Negazionismo, un fenomeno inquietante dalle mille sfaccettature

Dicembre 1, 2020
Attilio De Alberi
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L’inquietante fenomeno del negazionismo non è affatto recente, anche se molti hanno cominciato a conoscerlo in relazione alla pandemia del Covid-19. Prima però di illustrarne le caratteristiche, è importante capire in cosa consiste e quali strategie applica. Fondamentalmente il negazionismo è una corrente pseudostorica e pseudoscientifica del revisionismo. Essa consiste in un atteggiamento storico e politico che, utilizzando a fini ideologico-politici modalità di negazione di fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico stesso. 

Uno degli esempi più noti e più longevi di negazionismo è quello che nega l’esistenza dell’Olocausto. Il più noto dal punto di vista mediatico è il negazionismo dello scrittore filonazista e razzista David Irving che, tra l’altro, perse una causa per diffamazione da lui intentata contro la storica Deborah Lipstadt che lo aveva definito un “falsificatore della storia”, anche se c’era stato un relativo successo di pubblico dei suoi libri.

Si può anche parlare di un altro negazionista: Robert Faurisson, ex professore di critica letteraria all’Università di Lione, secondo il quale le camere a gas nei lager non esistevano e, se c’erano non servivano a sterminare le persone, ma solo ad uccidere i pidocchi.

In Italia il negazionismo dell’Olocausto è rappresentato dalle opere di Piero Sella, mentre Claudio Moffa, professore presso la facoltà di Scienze Politiche all’Università di Teramo, nel corso delle lezioni ha osato affermare che “non c’è alcun documento di Hitler che dicesse di sterminare tutti gli ebrei”.

Infine bisogna ricordare che nel 2012 si diffuse sul web, in maniera semiclandestina, il primo documentario italiano intitolato Wissen macht frei” (‘La conoscenza rende liberi’) creato per diffondere delle tesi negazioniste e per confutare la storiografia nazista, attraverso la raccolta di materiale multimediale da blog negazionisti e la citazione di noti negazionisti.

Bisogna comunque tener conto che il negazionismo non si applica solo all’Olocausto. Ecco una lista di altre forme di negazionismo: quella che ha voluto negare gli stermini avvenuti sotto l’amministrazione di Joseph Stalin nell’Unione Sovietica; quella che ha voluto negare il genocidio armeno avvenuto per mano turca nel Medio Oriente; la tesi di storici come Diana Johnstone, Lewis MacKenzie, Milorad Dodik, Pamela Geller e Julia Gorin, secondo i quali alcuni massacri perpetrati durante la guerra civile jugoslava non sarebbero stati rivolti a civili inermi ma contro partigiani nemici; gli storici Hill e Yukiko hanno fatto dei tentativi per minimizzare gli effetti sui civili dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki; la negazione dei massacri delle foibe; nel 2015-2016 il programma televisivo Le iene ha mandato avanti delle indagini per identificare medici che negano l’esistenza del virus dell’HIV, il quale, secondo loro, sarebbe solo un’invenzione delle case farmaceutiche per aumentare i propri profitti; secondo certi negazionisti l’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono l’11 settembre 2001 non sarebbe nato da Al-Qaida, ma negli stessi USA; infine bisogna ricordare i cosiddetti “terrapiattisti”, i quali negano che il pianeta Terra sia una sfera, essendo invece, appunto, piatto.

Oggi la forma di negazionismo che può preoccupare di più è quella che nega tout court l’esistenza del virus Covid-19 e che si muove per trasgredire tutte le misure che esistono per contrastare la diffusione della pandemia come il confinamento, l’uso delle mascherine ed il mantenimento delle distanze di sicurezza. Secondo questi negazionisti tutte le misure suggerite dalle autorità scientifiche e politiche per contrastare il coronavirus sono una forma di imposizione e quindi di negazione della libertà per i cittadini. Chiaramente questo è un atteggiamento assai preoccupante.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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