Chiusura domenicale dei centri commerciali e consumismo

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15/09/2018 Attilio De Alberi 1148

La questione della chiusura dei centri commerciali la domenica proposta da Di Maio ha inevitabilmente dato vita ad un grande dibattito. Anche se poi, lo stesso Di Maio ha fatto un passo indietro, rassicurando che almeno il 25% dei centri rimarrebbe aperto.

Come sempre, da un lato c’è la tutela dei diritti dei lavoratori, tra cui quella del riposo festivo e di godersi la propria famiglia, dall’altro ci sono gli interessi economici delle grandi catene di vendita, che temono una riduzione degli incassi e la concorrenza dell’e-commerce. Secondo un’indagine ISPO, in Italia, due persone su tre fanno acquisti la domenica.

Al tempo stesso non si può non prendere in considerazione un altro aspetto, più di natura culturale e sociologica. I centri commerciali sono un altro segnale nel contesto della globalizzazione. Essi, dopo tutto, sono la versione europea delle famose mall americane, che fino a non moltissimo tempo, fa non esistevano sul nostro continente.

Discute di tutto questo con YOUng Anna Cugno, professore associato di sociologia presso l’Università di Torino, ed autrice di “La governance dei consumi” (Franco Angeli Editore).

L’INTERVISTA

La finalità principale della proposta di chiusura dei centri commerciali è di permettere ai lavoratori di riposarsi?

Penso proprio di sì. Non posso leggere nella mente di chi ha lanciato questa proposta, ma sappiamo che esiste una forte critica sociale nei confronti dell’organizzazione del lavoro che ovviamente va a mettere in discussione uno degli aspetti caratterizzanti dell’organizzazione fordista.

Ossia?

Quella di avere dei tempi di lavoro e dei tempi di riposo, distribuiti rigorosamente, secondo una sequenza che era quella di cinque giornate lavorative, con il sabato e la domenica liberi.

Quest’assetto è poi stato sovvertito, si dice, grazie all’intervento di Monti.

Non credo che sia stato Monti o qualcun altro: c’è una tendenza generalizzata nell’ambito della società volta a modificare l’organizzazione del lavoro, anche attraverso delle tecnologie abilitanti e degli stili di vita che provengono da altri sistemi. Si può parlare di macro-trend internazionali che sono da un lato culturali, ma anche legati a dei modelli di competitività che ci spingono a ripensare l’organizzazione della vita sociale.

La soluzione, dal punto di vista sindacale, potrebbe esser quella di fare delle rotazioni degli orari di lavoro.

Il grosso problema del lavoro contemporaneo è che, diversamente dai parametri fordisti, non è più un lavoro standard, e quindi molto difficile da regolare.

Perché?

Perché ogni lavoro potrebbe avere delle regole a sé. Abbiamo visto i casi di Foodora, Bla Bla Car, AirBnB, Uber… I nuovi modelli di gestione dei servizi “sfidano” l’organizzazione del lavoro caratteristica della società industriale, mettendone in discussione i principi fondativi. Immagino tuttavia che, mettendoci un po’ di voglia e d’impegno si possano trovare delle formule regolative anche per lavori atipici.

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Cosa pensa del diritto a non avere degli orari esagerati di lavoro, magari introducendo un sistema di rotazione?

Questo è sacrosanto: se parliamo di una diversa organizzazione del lavoro questa non dev’essere a scapito dei lavoratori. Quello su cui si può discutere è se il riposo debba essere necessariamente la domenica. Ma questo comprende anche una riorganizzazione della società: se lavori la domenica, allora anche l’asilo deve funzionare la domenica, altrimenti non sai dove lasciare tuo figlio.

Una delle critiche alla proposta di chiusura domenicale è che comporterebbe una caduta dei consumi, ma sappiamo che i consumi sono comunque caduti, soprattutto tra le classi medio-basse per tutta una serie di motivi economici legati alla crisi.

Attenzione: la lettura di un fenomeno sociale non può mai essere ancorata ad un fattore, perché rischiamo di fare una lettura pregiudiziale o parziale. Dire che le classi medio-basse hanno diminuito i loro consumi va bene sì e no, perché ci sono due fenomeni che influenzano il consumo nei periodi di crisi.

Quali?

Uno è la “crisi nelle tasche”, cioè la caduta del potere di acquisto dei ceti sociali medio-bassi, l’altro è “crisi nelle teste”, cioè il peggioramento delle aspettative per il futuro, che colpisce le classi medio-alte.

