Immigrazione. Possibili soluzioni al dramma africano

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16/10/2017 Attilio De Alberi

Mentre continua a imperversare il “problema” immigrazione in Europa e la soluzione verso la quale sembra ci si stia avviando è una “esternalizzazione” delle frontiere continentali tramite accordi coi paesi attraverso i quali passa il flusso migratorio – prima la Turchia, ora la Libia e addirittura il Niger e il Chad – continua il refrain “Aiutiamoli a casa loro”.

Si parla di un (fantomatico?) Piano Marshall per l’Africa, e mentre le nazioni sviluppate continuano a inviare aiuti, si sa pure che buona parte di essi vengono utilizzati per finanziare il gli apparati di sicurezza e il controllo delle frontiere. Intanto la Mogherini dichiara che si stanno dando “addirittura” 20 miliardi di euro all’Africa, il ché, di fronte all’entità dei problemi, non sembra un granché.

Fermo restando che il continente africano è vittima non solo di guerre, ma anche di carestie e siccità che spingono migliaia di persone a cercare una vita migliore in Europa, non si può trascurare il fatto che esso è anche pieno di risorse. Risorse che, se sfruttate e distribuite diversamente, potrebbero fisiologicamente ridurre questo flusso migratorio epocale.

Non c’è alcun dubbio sulla necessità di aiutare l’Africa. Che lo si faccia per generosità umanitaria, o per il meno generoso desiderio di tenere i suoi abitanti lontano dal suolo europeo, è un discorso a parte. Quello che conta è sapere come farlo in modo da risolvere veramente il problema alla sua radice.

Discute di questo Adriana Piga, Professore Associato di Sistemi Sociali e Politici dell’Africa Contemporanea alla Sapienza di Roma.

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L’INTERVISTA:

L’idea di aiutare gli immigrati a casa loro le pare seria?

L’idea di per sé è giusta e si potrebbe cominciare con u n aiuto alle tante ONG che si danno da fare nell’Africa rurale, abbandonata dai governi per tantissimi anni.

Lei quindi dà molta importanza all’agricoltura in questo continente?

Sì, l’agricoltura rappresenta una notevole possibilità di sviluppo, aumentando, attraverso varie organizzazioni, l’educazione dei contadini, che sono molto più bravi di quel che si pensi. Basti pensare al Sahel che offre una grande varietà di microclimi, con un suolo molto più produttivo del nostro.

Cosa impedisce questo potenziale sviluppo agricolo?

Un grosso ostacolo nasce dal fatto che in tutta l’Africa vengono affittati a prezzi irrisori enormi appezzamenti a paesi stranieri: è una forma di neo-colonialismo veramente drammatico.

In che senso?

Questo fenomeno, noto come “land-grabbing”, impedisce lo sviluppo dei piccoli coltivatori.

A chi vengono affittati questi latifondi?

Principalmente a tutte le società internazionali che li sfruttano per i bio-carburanti. Questo non aiuta affatto lo sviluppo rurale in Africa. Ed è da qui che nasce l’esodo epocale a cui assistiamo.

Chi sono i principali attori in questo latifondismo?

Oltre alle società internazionali anche certi paesi del BRICS: Cina, India e Brasile.

E il ruolo dei governi?

Come dicevo, lo sviluppo rurale è stato assai trascurato dai governi locali.

Qualche esempio eclatante?

La Nigeria, che per decenni ha investito nel petrolio. Non dico che in questo paese l’agricoltura sia inesistente, ma senz’altro non ha rappresentato un fattore di sviluppo.

Si fa notare che il fenomeno della carestia è aumentato notevolmente, e ironicamente, da quando i paesi africani hanno ottenuto l’indipendenza, ossia negli anni ’60.

In realtà il fenomeno della carestia, insieme a quello della siccità, è sempre stato presente in Africa, ma senz’altro c’è stato un balzo drammatico a partire dagli anni ’70, e a questo punto certe popolazioni, come i Tuareg, si sono trasferite nelle città, dove rappresentano una minoranza emarginata. E anche in Etiopia e nel Corno d’Africa si è avuto questo fenomeno. Interessante notare che a volte questo sviluppo viene negato dai governi stessi: esempio chiave il Niger, il paese più povero del continente.

Il fenomeno della carestia è anche legato a quello della siccità.

Senz’altro: c’è stata una crescente desertificazione. E una delle conseguenze è stato l’aumento dei prezzi di certi prodotti e ciò ha impoverito ulteriormente gli agricoltori. I contadini africani hanno le loro organizzazioni, ma queste sono state costrette a un debito strutturale: esempio classico il Senegal.

