L’arrivo dell’anti-conformista Corbyn a Westminster: uno choc per il socialismo blairiano

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23/09/2015 Attilio De Alberi

La recente, inaspettata vittoria del veterano radicale Jeremy Corbyn alle primarie del Partito Laburista inglese ha scosso non poche persone, sia a destra che a sinistra, in tutta Europa. A dargli subito il benvenuto sono stati Pablo Iglesias, il leader di Podemos, sulle pagine del Guardian, e, l’onnipresente Varoufakis dalle pagine del suo blog. Mentre manca poco che il Primo Ministro Tory Cameron  lo etichetti come Pericolo Pubblico Numero Uno.

Ma al di là delle sue posizioni apertamente anti-capitaliste e pacifiste, Jeremy Corbyn “ è una persona, semplice, decisamente umile”. Così lo descrive Owen Holland, ricercatore di storia e letteratura all’Università di Cambridge, nonchè sindacalista e attivista, aggiungendo: “Questo è un fatto positivo: ci fa capire che non bisogna essere necessariamente carismatici o esibizionisti per essere un leader”. Forse un messaggio per certi leader continentali, con uno stile assai diverso da Corbyn, deputato Labour dall’inizio anni ’80 per Islington, una delle aree più popolari nell’East End londinese.
In quanto a radicalismo anche Owen Holland non scherza. Tre anni fa venne sospeso dall’Università di Cambridge per aver interrotto la visita dell’allora Ministro dell’Educazione David Willets con una “protesta poetica”. La frase incriminante fu: “ Lei è un uomo che crede nel mercato e nella competizione per migliorare la qualità. Ma guardi il mondo attorno a sé: i suoi dei hanno fallito”. La sospensione, che originariamente doveva essere di ben due anni e mezzo, venne ridotta a un trimestre, anche grazie alla protesta di 60 accademici che scrissero una lettera stile Spartaco (il film di Stanely Kubrick con Kirk Douglas n.d.r.) al rettore dell’università.
Non ci si deve sorprendere se Holland ha scritto la sua tesi di Ph.D su William Morris (il padre del radicalismo inglese) per poi creare una rivista specializzata in studi proprio su questo pensatore inglese del 19mo secolo.

La vittoria di Corbyn viene vista come la fine del ‘blairismo’. Come si spiega questa improvvisa virata a sinistra nel Labour Party?

In generale si può spiegare come il risultato finale e inevitabile di una crescente disaffezione con una politica neo-liberista che non si distingueva da quella del partito di governo, ossia del nemico tradizionale del Partito Laburista.

A quanto pare è stato anche determinante il voto dei giovani…

Senz’altro, ma anche il modo totalmente nuovo in cui è stato scelto il leader del partito.

Cioè?
 
  Per la prima volta nell’intera storia del partito, attraverso le primarie, è stato introdotto il meccanismo di “one man, one vote” (‘un uomo, un voto”).
Mentre prima?

Prima c’era un collegio elettorale interno al partito che sceglieva il leader e questo permetteva la perpetuazione di una certa elite al potere.

Ma, ironicamente, è stata proprio quell’elite a introdurre questo nuovo meccanismo decisamente più democratico.

Sì, ironicamente. La vecchia elite credeva di consolidare il proprio potere proprio grazie alle primarie. Ha evidentemente sottovalutato il sentire comune, soprattutto presso le nuove generazioni, e quindi le primarie si sono rivelate un boomerang.

Si può descrivere la vittoria di Corbyin come parte di un fenomeno più esteso, a livello europeo, di radicalizzazione a sinistra, esemplificata da fenomeni come Syriza e Podemos?

Sì, questo risultato, come dicevo, riflette in parte l’insoddisfazione per le politiche dell’austerity e per la crescente disuguaglianza sociale, un fenomeno europeo, ma qui c’è un fenomeno un po’ diverso, che coinvolge i partiti socialdemocratici in generale.

Ma né il Partito Socialista Francese né l’SPD hanno un Corbyn.

Infatti: mentre in Francia abbiamo un Malenchon e in Germania un Linke, la virata a sinistra in Inghilterra, in Inghilterra la “ribellione” a sinistra è diventata una ribellione interna al partito. Una ribellione che ha avuto successo.

