Salvate il soldato Oliver Stone

Ottobre 17, 2016
david colantoni
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Salvate il soldato Oliver Stone: una  soggettiva   del mio  incontro con Oliver Stone alla Festa del cinema di Roma il 14 ottobre 2016.

SEMPER FIDELIS  (motto dei marines USA) 

Che cosa hanno in comune Oliver Stone e Edward Snowden?  Beh Innanzi tutto sono soldati americani. lo sapete, giusto?, dico “sono”  e non “sono stati”  prendendo in parola quanto afferma il celeberrimo sergente maggiore Hartman, l’addestratore di Jocker e Cow boy, che “si è marines per tutta la vita” , affermazioni che per Snowden  e per Stone, soprattutto per quest’ultimo, devono sicuramente  avere giocato  un grosso ruolo di formazione nei loro caratteri.

una scena del film Snowden

Una scena del film Snowden

Anche Senofonte era un soldato, e anche Socrate. Tutti e quattro poi  oltre ad essere  soldati hanno in comune un’altra cosa, di essere dei soldati particolarmente valorosi. di un valore particolare, e tutti e quattro sono stati soldati che hanno influito sulla cultura del loro tempo, in un modo o nell’altro. Sapete bene tutti che Senofonte fece parte di quella tragica spedizione di 10.000 guerrieri greci che erano andati in Persia a sostenere Ciro il giovane contro Arteserse II, e   il cui ritorno in patria divenne quel capolavoro immortale, archetipo se  vogliamo di qualsiasi  film di guerra che è l’Anabasi. Socrate dalla sua esperienza di guerra   come oplita, dove, come Stone in Vietnam , fu decorato per il proprio valore, addirittura arrivò a distillare una delle sue metafore filosofiche  di sempre:  resta dove hai posto te stesso. E ancora, Socrate  e Senofonte, guerrieri artisti ed intellettuali, Stone  e  Snowden, oltre alla fortuita  coincidenze di avere tutti le stessa iniziale, vibrano simpaticamente gli uni con gli altri anche per il fatto che le loro esistenze hanno assunto  aspetto politico  rispetto alla polis allora o alla propria nazione oggi. Esiliato Senofonte, condannato a morte Socrate, come Snowden ora esule in Russia, -un luogo di questo esilio che già sembrerebbe  scelto da uno sceneggiatore più che dalla verità dei fatti –  il quale se  tornasse  negli USA con le leggi attuali rischierebbe seriamente anche la vita, e infine Stone il cui percorso di scontro ideologico con il sistema di potere americano va verso un calore bianco con questa sua ultima opera.

Antonio Monda a sinistra dell'immagine , al centro con Oliver Stone, a destra Richard Peña, durante la proiezione dei celebri fotogrammi della morte del sergente jonas in Platoon

(Antonio Monda a sinistra dell’immagine , al centro Oliver Stone, a destra Richard Peña, durante la proiezione della celebre sequenza della morte del sergente Elias in Platoon)

