Rischio di nuove pandemie se non proteggiamo la natura

Maggio 21, 2020
Attilio De Alberi
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Al momento siamo tutti coinvolti personalmente e socialmente con gli sviluppi del Coronavirus, e tutti speriamo che questo incubo possa tra non molto finire. Ma al tempo stesso è importante guardare al futuro e prendere in considerazione il possibile attacco di nuove pandemie. In questo contesto vale la pena considerare la valutazione fatta da un gruppo di scienziati, esperti di biodiversità, che hanno studiato la correlazione tra la possibilità di nuovi pericolosi virus ed il nostro modo di interagire con la natura.

Secondo questi studiosi siamo noi i responsabili diretti della diffusione di pandemie. In particolare la nostra responsabilità è correlata alla nostra attività. Come nel caso dei cambiamenti climatici tali situazioni di crisi derivano dall’attività umana, ed in particolare con il nostro sistema economico e finanziario globale, basato su un limitato paradigma che premia la crescita ad ogni costo.

Secondo questi scienziati i piani di stimolo da parte dei governi dovrebbero includere iniziative sostenibili e positive nei confronti della natura.

Sembrerebbe un espediente politico rilassare gli standard ambientali e stimolare industrie come l’agricoltura intensiva, i trasporti a lunga distanza e settori energetici che dipendono dai carburanti fossili, ma proseguire in questa direzione senza introdurre urgenti e fondamentali cambiamenti essenzialmente favorisce l’emergenza di future pandemie.

In particolare, si permette a microbi che conducono a nuove malattie di passare dagli animali agli esseri umani.

Secondo questi scienziati l’espansione incontrollata dell’agricoltura, la coltura intensiva, l’attività estrattiva e lo sviluppo di infrastrutture, come anche lo sfruttamento delle specie selvagge hanno creato una specie di “perfetta tempesta” per il passaggio delle malattie dalla natura selvaggia alle persone.

Secondo questa analisi 1,7 milioni di virus non identificati e che possono infettare gli esseri umani esistono nei mammiferi e negli uccelli acquatici. Ciascuno di questi potrebbe rivelarsi più dirompente e letale del Covid-19.

Ci sono quindi dei suggerimenti pratici in questo contesto che possono aiutarci ad evitare nuove pandemie.

Il primo richiede che i vari paesi rafforzino i regolamenti ambientali. Il secondo richiede un approccio sanitario che riconosca la complessa interconnessione tra la salute della gente, degli animali e delle piante e l’ambiente in generale. Il terzo richiede lo stimolo per la creazione di un sistema sanitario nei paesi più vulnerabili laddove le risorse sono in uno stato di stress e sotto-finanziate.

Non si tratta di semplice altruismo: si parla qui di un investimento vitale nell’interesse di tutti allo scopo di prevenire future pandemie a livello globale. Un programma di questo tipo richiede un investimento di parecchi miliardi, ma se veniamo attaccati da una pandemia, anche se solo una al secolo, che può costarci trilioni, allora si può parlare di un utile investimento.

Procedere col solito business non funzionerà. Questo si aspetta nuove pandemie emergenti e spera in un vaccino. Ma, secondo questi scienziati, questa non è una corretta strategia.

Per concludere ecco cosa ci dicono questi scienziati: “Possiamo ricostruire meglio ed emergere dalla crisi corrente più forti e resilienti che mai – ma fare così significa scegliere politiche ed azioni che proteggono la natura, cosicché la natura può aiutarci a proteggerci”.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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