Loris Loddi: “Le mie verità sul cinema italiano”

Settembre 9, 2015
Sveva Alagna
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Loris Loddi, che ama definirsi attore prestato al doppiaggio, non le manda a dire. Per farsi un’idea, basta cercare su You Tube il suo “J’Accuse”. Sebbene scegliendo in questo caso una modalità ridanciana o pagliaccesca, J’accuse – io accuso – un’Italia cialtrona e meschina. Il paese degli stereotipi!, spiega.

Facciamo un passo indietro: Loris bambino, a sei anni è Cesarione, il figlio della splendida principessa d’Egitto Cleopatra, Elizabeth Taylor, nel kolossal di Mankiewicz del ’63. Non solo, pochi mesi dopo è scelto e poi diretto da Luchino Visconti, interpretando il diavolo ne “Il diavolo in giardino” al Teatro Massimo di Palermo.

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Nulla sarà più lo stesso.

Dopo che ti ha tenuto a battesimo Luchino Visconti, trascorri in così tenera età quattro mesi e mezzo con un maestro simile, con tutto ciò che comporta in termini di impegno, sfido qualsiasi persona: che altro potrebbe scegliere di fare da grande se non l’attore?, aggiunge. Poi, a 13 anni, Lewis Gilbert – premio Oscar per “Alfie” – lo sceglie per fare Bekim Fehmiu da piccolo in “L’ultimo avventuriero”: Bello, bellissimo. – racconta – Solo che io non parlavo una parola di inglese. La Paramount nel contratto così inserì la clausola: 4 settimane a Londra, se impara l’inglese il ruolo è suo. Ebbi il ruolo e tuttora parlo fluentemente l’inglese.

Dopo un esordio così precoce, la biografia di Loris Loddi, che di anni adesso ne ha 58, è un puzzle di collaborazioni, partecipazioni, ruoli e un mosaico di doppiaggi. Fino all’esperienza con la fortunata serie Dexter: Doppiare Dexter per 8 anni mi ha bollato. In riferimento a me l’associazione è automatica, non conta più ciò che ho fatto prima, dopo e durante: è questo accade solo qui, nel paese degli stereotipi.

Eppure, Loris Loddi, che dal 2007 al 2013, per 8 stagioni ha prestato la voce a Michael C. Hall nella serie, non solo ha terminato “Dexter” ormai da due anni ma ha all’attivo più ruoli, come quello di Marzio Ciano in “Il processo di Verona” diretto da Carlo Lizzani al fianco di Silvana Mangano, e ancora con Lizzani ha recitato nei western all’italiana “100.000 dollari per Ringo” e “Un fiume di dollari”, e più recentemente ha lavorato con Pupi Avati in “I cavalieri che fecero l’impresa”, al fianco di Mickey Rourke in “Francesco” di Liliana Cavani e con Tom Tykwer in “The International”. Proprio a proposito di quest’ultimo, c’è un aneddoto da raccontare: In “The International” facevo il segretario di Luca Barbareschi, il quale interpretava un politico corrotto: mi sono trovato benissimo con Tom Tykwer, che ha anche ripreso la casting perché aveva fatto fare a me il provino per il politico corrotto… era così evidente che non fosse il ruolo adatto a me.

Il riferimento è alla figura dei direttori di casting cinematografici; in relazione ad una sceneggiatura, previe ricerche e provini, forniscono al regista e alla produzione una rosa di nomi di attori per ciascun ruolo, fino alla scelta del cast. Figura che, senza tuttavia generalizzare, non incontra le simpatie dell’attore-doppiatore romano. Si tratta di un’oscena figura che impera, una categoria di esseri umani aberrante, hanno un “poterino” che gestiscono in proprio in base a dove tira il vento. Non sono così imparziali come dovrebbero essere, non si documentano sull’attore che viene “provinato”, il quale spesso e volentieri è un malcapitato pacco postale. É un mestiere nuovo e c’è troppa improvvisazione. Tu, “casting”, chi sei? Che formazione hai? Da dove vieni? Come ti sei accreditato/a?.

Intanto Alessandro D’Alatri, regista, attore, sceneggiatore e ora direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo, lo ha coinvolto nel suo prossimo film “Startup”. Lui è un regista dalle idee chiare. Tanto consapevole e super partes che non mi ha fatto il provino: sapeva che ero adatto a quel preciso ruolo. Ma sono pochi in Italia i registi determinati e soprattutto liberi; la maggiorparte di loro vivono non si sa in quale pianeta o sono servi di qualche corrente politica.