Ora la sensazione dello scrivente, che non è un critico cinematografico e a cui non interessa il film come prodotto in se specialistico, ma a cui interessano a volte le conseguenze sociali di alcuni film, è  che anche in questo ultimo film di Stone vi sia una esoterica traccia di un trauma esistenziale di formazione che appartiene più allo stesso regista che al protagonista di questa vicenda. La Guerra. Lo stesso tipo di epifania che agisce la scrittura per esempio  di “Nulla di nuovo sul fronte  occidentale” , di Erich Maria Remarque, o di  “The Naked and the Dead” di Norman Mailer”, fino al capolavoro italiano di Emilio Lussu “Un anno sull’altopiano”. Una linea di critica alla guerra fatta da guerrieri che si sono distinti  per il valore in battaglia, un ossimoro, una luce quasi inguardabile. Stone e Snowden sono, nei misteriosi processi della mia mente,  in qualche modo legati dal quel legame arcaico che già unisce Achille a Patroclo, scatenando la discesa in campo a prezzo del compimento del destino dell’uno l’uccisione dell’altro:   Stone, avendo fatto questo film contro o meglio nonostante  l’establishment cinematografico americano,  fa una operazione che ricorda un  patto di fraternità guerriera:   va a riprendere un commilitone, seppure nell’immateriale territorio del giudizio storico e artistico, restato tagliato fuori allo stesso modo di come Michael va da  Nick nella Saigon post bellica nel Il Cacciatore, per riprendere il compagno di battaglia restato nè vivo nè morto in quell’ade,  rimettendo in gioco la propria vita, al tavolo della roulette russa, come prezzo da pagare a caronte per riallacciare i fili di una relazione con il compagno . Mi  scorre dentro tutto ciò ascoltando e  vedendo nella oscurità della sala, sotto la gigantesca scena della morte del sergente Elias che viene abbandonato nella scena di Platoon proiettata sullo schermo, questo epico uomo che è Oliver Stone prendersi il capo tra le mani, immaginando nella sua mente in questo momento, davanti al pubblico concentrato della Petrassi ,  i terribili e strazianti  vortici di un passato nella guerra omicida. Ascoltandolo dire davanti alla scena del veterano invalido aggredito al congresso di Nixon nel suo film nato il 4 luglio “Io nei miei incubi io mi vedo sempre cosi, io mi vedo come quel veterano sulla sedia a rotelle che tutti aggrediscono, contro cui tutti urlano”. Sono parole che cadono a terra come piombo fuso immergendosi veloci come demoni verso il tartaro. 

L’idea di coinvolgimento personale in un qualcosa che sembra una missione infinita che anima il vigore esistenziale  ed artistico,  ma anche un profondo solco di tristezza  nella vita vera di Oliver Stone,  sembra appunto quella di  un missione di redenzione innanzi tutto personale dalla partecipazione a una guerra che è stata un crimine deliberato verso un popolo innocente, la guerra del Vietnam, popolo del cui sangue irrimediabilmente si sono macchiate le sue mani di volontario pluridecorato, ma soprattutto in questa redenzione di portare  una parte della sostanza di cui si compone l’esperienza sia individuale che  storico-culturale  e plurimillennaria della guerra nella cultura, della guerra nella coscienza occidentale,  se pensiamo che fondamenta letterarie della nostra civiltà  sono i poemi epici guerrieri greci, se pensiamo al   pentateuco, all’antico testamento, fino al libro non completamente felice, –ma era impossibile una sua piena felicità dato il contenuto di questa particolarità culturale dell’umanità che fa della violenza bellezza– che è appunto l’epos bellico di sempre, di James Hillman “un terribile amore per la guerra” certamente da leggere semmai si volesse aprire una meditazione sul senso del rapporto tra estetica e guerra, senso  che Stone, a me pare,  voglia strappare dalle mani della narrazione ortodossa contemporanea detenuta da quella macchina industriale della cultura che negli Stati Uniti, ci ha raccontato Stone, non ha voluto mettere un solo centesimo sul film Snowden, nessun centesimo   a un regista che da quella stessa industria culturale è stato pluripremiato con i massimi riconoscimenti, è ostracismo antico puro.  “ringrazio Dio per i Paesi europei” ha detto perciò Stone rivolto al pubblico della festa del cinema” Ringrazio Dio per i paesi europei”.  Aggiungendo come postilla  che la sottomissione culturale in america al potere militare è ormai assoluta.  Forse a molti sfugge la portata di tutto ciò.

il film di Stone è un film prodotto da produttori europei. Tedeschi  fondamentalemente. Ora maliziosamente mi era subito tornata in mente,  mentre Stone lo raccontava al pubblico italiano della Festa del Cinema,  la bruciante umiliazione che la Germania aveva ricevuto quando dai documenti di  Snowden aveva saputo che la NSA spiava costantemente la cancelliera Merkel, e praticamente tutte le cancellerie dei paesi alleati:    li per li mi ero detto che questa produzione era anche una vendetta europea contro l’umiliazione pubblica che centinaia di milioni di elettori europeii fossero stati messi al corrente dalla stampa che i propri governanti erano spiati fin nel loro stretto privato ( e quindi potenzialmente vulnerabili a ricatti politici – per esempio utili a imporre trattati come  TTIP – ricatti fatti da chi possiede le informazioni a persone con altissime responsabilità politiche di altri governi di cui noi sterminata massa di Iloti non avremmo mai saputo mai nulla, senza questo sacrificio esistenziale del giovane Snowden e del canto epico che ne ha fatto Stone)  e che solo per questo si erano create le possibilità finanziarie per poter  fare   un film che altrimenti non avrebbe mai visto la luce, questo ci stava dicendo Oliver Stone, e presumibilmente lo sta andando a dire, dove gliene sia data oppurtunità ovunque,  un qualcosa di assolutamente enorme. Ma torniamo a Snowden…

