13 Reasons Why: quando le serie tv creano dipendenza

Manuela Stacca

Classe 1991. Laureata in Scienze delle Lettere e della Comunicazione, lavora come freelance per diverse testate giornalistiche. Appassionata di cinema, serie tv e moda.

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“Mangia qualcosa e mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. Anzi, più esattamente, il motivo per cui è finita. E se tu hai queste cassette, è perché sei uno dei motivi”.

Inizialmente ero scettica. Ero fortemente scettica verso la nuova serie tv di Netflix, 13 Reasons Why, presentato come un classico teen drama, co-prodotto dalla giovane Selena Gomez, idolo degli adolescenti per eccellenza. Ma lo show creato da Brian Yorkley è diventato subito un fenomeno, un caso televisivo, che ha dato vita anche a una petizione – per renderne obbligatoria la visione in tutte le scuole superiori -, e a oltre due settimane dalla sua uscita, il 31 marzo scorso, ancora non si parla d’altro. Per questo motivo, ho ceduto anche io alla curiosità, abbandonandomi al binge-watching selvaggio di 13 Reasons Why che, con mia sorpresa, ha convinto anche una refrattaria come me che il liceo l’ha finito già da un po’ di tempo. Anche se, a pensarci bene, dire “convinto” è piuttosto riduttivo.

Tratto dal bestseller omonimo di Jay Asher, 13 Reasons Why racconta la storia di Hannah Baker (Katherine Langford), diciassettenne vittima di violenza, bullismo e cyberbullismo, che decide di togliersi la vita, non prima di aver registrato sette audiocassette, contenenti le tredici ragioni che l’hanno spinta ad un atto così estremo. Tredici ragioni che sono legate a tredici persone che l’hanno delusa, ferita, maltrattata, facendola diventare un vero e proprio bersaglio per i suoi compagni di scuola. Co-protagonista della storia è Clay Jensen (Dylan Minnette), ragazzo timido e dall’animo buono, amico e collega di Hannah, della quale era innamorato, sconvolto per la sua morte, e ancor più nell’apprendere che una di quella cassette è dedicata anche a lui.
Nonostante l’estrema – ma assolutamente studiata – lentezza, in pochi episodi 13 Reasons Why ha la capacità di tenerti letteralmente incollato allo schermo, nel desiderio sfrenato di sapere cosa avrà mai fatto un ragazzo dolce e sensibile come Clay per meritarsi un posto in una delle registrazioni, cosa sarà capitato a una ragazza bella e intelligente da indurla a porre fine alla sua esistenza.

Omertà, solitudine, depressione, “slut-shaming”, stupro sono solo alcune delle tematiche cardine di 13 Reasons Why, che riesce a evitare i tanti cliché, il facile pietismo e buonismo tipici del genere, affrontando degli argomenti scomodi con grande acutezza e serietà e con un approccio adulto che proprio non ti aspetti da un teen drama. La forza dello show risiede infatti nel suo rivolgersi non solo ai giovani ma anche agli adulti, nel voler sensibilizzare e far riflettere su temi difficili ma purtroppo sempre attuali, senza per questo scadere nel mero didascalismo, ma costruendo un racconto intenso e appassionante che gioca abilmente con la suspense – grazie all’ottima performance dei giovani attori protagonisti, al montaggio precisissimo e alla colonna sonora nostalgica -, che fanno di 13 Reasons Why una delle migliori serie televisive del suo genere.

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A rimanere indelebile è probabilmente l’undicesimo episodio, il più atroce, spietato e difficile da digerire, ma anche il più efficace nel raccontare la complicata e turbolenta vita tra i banchi di scuola, tra paure, insicurezze, sbagli e quella insormontabile incapacità di comunicare, per davvero, con l’altro, che è il più grande ostacolo nelle relazioni umane.

Certo, è chiaro che siamo ben lontani da prodotti quali House of Cards o Marvel’s Daredevil, due degli show di punta di Netflix che hanno ridefinito lo standard qualitativo della serialità moderna. Ma 13 Reasons Why è comunque una serie tv importante e rivoluzionaria a suo modo, perché come Marvel’s Jessica Jones rivedeva il ruolo di eroina all’interno del genere supereroistico, allo stesso modo 13 Reason Why riscrive i canoni del teen drama, puntando sull’impegno sociale. E non è un caso che ad essere protagonista sia ancora una donna, una ragazza vittima di soprusi come ne abbiamo visto tante nella serialità del 2016 (Westworld, Stranger Things) e di quest’anno (Big Little Lies). La capacità di veicolare un messaggio, forte e potente, attraverso un prodotto all’apparenza banale è la grande sorpresa e vittoria di questo drama-thriller psicologico, che non sceglie mai la via facile, non volta mai lo sguardo per evitare scene sgradevoli, ma decide di mettere in scena la realtà di un mondo, quello dell’adolescenza, in tutta la sua crudezza.

Sappiamo già qual è l’epilogo, sappiamo già che la morte di Hannah è irreversibile, eppure continuiamo a guardare, rapiti da una storia così avvincente, devastante e disturbante, nella sua drammaticità e tristezza, di uno show che parla al cuore e alla pancia dello spettatore, con quest’ultimo che finisce suo malgrado per immedesimarsi in Clay, sempre più diviso tra la paura e la bramosia di continuare nell’ascolto/visione, cassetta dopo cassetta, episodio dopo episodio.

Insomma, avete presente quando si dice che le serie tv creano dipendenza? Ecco, 13 Reasons Why è una di queste.

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