E in tv? In tv vedi sempre quelle e quelli. Inutile chiedersi perché. Io non metto piede in Rai dal 2009 quando ho recitato in “Malaria”. Ero riuscito a conquistare un ruolo in una di queste fiction, in cui si sa fin da subito chi saranno gli interpreti, perché quello che doveva recitare al posto mio era impegnato. Non è colpa mia se non mi riconosco in questo governo come non mi riconoscevo in quello precedente, e in quello precedente ancora. Non sono un anarchico, sono uno che sta vedendo come l’Italia stia andando a rotoli. La verità è che se fossi più tollerante… sai quante cose avrei fatto in teatro, in tv… Ma no! Sono meccanismi malati e io non ci sto! Cento volte mi sono detto: vabbè, me ne vado a fare il doppiaggio.

In effetti del doppiaggio Loris Loddi è un veterano, a partire da Mowgli ne “ Il libro della giungla” (Un giorno mi girai e mi accorsi che accanto a me c’era Walt Disney in persona), sono circa un centinaio le voci che ha doppiato nella sua carriera. Qualche esempio? Ecco: Christopher Evan Welch in “Basta che funzioni”, Saïd Taghmaoui in “L’odio”, Tom Hollander in “Pirati dei Caraibi”, Ben Foster in “Alpha Dog”, Patrick Wilson in “Watchmen”, Quentin Tarantino in “Dal tramonto all’alba”, Matthew Goode in “Match Point”, Michael Sheen in “Midnight in Paris”, Brad Pitt in “Troy”, Val Kilmer in “The Doors”, “Batman Forever” e “5 Days of War”, James Caviezel in “La sottile linea rossa”. Suo anche il doppiaggio del celeberrimo “Palla di lardo” in “Full Metal Jacket”.

Com’è andata esattamente? Avevo vinto il provino per doppiare Matthew Modine, il soldato Jocker. All’epoca – nell’88 – tutte le sere si mandavano a Londra le cassette con il DHL, così che Kubrick potesse ascoltare le varie versioni. Quella italiana, spagnola, francese. Un giorno in cui avevamo quasi finito il lavoro, eravamo al 19esimo turno, il direttore del doppiaggio Mario Maldesi mi comunicò che c’era Kubrick al telefono per me. Molto gentilmente mi disse di essersi reso conto che la mia voce stava meglio su Vincent D’Onofrio. Mi chiese molte volte se fossi d’accordo a rifare il lavoro. Accettai con gioia: ero colpito da tanta professionalità – addirittura telefonarmi lui stesso! – e sensibilità. Alla fine mi scrisse una lettera, a mano con pennarello nero, che naturalmente conservo ancora: “Loris, we never thank you enough for the enormous, emotional contribution you gave to the italian version of Full Metal Jacket”. Con che cura seguiva le cose! Uno come lui non tornerà più”.

L’appuntamento imminente con la voce di Loris Loddi è l’attesa serie “Bloodline”, 13 episodi, prodotti da Sony Pictures Television, disponibili da ottobre 2015 sulla piattaforma di streaming Netflix, in cui doppierà Ben Mendelsohn, ovvero Danny Rayburn.

Poi presterà la sua voce nuovamente a Patrick Wilson in “Fargo”, che trae ispirazione dal film del 1996 “Fargo” dei fratelli Coen, i quali figurano tra i produttori esecutivi della serie stessa. Infine spazio anche per i film di animazione: sarà Freezer in Dragon Ball, in uscita il 12 settembre: Per motivi generazionali non conoscevo bene Dragon Ball, ma vedo tanti ragazzi impazzire. Certo mai quanto alcuni che mettono ai cani il nome Dexter.

L'AUTORE
  Iscritta all'Albo dei giornalisti all'età di 22 anni, inizia il suo percorso collaborando con La Repubblica e con SkyTg24; diviene coordinatore editoriale e successivamente vicedirettore del quotidiano di informazione culturale on line Balarm.it e del periodico di approfondimento culturale Balarm magazine; addetta stampa e digital PR di svariati eventi ed iniziative (vernissage, presentazioni di libri, concerti), oltre che di operatori culturali tra cui la Fondazione Orestiadi di Gibellina e il Centro Sperimentale di Cinematografia. Si occupa di editing di sceneggiature, collaborando con varie società di produzione cinematografica. Ha sempre scritto di cultura e spettacolo, ma ultimamente non può più fare a meno dei temi legati all’innovazione.
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