Il soldato Palla di Lardo paralizzato dalle vertigini sulla torre nel film Full metal jacket di kubrik

Il soldato Palla di Lardo paralizzato dalle vertigini sulla torre nel film Full metal jacket di kubrik

Snowden è un soldato americano, lo vediamo subito, è la prima cosa che Oliver Stone decide di raccontarci,  la similitudine delle scene dell’addestramento della recluta Snowden  sono cosi clamorosamente citazioni di momenti ormai iconici della narrazione del precedente  ciclo cinematografico americano  sul Vietnam che per un attimo facciamo fatica a non vedere in un momento di paura sul volto della recluta Snowden, nel salire la Torre, il terrore delle vertigini del soldato Palla di Lardo in Full Metal Jacket: è solo un attimo, una fugace espressione di difficoltà  della recluta snowden che si imballa in quel punto esatto proprio come palla di lardo in Full Metal Jacket  , La recluta Snowden  però supera il momento e dunque si tratta di  un attimo, ma quanto basta per evocare nella immaginazione quasi nell’inconscio, direi,  dello spettatore, l’annuncio di quell’ambiente della violenza militare  profondamente sbagliato violento ed  estraniante, che infierisce sulla vulnerabilità psichica dei più deboli  in maniera completamente vile e per farne degli assassini automatizzati carichi di odio,  cosa che porterà in full metal jacket  alla follia omicida di Palla di Lardo:  “io nella merda ci sono già, fino al collo”  ricordate nel bagno del sergente” questo è il mio fucile, non ce ne sono altri uguali” e via dicendo,  e qui invece annuncia altre conseguenze altrettanto gravi  .

Questo aggancio narrativo con il ciclo epico del vietnam instaura un continuum, che rende perfettamente l’idea dello stato di guerra permanente in cui si trovano gli USA non dalla seconda guerra mondiale, ma dalla feroce guerra civile direi , continuum e dimensione di guerra infinita quasi onirica, come da incubo che non finisce,  e che unisce il prometeismo delle prime armi altamente distruttive, sperimentate dall’esercito nordista anche sui civili del Sud – la famigerata dottrina del “terrore totale” del General Ulysses– alle oscure armate della cyber guerra contemporanea, che sembrerebbe  intersecare e penetrare il punto in cui si incrociano biografie e narrazioni, sia di Snowden sia di Stone, cosi come nell’Iliade il vecchio Nestore cuce la guerra di troia, con il suo racconto, alle mitiche guerre contro i centauri cui egli giovanissimo prese parte. Snowden e Stone sono utopici soldati  americani, di diverse generazioni che aderiscono, ai principi dell’idealismo politico. Che vorrebbero muoversi solo se coperti da mandato costituzionale, cioè realmente come difensori della libertà ancor prima che del popolo americano e non riescono a metabolizzare il disvelamento che hanno avuto grazie alla propria esperienza personale delle mistificazioni che la real politik impone alla feroce  vita bellica di una nazione militarmente egemone sul mondo come gli Stati Uniti. Stone racconta al pubblico della sala Petrassi che, a differenza di Snowden che ha fatto le sue terribili scelte già giovanissimo, ha impiegato molti anni a capire quello che gli era successo in Vietnam, che soltanto vedendo quello che l’america stava facendo in Sud America durante la presidenza Reagan  aveva iniziato a prendere realmente coscienza di quello che l’America faceva, e che poi aveva studiato la storia americana dal 1890 ai giorni nostri e proprio alla fine di questo studio ecco il caso Snowden. Stone ci dice che era un conservatore, un uomo di destra, una ragazzo proveniente da questo mondo quando si era arruolato in Vietnam. Poi Stone ha fatto il film su Kennedy. Io vi dico non a caso, segue un filo preciso il Soldato Stone che parte dalle giungle del vietnam, e raggiunge gli uffici di comando del NSA del film di Snowden,  riaprendo dibatti , impedendo che si cicatrizzino ferite e cicatrizzandosi occultino il segreto che che nascondono, riaccendendo fiamme della vigilanza civile che si vanno ovunque spegnendo, “Stone il traditore, deve essersi bevuto il cervello questo grugno fottuto” devono aver esclamato in molti nei piani alti del potere militare ” questo bastardo è diventato un comunista, adesso se la fa con quella spia di Snowden, dovrebbe proprio crepare, perché non ci è rimasto fottuto in Vietnam al posto di qualche bravo ragazzo che non è tornato” mi pare di sentirli i dialoghi intorno a una macchinetta automatica del caffè nei corridoio del Pentagono. Del resto lo ha detto chiaro e tondo Stone, chissà che non mi succeda qualcosa.  

