Afghanistan, il grande dimenticato: intervista ad Emanuele Giordana

Pubblicato il 24 January 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 11 minuti | 1231
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Ormai si parla dell’Afghanistan principalmente quando il paese è vittima di un attacco terroristico, come l’ultimo all’Hotel Intercontinental nella capitale Kabul, rivendicato dai Talebani, al quale si aggiunge quello più recente alla sede di Save the Children a Jalalabad (rivendicato uffcialmente dall’ISIS), o quello di qualche settimana prima, sempre a Kabul, che ha colpito dei giornalisti e degli sciiti e organizzato ufficialmente dall’ISIS. Ma al di là di questi episodi di violenza mirata (e ce ne sono stati altri nel corso del 2017), l’Afghanistan, la cui capitale è stata storicamente descritta come “il crocevia dell’Asia Centrale”, sembra essere finito nel dimenticatoio, mentre in realtà qui va avanti una “guerra infinita” che sta diventando quasi più lunga di quella in Vietnam, e che in ogni caso rimane finora il più lungo conflitto in questo secolo, mentre le truppe occidentali – italiane incluse – pur essendo state diminuite come numero, rimangono nel paese. Una cosa sembra chiara: il livello di sicurezza nel paese è sensibilmente diminuito negli ultimi due anni.

Lo stato d’incertezza e di precarietà in parte politica, ma anche militare, ormai va avanti in Afghanistan praticamente da quattro decenni, se vogliamo cominciare con la cosiddetta Rivoluzione di Aprile che portò al potere un regime socialista con un colpo di stato. Il regime trovò una grande opposizione tra le componenti religiose, e a questo seguì l’invasione sovietica nel dicembre del 1979, che diede il via ad un’intensa guerriglia interna portata avanti dai mujaheddin, combattenti patrioti d’ispirazione islamica, poi apertamente supportati dagli USA.

invasione-russa-afghanistan-1979

[ truppe russe mentre lasciano l’Afghanistan ]

I sovietici si ritirarono nel febbraio del 1989 e nel giro di pochi anni presero il sopravvento i Talebani (il cui nome originariamente significa “studenti delle scuole coraniche” nell’area iraniana, anche se poi i media l’hanno esteso ai fondamentalisti islamici in Afghanistan e Pakistan) creando la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, caratterizzata dall’imposizione di una versione estrema della shari’a.

Dopo l’11 settembre gli americani decisero di occupare il paese dando il via all’operazione Enduring Freedom (Libertà Duratura) con l’obiettivo di porre fine al regime talebano e di distruggere i campi di addestramento e della rete di Al-Qaida, il gruppo terroristico allora guidato da Osama bin Laden.

Ma se l’occupazione USA, appoggiata da altri paesi NATO, ha portato sì governi stabili, purtropp non ha ancora posto fine alla guerriglia condotta dai Talebani che sono radicati nel sud est del paese, al confine con il Pakistan.

A questo si aggiunge il tentativo dell’ISIS di creare una base territoriale in Afghanistan, soprattutto ora che il sedicente Stato Islamico è stato praticamente sconfitto in Iraq. E questo spiega gli attentati dell’anno scorso, appunto rivendicati dall’ISIS e rivolti soprattutto contro le componenti sciite del paese. Non solo il governo ma anche la popolazione non vede di buon occhio l’intromissione dell’ISIS negli affari del paese.

Discute dell’Afghanistan con YOUng Emanuele Giordana, giornalista e saggista e autore, tra gli altri di “Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte”, e del più recente “Viaggio nell’Eden” (Laterza Editore, 2017). Per Giordana uno dei primi passi verso la rappacificazione del paese potrebbe essere la partenza delle forze militari occidentali.

Operation_Enduring_Freedom

[ US Marines in Operation Enduring Freedom ]

L’INTERVISTA:

Il governo attuale che è seguito a quello di Karzai nel 2014 si può forse definire un “governo marionetta”?

Questa è la definizione che ne danno i Talebani. Forse è una definizione troppo ideologica.

Come lo descriveresti quindi?

Tanto per cominciare è stato un governo in qualche maniera eletto – in qualche maniera perché quando s’insediò ci furono accuse reciproche di brogli. Gli americani intervennero e il dissidio venne risolto con una divisione dei poteri. Quindi ci si trova di fronte a un governo bicefalo, che però in qualche misura ha un appoggio popolare. Al tempo stesso va detto che, senza l’aiuto internazionale, farebbe fatica a stare in piedi.

