente accettabile”. E cita una ricerca che ha dimostrato come gli uomini eterosessuali esposti alla pornografia, alle riviste per soli uomini ed ai reality TV show che trattano le donne come oggetti hanno più probabilità di accettare la violenza contro le donne. E aggiunge: “In un mondo nel quale puoi dormire con una prostituta e poi assassinarla nel video game Grand Theft Auto, i sex robot sono la soddisfazione di un desiderio misogino”.

A queste critiche, certi creatori (e venditori) di sex robot rispondono facendo notare che, dopo tutto, la bambola robotica “Non è qualcuno. E’ una macchina”. E di fronte alle domande sull’ambiguità morale di queste macchine sparano battute di questo genere: “E’ eticamente sospetto costringere il mio tostapane a tostarmi il pane?”.

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Naturalmente la Bates fa notare che i sex robot non sono dei tostapane, ma delle repliche molto realistiche delle donne, completi di tutto, fuorché dell’autonomia. Tra l’altro, statisticamente, la maggior parte sono infatti donne. I sex robot maschi sono assai pochi.

C’è anche da far notare che vengono create delle bambole sex robot esplicitamente per ricreare scenari nei quali donne reali potrebbero essere meno inclinate a concedersi. Qualcuno vuole far sesso con una studentessa, o con una donna vestita per andare a lavorare o per andare in palestra? Ebbene, ci sono bambole robot costruite proprio per questo.

Poi, fa notare la Bates, ti piace per esempio una donna in particolare, ma non riesci a far sesso con lei? Ti possono creare una bambola robot che le somiglia il più possibile. Questo di fronte ad una statistica secondo la quale il 15% delle donne americane sono state vittime di stalking.

Esiste un basilare diritto umano secondo il quale tutti hanno il diritto ad una vita sessuale”, afferma il Professor Sharkey, ma al tempo stesso la Bates si domanda: “Il basilare diritto umano ad una vita sessuale lo stesso di un diritto dovuto a possedere una giovane donna attraente?”.

E continua: “C’è una grossa differenza tra il diritto alla dignità ed alla privacy, il diritto ad un’attività sessuale consensuale, e l’idea che ogni uomo ha un qualche diritto fondamentale al corpo di una donna. Replicando le donne il più realisticamente possibile, è questo che tali robot cercano di fornire – fino al più infimo dettaglio fuorché la fastidiosa necessità di un vero consenso da parte della donna”.

Ci sarebbe poi da osservare che, chiaramente, questi sex robot possono anche soddisfare tutti i desideri possibili di un uomo, ma non potranno mai fornire quel calore umano e quell’affetto che, in un amore maturo, non potranno mai essere separati dal sesso. A meno che il sesso venga visto solo come un mero (ed un po’ triste) atto meccanico.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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