Sono figure le loro, di Stone e Snowden,  che attraversano la storia come spiriti che non trovano pace mai.   Uomini che non riescono a trasformare gli imput di categorie assolute come quelle dalla giustizia e della verità, del bene, delle azioni che eventualmente  producono il male negli altri esseri umani solo se indirizzate contro la malvagità assoluta, in output che invece vanno a parare in un mondo concreto che usa quelle stesse categorie come maschere per la cruenta  lotta per il mero potere. ” la guerra è ovunque” è la risposta che Snowden si trova a dover dare al suo onnipotente superiore alla NSA. La guerra è ovunque. Siamo coinvolti tutti a quanto pare. 

Stone e Snowden sono soldati americani, essi rivendicano, nella narrazione del film a cui Snowden ha attivamente partecipato come racconta Stone, questo loro status di soldati e patrioti  nel tentativo di sottrarne il monopolio concettuale  e rappresentativo  a un potere che della libertà ne fa vessillo di dominio e prepotenza. Una sfida impari ovviamente che fa di personaggi come loro dei David in un epoca in cui però i David vengono sconfitti nonostante la maestria delle  loro fionde e l’ardore del loro coraggio.

Snowden

Snowden, annuncio dell’uscita del film

Tra il loro essere dei soldati americani, cosa, ripeto, cruciale, rivendicata dalla scelta narrativa di cominciare il film con Snowden che arriva a frantumarsi le ossa per servire nei marines,  e le loro decisioni esistenziali, che sembrerebbero deviare completamente da questa loro configurazione sociale, quella di essere il “tafano del potere” , da parte di Stone e di aver rinunciato alla sua vita da parte di Snowdem prendendosi il peso atroce di essere per   centinaia di milioni di connazionali un traditore,  al solo fine di avvisare il proprio popolo e il mondo  di una usurpazione di potere avvenuta con il mezzo di una cospirazione proprio nel cuore del governo americano ,  non c’è nessuna antinomia. Questo è il messaggio: Un vero marines, un vero eroe è innanzi tutto  fedele alla giustizia , ai principi morali del padri fondatori, anche a costo della propria vita. Forse non riusciamo a valutare l’importanza sull’orizzonte degli eventi di un modello di soldato americano diverso da quello della trionfante ortodossia imperialista e guerrafondaia:  un solo uomo può cambiare il corso della storia, a un  certo punto è detto proprio da Snowden al suo onnipotente superiore della NSA, chiaramente posseduto da megalomania. Un solo uomo può cambiare il corso della storia, finisce così anche la riflessione sul totalitarismo di Hannah Arendt, che ha regalato al mondo per i tempi buii il senso politico filosofico della importanza della natività cristiana. ma lasciamo perdere, si va troppo lontano per di qua.

