Falsi follower sui social: perché fanno male a tutti

Dicembre 23, 2015
Germano Milite
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Più mi addentro nel mondo dei numeri fuffa, dei bot, degli auto-refresh, dei fan e dei like comprati in India, Turchia, Thailandia ecc per la mia prossima mini-inchiesta, più mi rendo conto che probabilmente in futuro saranno quasi sicuramente i piccoli numeri reali al posto dei grossi numeri pompati come bolle di sapone a fare la differenza ed ad essere apprezzati. Parlo di un futuro, si spera e si prevede non troppo lontano, dove la gente sarà digitalmente più alfabetizzata ed in grado di utilizzare certi strumenti di monitoring e verifica. A quel punto le auto-markette, i pacchetti di follower e tutto sto squallidume deprimente saranno, si spera, solo un brutto ricordo o comunque un fenome molto più limitato.

Intanto alcuni casi eclanti, monitorati su Twitter grazie a Twitter Audit

Marco Travaglio registra solo il 30% di followers reali. Il resto, secondo l’audit, sarebbero fake. Idem Grillo, con percentuali praticamente identiche. Salvini eRenzi invece avrebbero solo il 60% di profili reali a seguirli. E Saviano? Fermo al 33% di follower reali anche lui. Tra i cantanti Fedez avrebbe il 50% circa di real follower, mentre Elio (che ne ha appena 40.000) arriva all’80%.

Chiariamoci, Twitter Audit non è la bibbia e di sicuro non è affidabile al 100% come metodo di valutazione quantitativa e qualitativa, anzi. Tuttavia, la sua non precisione assoluta, vale per tutti: per i profili “piccoli” e per quelli dei vip. Tra l’altro, anche tra personaggi noti, ci sono grosse differenze a parità di “platea virtuale” e questo qualcosa vorrà significare.

Stilerò anche un elenco con i siti (alcuni molto noti) che utilizzano auto-refresh ed altri mezzucci per drogare visite e pagine viste, gabbando concessionarie e centri media che a quel punto o sono conniventi nel fregare gli inserzionisti o, letteralmente, sono cieche e quindi in ogni caso colpevoli poiché incompetenti.

Dopo aver subito per anni e sulla mia stessa pelle gli effetti nefasti che queste pratice da deficienti senza vision a medio-lungo termine hanno sul mercato, direi che è il momento di darci un taglio e fare i nomi, dati alla mano, di chi bara e di chi gioca pulito. Perché, per fare un esempio capibile anche dai non addetti ai lavori, truccando il numero di fan, follower, like e commenti, automaticamente creiamo una bolla speculativa ed inflattiva che fa decrescere esponenzialmente ed in maniera inversamente proporzionale il valore di questi ultimi. In altri termini, serviranno numeri (finti) sempre più grossi per ottenere revenue sempre più scarne. Buttare tanto fumo negli occhi degli inserzionisti e degli stessi utenti non smaliziati, dunque, è una strategia che alla lunga può essere totalmente autodistruttiva. 

Per carità: sappiamo tutti che esistono meccanismi atavici quanto forti come la “riprova sociale” (alias: scimmiottamento acritico dei comportamenti di massa) e che il marketing le utilizza come leve per vendere a 10 ciò che magari vale 6. Ma penso si abbia sempre più bisogno di un mondo, almeno online, dove ciò che vale 6 può essere venduto a 7 o al massimo ad 8 e dove gli utenti medi siano meno analfabeti digitali e funzionali e più preparati, in grado dunque di misurare la qualità prima ed oltre la quantità (tra l’altro farlocca) per riconoscere almeno le manovre truffaldine più eclatanti. 

Nel 2008, con 600.000 visitatori unici su un portale d’informazione, potevi mettere in piedi una piccola azienda e fatturare anche 50-60k l’anno. Oggi, lo stesso progetto, in un anno non fattura neppure 10.000 euro. Questo fenomeno è sicuramente “colpa” della diffusione esponenziale dei portali d’informazione e ad un’inflazione evidente dell’offerta, ma di sicuro grande responsabilità ce l’ha anche chi ha truccato i numeri, barando spudorantamente ed utilizzando ogni mezzo per apparire molto più frequentato/seguito/commentato di quanto non fosse.

Sono certo che la creazione di “super-nicchie”, di “tribù” iper-fidelizzate (possibilmente su piattaforme proprietarie oltre che su social di terze parti che cambiano regole ed algoritmi a loro piacimento e con poca o nulla trasparenza) siano già ora la risposta innovativa al vecchio modo di fare informazione e comunicazione online.

Ma se non contribuiamo a smontare con decisione e pervicacia questa ossessione per i grandi numeri (truccati), il web rischierà seriamente di diventare una sorta di nuova televisione, con dinamiche probabilmente ancora più perverse poiché fintamente prodotte “dal basso” e fintamente alternative alle regole valide per gli old media mainstream dai quali internet doveva affrancarci o, almeno, fornirci una valida alternativa. 

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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