Esiste ancora una pulsione socialista nel paese, un po’ sulla scia del governo che s’instaurò nel 1978?

Bisogna fare delle distinzioni, nel senso che il governo che si creò con la Rivoluzione di Aprile nel ’78 era sì un “governo marionetta”, nato con un colpo di stato. Non sappiamo bene che consenso avesse. Sappiamo però che il Partito Comunista Afgano era uno dei più importanti partiti comunisti in Asia, e quindi con una certa forza, anche se chiaramente con maggiore seguito nei centri urbani rispetto alle zone rurali.

Oltre all’opposizione fortemente islamista dei Talebani al governo, esiste un’opposizione laica e di sinistra nel paese?

Esiste, ma è ridotta al lumicino.

Come mai?

Dopo l’invasione sovietica, ormai, chiamarsi “comunista” e appellarsi al socialismo è una cosa che le persone hanno paura a fare. Ci sono molti ex-comunisti che hanno anche fatto i parlamentari, e ci sono organizzazione e movimenti d’ispirazione laico-socialista, ma sono molto piccole, e, ripeto, stanno attenti a come definirsi per non essere associati pubblicamente alle macerie lasciate dall’occupazione sovietica.

Se l’ultimo attacco ISIS a dicembre è stato sferrato contro dei giornalisti, è però stato fatto notare da l’organizzazione Nai-Supporting Open Media in Afghanistan anche il governo è responsabile, con una percentuale del ben 44% dei casi.

Sì, ma bisogna distinguere tra una forma diffusa di censura, denunciata ampiamente dalla suddetta organizzazione, e altre situazioni. Da un lato, i Talebani hanno smesso i loro attacchi contro i giornalisti, mentre l’ISIS, presente nel paese da praticamente due anni, si è connotato per i suoi attacchi non solo contro la popolazione civile, ma appunto contro i rappresentanti dei media. Questo, si suppone, è legato proprio alla risonanza che gli attacchi ai media hanno.

In ogni caso le forze talebane sono completamente distinte, e per nulla alleate con quelle legate all’ISIS.

I Talebani, che hanno accettato questa denominazione pur definendosi nei comunicati ufficiali come mujaheddin, si distinguono dall’ISIS su un piano strategico-ideologico.

Ossia?

Si definiscono come una forza nazionalista il cui obiettivo militare è cacciare gli invasori stranieri dal paese, mentre quello politico è instaurare uno stato islamico vicino alla loro visione. L’ISIS invece considera l’Afghanistan come una parte del Califfato. Quindi per i Talebani i militanti dell’ISIS sono a loro volta degli invasori, come gli americani, e quindi non potranno mai allearsi con loro.

Ma a questo punto, soprattutto dopo la caduta di Raqqa, in Iraq, la pretesa dell’ISIS di creare uno stato islamico in Afghanistan può apparire come una compensazione un po’ ridicola.

All’inizio, ci hanno provato nella regione di Kunar, nella parte nord est del paese, al confine col Pakistan, ma hanno trovato un ostacolo nell’azione non solo americana e delle truppe governative, ma anche sei Talebani. Recentemente hanno creato una base nella parte nord ovest, al confine col Turkmenistan. Rimane un tentativo disperato di creare una fondazione territoriale, ma non possono avere successo perché non hanno alleati.

Ma qualora tutte le forze straniere presenti, anche se in numero ridotto, dovessero lasciare il paese tout court, quale potrebbe essere lo scenario: una ripresa del potere da parte dei Talebani o una qualche forma di compromesso col regime attuale?

Se le forze militari straniere se ne andassero, verrebbe meno il principio fondamentale per cui i Talebani combattono, mentre al tempo stesso rimarrebbero le forze governative che ammontano a 400.000 – non poco per un paese di 34 milioni di abitanti – e che sono in grado di mantenere il controllo sui centri urbani.

Esisterebbe quindi la possibilità di trattative tra il governo attuale e i Talebani?

Beh, è indicativo che i Talebani hanno sempre detto, e l’hanno ribadito in questi giorni: noi non ci sediamo al tavolo delle trattative finché gli stranieri rimangono nel paese. Quindi se noi occidentali ce ne andassimo si potrebbe pensare a qualche forma di trattativa che potrebbe portare alla fine della guerra.

Rimarrebbe, anche senza la presenza di truppe, il tentativo occidentale di condizionare il futuro del paese.

Sì, ma non solo occidentale: ci sarebbero anche il Pakistan, l’Iran e la Russia: l’Afghanistan rimane pur sempre un importante crocevia, una porta tra il Medio Oriente e il sud est asiatico.

