L’ondata anti-razzista negli USA

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03/06/2020 Attilio De Alberi

A seguito della brutale uccisione del nero George Floyd a Minneapolis, in Minnesota, la settimana scorsa, ad opera di un agente della polizia, si è scatenata un’ondata di dimostrazioni anti-razziste in molti stati della repubblica USA, che ha coinvolto non solo persone di colore, ma anche molti giovani bianchi. Chiaramente questa non è stata la prima violenta uccisione di un nero da parte della polizia. Uccisioni del genere sono state molte negli ultimi anni. E, per esempio, come George Floyd è stato ucciso grazie al soffocamento, la stessa cosa era avvenuta non molto tempo fa a New York, laddove un certo Eric Gardner era stato soffocato con un braccio invece che con un ginocchio, sempre grazie al brutale intervento di un agente di polizia.

Le dimostrazioni anti-razziste negli USA si sono moltiplicate negli ultimi giorni, e spesso hanno incluso incendi e saccheggi. Altre sono state più pacifiche. Si è anche contato un morto tra i manifestanti ed uno tra i poliziotti incaricati di reprimerle. Al tempo stesso vale la pena far notare che in alcune di queste manifestazioni hanno partecipato dei poliziotti che hanno dichiarato la loro opposizione alla violenza portata avanti da certi loro colleghi, come appunto nel caso di Minneapolis.

E’ stata indicativa la reazione del presidente Trump, che si oppone via Twitter a queste dimostrazioni, scagliandosi contro quelli che lui chiama anti-fascisti e promettendo l’intervento della Guardia Nazionale. C’è stata anche una forte dimostrazione di fronte alla Casa Bianca a Washington e Trump si è “rifugiato” in un bunker. Ma è chiaro che la sua attitudine contro queste dimostrazioni anti-razziste fa parte della sua campagna elettorale per essere rieletto. Trump punta proprio sull’elettorato razzista e nazionalista che finora l’ha supportato.

Interessante anche notare le reazioni positive di parte dei media a favore di queste dimostrazioni ed anche l’intervento di appoggio di celebrità come il famoso giocatore di pallacanestro Michael Jordan e non solo. Inoltre c’è stata una reazione di sdegno proveniente sia dall’industria cinematografica che da quella discografica. Famosi cantanti come Ariana Grande e Beyoncé si sono levati contro la violenza razzista della polizia. Inoltre l’industria discografica e quella cinematografica sono intervenuti contro questa violenza dando il via ad un blackout di 24 ore. Infine si sono schierate via Twitter contro la reazione di Trump personaggi come Taylor Swift e Lady Gaga che ha twittato: “Trump detiene l’ufficio più potente del mondo, ma continua a non offrire altro che ignoranza, pregiudizio e razzismo”.

Al tempo stesso voci contrastanti al razzismo negli USA si sono levate dall’Africa, a partire dalla Liberia, che, ricordiamo, fu creata proprio da ex-schiavi liberati. Alla Liberia si sono aggiunti stati come Kenya, Uganda, Tanzania e Zimbabwe.

Tutta questa reazione all’assassinio di George Floyd va vista però anche nel contesto della diffusione del Covid-19, che, come sappiamo ha fatto più vittime tra i neri che tra i bianchi negli USA, e che ne ha impoverito una buona parte. E non bisogna dimenticare anche come nelle carceri il numero dei neri superi di gran lunga quello dei bianchi.

In ogni caso, l’intera vicenda deve essere vista in un contesto storico a lungo termine. A partire dalla nascita della schiavitù negli USA 400 anni fa, c’è sempre stato un latente fenomeno di razzismo nel paese, anche se dopo la Seconda Guerra Mondiale c’è stato un relativo  miglioramento nella vita dei neri. Ma al tempo stesso non dimentichiamo che il Ku Klux Klan esiste tuttora e che, in ogni caso, le tendenze razziste negli USA non si sono affatto spente. Non per niente negli ultimi anni è nato proprio il movimento Black Lives Matter (‘Le Vite dei Neri Contano’).

Quindi, al di là degli specifici gravi eventi come quello che ha causato la morte di George Floyd, è l’intera società americana che deve uscire da questa inaccettabile tendenza razzista.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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