Se si parla di siccità, allora bisogna anche parlare di global warming.

Certo: esiste un rapporto chiaro tra questo fenomeno climatico e il crescente impoverimento dell’Africa.

Cosa può dire, in generale, del rapporto tra Occidente e Africa?

Bisogna considerare che rapporto tra l’Occidente – l’Europa in particolare – e l’Africa è sempre stato e lo è tuttora un rapporto di sfruttamento quasi integrale delle risorse, che sono notevolissime in questo continente: diamanti, oro, cobalto, nichel. Basti pensare all’est dello Zaire, ricchissimo di miniere, ma anche in mano a vari warlord che si dividono la ricchezza locale con compagnie straniere, a scapito dello sviluppo rurale.

E il commercio delle armi?

E’ floridissimo in Africa, accompagnato dalla presenza capillare di mercenari, e di questo l’Occidente è senz’altro responsabile, insieme ad Israele. Esiste, per esempio, una diffusione incredibile di armi leggere.

Ma anche i governi locali hanno la loro responsabilità in questo mancato sviluppo.

Sì, si può parlare di stati che non sono ancora veri e propri stati di diritto, contrassegnati da una magistratura ancora molto debole e da una corruzione endemica e strutturale.

Quindi le risorse naturali vengono spartite tra l’Occidente e le élite locali corrotte.

Sì, specificatamente tra queste élite e le multinazionali che imperversano in Africa. Ora tutto questo scenario è reso ancora più complicato da un certo Islam politico che avanza attraverso una serie di infiltrazioni jihadiste e ora anche dalla droga proveniente dall’America Latina che attraverso l’Africa giunge in Europa.

Cosa intende per Islam politico?

Mi riferisco a un Islam ben diverso da quello storicamente presente in buona parte dell’Africa occidentale sub-sahariana, contrassegnato da molte confraternite d’ispirazione Sufi ispirate da una visione spirituale, collettiva ed essenzialmente pacifica. Questa è la matrice culturale di molti degli immigrati che sbarcano in Italia.

Ma c’è anche una matrice fondamentalista.

Sì, quella che critica l’Occidente per i suoi costumi, ma anche questa matrice è fondamentalmente pacifica.

Sta dicendo che tutta questa tradizione è ben distinta dal jihadismo?

Sì, il problema è che l’Africa è divenuta quasi una terra di conquista per i jihadisti, dal Mali alla Somalia, passando per la Nigeria: tutti questi gruppi non solo sono contro l’Occidente, ma anche contro le forme tradizionali dell’Islam presente da secoli sul continente.

Si può dire che questa avanzata jihadista trova terreno fertile in una situazione di estremo sottosviluppo economico?

Certo, ad esempio il nord della Nigeria è una terra molto povera e dove a Kano, tre fabbriche tessili hanno chiuso i battenti pochi anni fa. A questo si aggiunge un impeto al separatismo dallo stato federale e la corruzione di molti governatori negli ultimi decenni. Qui è esploso il fenomeno di un islamismo fondamentalista essenzialmente non-pacifico che rappresenta una vera e propria deriva.

Ma in tutto questo marasma continentale esiste un qualche stato felix?

Mi viene subito in mente il Ghana, laddove le istituzioni democratiche sono salde e la popolazione è molto unita e solidale con il governo, pur essendoci dei fisiologici movimenti di protesta. Ma possiamo anche parlare del Mozambico, che dopo anni di guerra civile, ha avviato con successo, una forma di unificazione, e, se vogliamo il Burkina Faso, la cui popolazione è riuscita a disfarsi di un semi-dittatore.

Cosa può dire di più preciso sul fenomeno dell’immigrazione?

A parte l’aspetto economico esiste l’aspetto umano e culturale. Tutti questi immigrati che arrivano da noi sono in un doppio stato d’isolamento, di alienazione: dal loro paese di origine e dal paese in cui arrivano. Bisognerebbe organizzare un programma serio di mediazione culturale per aiutarli a capire noi e per aiutarci a capire loro. Non credo che una totale integrazione sia possibile, ma senz’altro una convivenza armonica.

Ma al di là di questo, quale azione seria può intraprendere l’Europa per aiutare questi immigrati, appunto. “a casa loro”?

Credo sia importante una politica di monitoraggio sulla distribuzione degli aiuti, evitando di costruire le classiche “cattedrali nel deserto”, onde assicurare uno sviluppo più razionale ed equo. Accompagnerei questo a un monitoraggio politico sulle elezioni per assicurare lo sviluppo di una vera democrazia nel continente. Non ultimo darei più risorse alle tante ONG che da anni, nel loro piccolo, stanno facendo molto per l’Africa.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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