Ma al di là di tutto questo qual è il consenso attuale per il governo in carica?

C’è un consenso molto basso: non dimentichiamo che il paese ha un’economia completamente distrutta. Tanto per cominciare, con il ritiro di buona parte delle truppe occidentali – da 150.000 unità si è passati a 20.000 – è venuta meno proprio l’economia della guerra, ossia tutto quell’indotto legato alla presenza pesante di truppe.

Qualche esempio?

Beh, è indicativo il caso di una fabbrica di stivali per l’esercito afgano, finanziata senza gara dalla NATO, a un prezzo di $30 a paio. Andata via la NATO, ora il governo compra gli stivali a un prezzo inferiore dal Pakistan. La fabbrica è fallita. Questo a riprova che l’economia di guerra rimane un’economia fragile, fittizia e questo spiega l’attuale crollo. Lo stesso discorso si può fare per la valuta locale, l’afghani, che per dieci anni è rimasta quella più forte nell’area, ma che con la pesante riduzione della presenza NATO ha perso valore.

Ma intanto il business dell’oppio come procede?

Rimane ma sono noccioline: potrà rappresentare il 25% dell’economia afgana.

Quindi quali sono le vere risorse?

Rimane l’agricoltura, ma l’intero sistema di canali è stato distrutto dalla guerra. L’Afghanistan andava molto forte nella produzione di frutta secca, che veniva comprata dai paesi del Golfo. Questo settore è crollato. Ci sono poi delle miniere che sono però state comprate quasi tutte dai cinesi, attraverso dei contratti privi di trasparenza, per cui non si sa a quanto ammontano le royalty. E’ stata poi creata un’acciaieria con prezzi concorrenziali nella produzione di ghisa, ma, come nel caso della speculazione edilizia, sono in pochi ad esserne avvantaggiati, mentre la popolazione in generale rimane povera.

Beh è un po’ sempre la stessa pizza, come possiamo vedere nei paesi dell’Africa, dove vediamo élite ricche e corrotte, mentre la gente muore di fame.

Sì, è sempre la stessa pizza, con la differenza che la guerra accentua queste disparità. Tutto si fa più in fretta e, per esempio, il fornitore delle strutture di cemento a difesa delle ambasciate si arricchisce e magari anche i suoi operai stanno bene, ma poi bisogna vedere fin quando dura “la festa”.

Ma al di là dei problemi della guerra e dell’economia esiste una differenza a livello ideologico-religioso tra l’attuale governo e i Talebani che, pur essendo dei patrioti, rimangono, a modo loro, dei fanatici.

Sì, però non dimentichiamo che ufficialmente l’Afghanistan si chiama Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Parliamo quindi di uno stato confessionale, con persone al potere che sono degli ex-mujaheddin, islamisti come i Talebani, con la differenza che sono corrotti.

Quindi stai dicendo che un accordo in fondo in fondo si potrebbe trovare?

Credo di sì, perché è gente che parla, dopo tutto, lo stesso linguaggio. E al tempo stesso i Talebani sono in qualche modo cambiati ed in certi casi hanno consentito l’istruzione alle donne, cosa prima impensabile. Parliamo di due forze che devono riconoscersi e smettere di combattere: questo è il primo punto. E in ogni caso la società afgana è cambiata, le donne hanno più diritti e quindi non si potrebbe più tornare indietro. Al di là dei suoi aspetti negativi, la presenza occidentale ha introdotto dei nuovi criteri sui quali la gente ha cominciato a ragionare.

Quindi la possibilità di un dialogo è possibile.

Certo, anche se graduale. Il problema è che gli USA non intendono lasciare l’Afghanistan: vogliono mantenere le loro basi militari in caso di una guerra con l’Iran.

Questo soprattutto con Trump…

Beh, questo anche prima, con Obama: strategicamente, controllare l’Afghanistan significa poter controllare l’Iran. Quindi questo rimane poi un problema per gli iraniani, ed è un problema per i russi, che vorrebbero a loro volta controllare il paese, come per i pachistani. Comunque la presenza di basi occidentali rimane un ostacolo alla rappacificazione del paese. Bisogna trovare un’altra strada. I Talebani sono un problema, ma fino a un certo punto, a netto del fatto che, si dice, ricevano aiuto dai russi, dai cinesi e dagli iraniani stessi. Ognuno, tipicamente, cavalca il cavallo che può cavalcare.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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