Il  soldato Snowden è un ritornato sergente  Elias che si batte contro  il possesso questa volta dell’anima del mondo e anche di Stone  da parte di un potere assolutamente bestiale, depravato ( capace di violare glacialmente la sfera intima di chiunque semplicemente per il semplice esistere di chiunque) , e nuovamente come l’Elias di Platoon resta a terra oltre le linee, tradito dalle strutture esistenziali barbariche con cui il  potere esercita se stesso e che deve meticolosamente coltivare, anche se la barbarie può essere vestita delle più eleganti seduzioni intellettuali e parlare i più forbiti linguaggi, o essere struggente cultrice dell’arte come il nazismo ha chiarito una volta per tutte. L’arte da sola non basta. E può con la sua bellezza sublime arredare le pareti anche dei genocidi. Solo seguendo un Daimon come lo ebbe Socrate un giovane ragazzo può rinunciare all’onnipotenza faustiana che gli da non ancora trentenne tutto quello che desidererebbe chiunque, per trasformarsi in un animale braccato da quello stesso potere nell’arco di un giorno e finire esule nel paese che per oltre mezzo secolo ha incarnato nell’indottrinamento ideologico della guerra fredda il male per antonomasia, la morte possibile, la distruzione finale, la Russia. Non so voi ma per me tutto ciò è un grandioso scenario dell’apocalisse contemporanea. Solo seguendo un Daimon un uomo di 70 anni, un artista segnato da una ferita indelebile inflittagli dall’essersi reso eroicamente responsabile di un crimine contro l’umanità in nome della libertà,   può di fronte al niet assoluto e totalitario della industria culturale di un paese di 50 stati e 319 milioni di abitanti come gli Stati Uniti,  mettersi in marcia per andare a battere alla porta dei produttori Europei denari per salvare il soldato Snowden dall’oblio e noi dalla distopia realizzata e liberare un po di più ancora se stesso dalle erinni vendicatrici del Vietnam.

Molte persone si avvicinano al film di Stone con l’atteggiamento di chi non riesce a vedere null’altro che il film come vedrebbe un oggetto di consumo , magari l’ultimo modello di cellulare. Si dice di Stone che non faccia da anni un film alla Stone, ma  questo film non è un semplice film , e qualcosa di incredibilmente più complesso, è una partita tra il bene e il male, mettiamola su questo piano fiabesco , che si sta combattendo ad armi assolutamente impari e questo film ha il valore sopratutto  di un manifesto, il cui contenuto è superiore e più importante della sua forma, a cui la forma è stata subordinata per motivi di massima diffusione,  cosa che raramente si può concedere nell’arte ma si può e talvolta assolutamente si deve. Stone lo ha detto chiaro e tondo, “alla  gente di tutto ciò non interessa. La maggior parte delle persone non sanno chi è Snowden, il messaggero sta perciò distruggendo il messaggio. Allora noi abbiamo cercato di raccontare come il messaggero era arrivato ad avere il messaggio, il suo mondo, ed è stato un lavoro difficile, molto complesso riuscire a ridurre in due ore la mole di dati che Snowden ci stava fornendo” . Stone non ha cercato un linguaggio e una cifra stilistica per pochi raffinati palati  di colti cinefili. Stone ha cercato di parlare a milioni di persone, e per fare questo ha usato un linguaggio estetico che è  il linguaggio estetico vigente che coinvolge le grammatiche estetiche  videoludiche di guerra, che sono il lato seducente per la  massa di quello stesso ente che poi diventa il controllo totale di massa ,  come anche  le cifre stilistiche canonizzate del cinema “militare” della grande produzione americana, convergendo come con una macchina di specchi archimedica su Snowden il fascio di luce eroizzante affinché  siano conosciute e ricordate , potremmo recitare con Erodoto, le gesta grandi che ha  compiuto. Secondo me riuscendo a cogliere perfettamente nel segno di montare su un corpo spettacolare un codice genetico politico, quasi come fanno gli ingegneri biogenetici quando usano un virus come vettore di un medicinale. Un film da non perdere, da diffondere, un film da sostenere per quello che è, un manifesto politico nella forma di un film assolutamente spettacolare.

 

