Come testare la propria intelligenza emotiva

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28/11/2019 Attilio De Alberi

Uno degli aspetti più sconcertanti del modo in cui siamo fatti è che il nostro sviluppo emotivo non mantiene necessariamente o automaticamente lo stesso passo della nostra crescita fisica. Possiamo avere 54 anni, esteriormente, ma averne quattro e mezzo per ciò che riguarda i nostri impulsi ed il nostro abituale modo di comunicare, come possiamo anche essere sulla soglia dell’età adulta, fisicamente parlando, ed al tempo stesso dei saggi interiormente.

Secondo The School of Life, il centro britannico di studi filosofici e psicologici, per stabilire il nostro sviluppo emotivo, e quello degli altri, possiamo fare uso di una singola ed ingannevolmente facile domanda che rapidamente ci porta al nucleo della sottostante età emotiva.

Quando qualcuno dal quale dipendiamo emotivamente ci delude o ci lascia in sospeso, qual è la nostra maniera caratteristica di reagire a ciò?

Ci sono tre approcci che indicano un comportamento emotivamente immaturo – e possiamo valutarci in una scala tra 0 e 10 in base alle nostre propensità.

Innanzitutto potremmo tenere il broncio. Ossia, simultaneamente, ci arrabbiamo assai mentre ci rifiutiamo di far sapere alla persona che ci ha fatto arrabbiare quale potrebbe essere il problema in questione. L’insulto al nostro orgoglio ed alla nostra dignità viene percepito come troppo grande. Siamo internamente troppo fragili per rivelare che siamo stati urtati. Speriamo, contro la speranza, che un’altra persona possa magicamente capire cos’ha fatto e aggiusti le cose senza che noi abbiamo bisogno di parlare – quasi come un bambino che non ha ancora padroneggiato il linguaggio potrebbe sperare che un genitore entri spontaneamente nella sua mente e possa capire cosa lo affligge.

In secondo luogo, potremmo divenire furiosi. Un altro responso è diventare estremamente e sproporzionatamente arrabbiati con la persona che ci ha delusi. La nostra rabbia potrebbe apparire potente, ma nessuno che si sente potente ha, in realtà, alcun bisogno di una tale rabbia titanica. Dentro di noi ci sentiamo spezzati, in alto mare, ed in lutto. Ma il nostro solo modo di riasserire il controllo è quello di mimare un imperatore afflitto o una tigre derisa. I nostri insulti e la nostra ferocia, nella loro maniera codificata, sono ammissioni di terrore e di una certa incapacità di difenderci. Il nostro dolore è profondamente intenso ed il nostro modo di gestirlo molto più triste.

In terzo luogo, potremmo diventare freddi. Ci vuole molto coraggio per ammettere con qualcuno che ci ha fatto del male che siamo preoccupati, che costui ha una forma di potere nei nostri confronti, che un aspetto chiave della nostra vita è nelle sue mani. Può quindi essere molto più facile erigere uno strenuo muro d’indifferenza. Precisamente nel momento in cui siamo più vulnerabili emotivamente di fronte al comportamento di una persona amata, insistiamo di non aver notato uno sgarbo, e che comunque non ce ne frega niente. Forse non facciamo semplicemente finta: il rimanere in contatto con le nostre ferite può essere divenuto intollerabile. Non provar nulla può aver sostituito l’enorme minaccia di essere pienamente vivi.

Queste tre reazioni ci fanno capire i tre indicatori della maturità emotiva.

In primo luogo la capacità di spiegare, ossia il potere – semplice da descrivere, ma un appropriato risultato in pratica – di spiegare perché siamo arrabbiati con la persona che ci ha fatto arrabbiare, di avere la fiducia di trovare le parole giuste, di far capire che non siamo patetici o miserabili per aver sofferto in una certa maniera, e far capire che, in un certo modo, e con un po’ di fortuna, troveremo le parole necessarie per farci comprendere da qualcuno che possiamo ricordare, e profondamente, anche in un certo momento di stress, come un nostro nemico.

In secondo luogo, la capacità di rimanere calmi. La persona matura sa che una robusta auto-asserzione rimane sempre un’opzione possibile. Ciò ci può offrire la sicurezza di non avere bisogno di urlare immediatamente, la fiducia di offrire agli altri il beneficio del dubbio, senza assumere che il peggio stia avvenendo e quindi reagire con una forza sproporzionata. Le persone mature si piacciono abbastanza e quindi non sentono il bisogno di sospettare che tutti abbiano un buon motivo per deriderle o diffamarle.

In terzo luogo, la capacità di essere vulnerabili. Le persone mature sanno, e hanno fatto pace con l’idea, che essere vicino a qualcuno introduce la possibilità che quel qualcuno può farci del male. Sentono una sufficiente forza interiore da mantenere una tollerabile relazione con la propria debolezza interiore. Si sentono abbastanza non imbarazzati dalla propria nudità emotiva da dire anche alla persona che a quanto pare li ha umiliati che hanno bisogno di aiuto. Alla fin fine, si fidano del fatto che non c’è nulla di sbagliato con le loro lacrime e che hanno il diritto di trovare qualcuno che sarà in grado di sopportarli.

In pratica, queste tre caratteristiche appartengono a quelle che possiamo chiamare le tre virtù cardinali della maturità emotiva: comunicazione, fiducia e vulnerabilità.

Queste tre virtù possono essere stato un regalo ricevuto durante un’infanzia calda e corroborante, oppure dobbiamo apprenderle con grande sforzo e tenacia nel corso dell’età adulta. E’ un po’ come la differenza tra il crescere imparando una lingua straniera ed il dover acquisirla in un lungo processo da adulti. Comunque il paragone ci dà un’impressione dell’entità della sfida che dobbiamo affrontare. Non dobbiamo vergognarci della nostra possibile ignoranza attuale. Almeno la metà di noi umani non è cresciuta nella terra della conoscenza emotiva. E’ possibile non aver mai sentito un altro adulto accanto a noi parlare un dialetto emotivamente maturo. Quindi, nonostante la nostra età, dobbiamo forse passare dalle 5 alle 10.000 ore ad imparare, con tanta fiducia e pazienza, la bella e complessa grammatica della lingua che fa parte della maturità emotiva.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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