Intanto si fa notare come la nascita dei centri commerciali è andata a scapito dei piccoli negozi.

Beh, dipende da quello che uno va a comprare. Da un lato c’è un consumo di massa, per cui a tutti noi è più conveniente comprare nei centri commerciali o nei grandi supermercati o con l’e-commerce, perché, in un mercato di massa, la quantità genera il prezzo. Ma c’è anche una domanda di prodotti di qualità che ci porta invece in un semplice negozio, nella rete di prossimità, anche perché vogliamo un certo tipo di servizio, come l’accompagnamento alla scelta.

Per esempio?

Mi viene in mente la macelleria che ti dà un prodotto di forte qualità, ma che ti può dare anche la ricetta, il consiglio su come può essere trattato un particolare taglio di carne. Tutto questo la grande produzione non te lo può offrire: il suo vantaggio competitivo risiede in un prezzo ridotto, perché qui si acquistano grandi quantità di merce, cosa che il piccolo negozio non può fare.

Ma andiamo un attimo all’estero: in Germania, per esempio, i centri commerciali la domenica sono chiusi.

Sì, però non tutti: non bisogna generalizzare.

Il centro commerciale, in inglese “the mall”, è dopo tutto un’americanata, come le catene di fast-food, o il bingo. Che dire su questo?

Proviamo a fare una distinzione: il fenomeno dell’americanizzazione dei consumi, e parliamo qui di stili di vita, è cominciato in Europa nell’immediato dopoguerra, laddove si percepiva lo stile di vita americano come superiore, mentre se parliamo di formule commerciali, il fenomeno è più recente, perché prima si vedeva la regolamentazione del lavoro e la pianificazione urbana in Italia come non troppo favorevoli all’insediamento di grossi centri commerciali.

Nel suo libro lei analizza il fenomeno dell’iper-consumismo e dei consumi non necessari. Al tempo stesso uno potrebbe giustificare questo dicendo che permette un’alta domanda e quindi, occupazione. Esiste un’alternativa culturale a tutto questo?

Quello che evidenzio è il passaggio da un regime di scarsità ad uno di maggiore opportunità di consumo e di maggiore libertà di scelta in questo ambito: tutto questo viene etichettato come “consumismo”. Questo regime aumenta esponenzialmente la propria influenza sulle nostre vita, fino a diventare, dopo gli anni ’80, iper-consumismo. Si arriva quindi ad una situazione in cui il consumo diventa quasi un obiettivo di vita. Questo viene poi attaccato per ragioni ideologiche.

Come e da chi?

Dal marxismo, che lo critica perché allontana dalla lotta politica, e dalla chiesa cattolica perché allontana dalle virtù morali.

Qual è la sua posizione?

La mia posizione potrebbe essere definita relativista, nel senso che nel consumismo vedo dei pro e dei contro. E’ innegabile che esso abbia migliorato i nostri standard di vita, che ci abbia consentito di vivere più a lungo, e di raggiungere delle conoscenze che altrimenti non sarebbe stato possibile ottenere.

E gli svantaggi?

Dall’altro lato il consumismo ha una serie di effetti indesiderati, dovuti al modo in cui abbiamo costruito la società dei consumi.

In che senso?

Ci siamo più preoccupati della quantità che della qualità, più del produrre a basso costo che produrre in modo responsabile. Poi, tutta una serie di tecnologie, consentirebbero di ridurre l’impatto ecologico.

A volte, e parlo per esperienza personale, si acquistano dei prodotti che sembrano fatti per durare poco, in modo da costringerci a comprare e quindi a ri-consumare.

Esistono delle letture ed anche probabilmente dei dati coi quali è possibile immaginare quella che viene chiamata “obsolescenza programmata dei prodotti”. E ci sono anche delle cause internazionali contro certi grandi marchi accusati proprio di questa obsolescenza, che limita la vita dei prodotti tramite una serie di escamotage tecnici. Dal punto di vista culturale questo fenomeno è facilmente programmabile: basti pensare alle mode, laddove si cerca di convincere la gente che un certo prodotto è ormai retaggio del passato.

Che dire poi sull’e-commerce, sul quale sembra si vogliano introdurre, anche qui, delle limitazioni?

Come tutti i fenomeni, anche questo è ambivalente, ma credo che anch’esso sia una grossa sfida, perché, per esempio, non ha dei limiti temporali e spaziali. Ma è anche una grossa sfida dal punto di vista regolativo, perché se, come governo, limiti l’apertura dei centri commerciali, è un po’ difficile immaginare una restrizione anche sull’e-commerce.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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