Ma al tempo stesso nel parlamento inglese la stragrande maggioranza dei deputati sono ancora fondamentalmente ‘blairiani’…

Sì, inevitabilmente in questa fase di passaggio.

Potrebbero creare dei problemi per Corbyn e in generale per l’unità del partito?

Fino a un certo punto. Tutti gli ‘oppositori naturali’ in parlamento non possono semplicemente ignorare la dimensione del mandato ricevuto da Corbyn: il 60% dei consensi alle primarie non sono noccioline.

Quindi dovranno inchinarsi di fronte alla nuova realtà?

Esatto: se non lo facessero, la loro ribellione potrebbe ritorcersi contro di loro. Esiste però anche un’altra possibilità: una spaccatura del partito, che però, al tempo stesso, chiarirebbe molte cose.

E’ comunque pensabile che al prossimo turno elettorale gli attuali deputati blairiani vengano sostituiti da nuovi rappresentanti più vicini alla nuova linea radicale?

E’ non solo pensabile, ma molto probabile.

Rimane comunque il fatto che a questo punto mancano cinque anni alle prossime elezioni. Cinque lunghi anni con Cameron saldamente al potere.

Questo è vero, ma una cosa è certa: d’ora in poi il percorso di Cameron non sarà più così facile e sereno. Innanzitutto è in arrivo il referendum sulla permanenza nella UE. Cameron potrebbe incontrare un’opposizione nell’ambito del suo stesso partito. E poi dovrà tener conto della nuova forza dei sindacati.

In che senso?

La vittoria di Corbyn ha già introdotto un’atmosfera di maggiore confidenza tra i sindacati, tradizionali alleati del Partito Laburista, ma ultimamente messi da parte grazie alla gestione blairiana. Quindi assisteremo a una recrudescenza di battaglie sindacali che daranno molto filo da torcere all’amministrazione Cameron.

Non ci sarà anche una potenziale nuova intesa tra lo SNP (Scottish National Party n.d.r.) e il partito laburista di Corbyn?

Sì, infatti il partito scozzese è senz’altro più a sinistra del laburismo blairiano e quindi quest’alleanza sarà uno sviluppo naturale. E poi c’è una questione molto importante sulla quale lo SPD è senz’altro d’accordo con Corbyn: quella delle basi di missili Trident in Scozia, che il nuovo leader laburista, da bravo pacifista non approva.

Un’alleanza tra il Labour Party e il Partito Nazionale Scozzese potrebbe tagliar fuori Cameron?

Potrebbe creargli problemi, ma al tempo stesso Cameron può contare su una salda maggioranza indipendentemente da questa potenziale alleanza.

A proposito dei missili Trident e quindi della partecipazione alla politica NATO e, in generale, della tradizionale sottomissione inglese alla politica estera USA, Corbyn potrebbe avere dei problemi con l’amministrazione americana?

E’ troppo presto per avventurare delle ipotesi, anche perché Corbyn al momento è all’opposizione. Una cosa è certa: Washington starà già seguendo con grande attenzione la “sorpresa Corbyn”. Non si sa mai. Vista la sua visione radicale in termini di pacifismo e di politica estera, potrebbe rappresentare un pericolo.

In un recente talk-show il Presidente del Consiglio italiano Renzi ha detto che in realtà Corbyn, con la sua posizione radicale, è un pericolo per lo stesso partito laburista, nel senso che potrebbe indebolirlo.
Credo che non si renda veramente conto dello spirito dei tempi.

Si dice che Corbyn sia simpatizzante di Le Pen.

Sì, ho sentito questa voce, ma è solo un volgare rumour per discreditarlo.

Quindi la politica di Corbyn è all’opposto di quella di Cameron per ciò che riguarda l’immigrazione?

Assolutamente.

E intanto, lo xenofobo Farage com’è messo di questi giorni?

Adesso come adesso mantiene un basso profilo. Le sue istanze anti-immigrazione sono state assorbite proprio dal Partito Conservatore che per togliergli spazio ha sposato in parte la sua causa.

Come vede il nuovo governo ombra di Corbyn?

Decisamente molto innovativo. Il pezzo da novanta è McDonnell, il nuovo ministro ombra dell’economia, che per la sua radicalità ha già creato reazioni molto forti.

Una specie di… Varoufakis britannico?

Esattamente: ne vedremo delle belle.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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