 Antonio Monda, Oliver Stone e Richard Peña

Antonio Monda, Oliver Stone e Richard Peña

Bisogna Ringraziare Antonio Monda, io  da parte mia lo faccio veramente di cuore,  per averci portato a Roma Oliver Stone, e soprattutto  per avergli dato modo di parlare abbastanza ampiamente rispetto ai tempi ridotti di cui oggi dispone l’essere umano rispetto al logos. Ben due incontri con il regista nella stessa giornata. Una conferenza Stampa alle 14.30, poi alle 17 e 30  una lunga conversazione tra Antonio Monda, Richard Peña e Oliver Stone-  secondo l’ormai ben noto metodo con cui Monda conduce da anni gli incontri con i protagonisti della cultura mondiale, quello  delle scene dei film scelte dall’ospite come snodi epistemologici per la conoscenza del personaggio e della sua poetica. E voglio anche indicare a un coraggio intellettuale di Monda che visto l’atteggiamento di totale contrasto tra establishment e Stone, non è cosi evidente, perché poi magari certe scelte chissà vengono rimuginate dal potere terribile contro cui ha osato agire Snowden  e non da meno Stone utilizzando ai massimi livelli gli stessi linguaggi con cui normalmente l’industria della cultura fa propaganda del potere militare americano. Monda vive a New York. A breve ci saranno le famigerate elezioni e l’ospite di Antonio sorvolando velocemente sul pericolo folkloristico di Trump ha invece  lapidariamente detto, come hanno recepito tutti i giornali, che la Clinton è il sistema,  il militarismo,  l’impero. Sono rischi culturali ma anche politici e sociali questi di invitare un personaggio cosi odiato per aver dato voce e epos a un “traditore”  che  non molti di questi tempi sarebbero disposti a correre, e che rivelano un morigeratezza poco esibita ma tutta sostanziale in  chi se li assume di tutto rispetto. E’ quella America che amiamo questa.  Scelta di portare Stone a Roma che ha Allineato la nostra città spesse volte oziosamente alla deriva del mondo ad essere quel 14 ottobre un luogo in cui si discutevano cose assolutamente centrali e cruciali per il nostro presente e per il nostro futuro con un grandissimo protagonista ormai palesemente militante della cultura e della  società contemporanee. 

L’idea originaria che mi ronzava in testa in tutto ciò è  che una parte di Oliver Stone non fosse mai tornata dal Vietnam e che abbia visto in Snowden questo fantasma di se stesso restato tagliato fuori, restato li giù come il Nick del cacciatore di Cimino. E che necessitava mettere in gioco tutto per tornare indietro, Stone lo ha fatto, si è reso odiabile da molta gente con poteri inauditi, e che questo film sia la missione per andarlo a salvare. Salvando con ciò anche un qualcosa del nostro diritto ad esistere nella nostra integrità di persone che si possiedono e inviolabili dal potere. In fondo i simboli sono la più intima essenza del nostro essere umani.

Stone ha salvato Snowden dall’oblio, ormai per sempre,  sottraendolo ai succhi gastrici del potere che lo avrebbero disciolto nelle dimenticanze della ridondanza di notizie che ogni giorno sommergono il mondo, con un operazione di intelligence  artistica che ha usato l’arma del cinema in chiave spettacolare , la produzione di  bellezza come produzione di verità, per palesare a quanti più possibile la minaccia di un nuovo prometeico totalitarismo, concretamente pronto anche se ancora con la sicura, cinema come  arma  spesso invece  usata per dare sostanza alle menzogne, come ben sapevano gli antichi fascismi che lo inventarono in quanto arma politica per indottrinare le masse. 

Adesso tocca a noi salvare il soldato Oliver Stone affinché ciò che ha fatto abbia un senso, non vada perduto, Andando al cinema e   facendo vincere il film su Snowden anche sul lato economico,  che è il fallimento che gli  augureranno e per cui si spenderanno tutti gli uomini del potere usurpante in nome di una libertà tradita le nostre vite.

Salviamo il soldato Oliver Stone

L'AUTORE
David Colantoni è poeta, scrittore, saggista pittore e artista visivo. E' autore della rivista Nuovi Argomenti, fondata da Alberto Moravia, della rivista Fermenti, e altre testate. Ha fondato e diretto il mensile di pensiero e letteratura Lettere dalla Frontiera. Insieme ad Aldo Rosselli, figlio dello storico del risorgimento Nello Rosselli e Nipote di Carlo Rosselli, di cui è stato amico e allievo per quasi 30 anni, ha fondato nel 1999 il quadrimestrale di cultura Inchiostri.  Per il cinema ha sceneggiato "Io, l'altro" 2007 , di Moshen Melliti. distribuito da 20th Century Fox. La sua Ultima esposizione come artista è avvenuta al Moscow Museum of Modern Art a giugno del 2015
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