Perché dovremmo essere un po’ egoisti

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30/09/2019 Attilio De Alberi

Fin dalla giovane età, ci viene insegnato che uno dei maggiori rischi per la nostra integrità e prosperità è l’egoismo. In pratica, dobbiamo, quando è possibile, imparare a pensare di più agli altri, tenere a mente quanto spesso non riusciamo a vedere le cose dal loro punto di vista, ed essere consci dei vari modi in cui svantaggiamo ed ignoriamo gli interessi collettivi. Essere buoni significa mettere gli altri più direttamente al centro delle nostre vite.

Ma secondo The School of Life, il centro inglese di studi filosofici e psicologici, il problema si pone in maniera differente. Siamo così consapevoli dei rischi che comporta l’egoismo che corriamo il pericolo opposto: un’abnegazione del nostro sé, una modestia che confina con l’auto-cancellazione, un impulso automatico a dare tutto a chi compete con noi, una timidezza nel farci avanti ed un’inabilità maniacale a dire un semplice “no”, o a causare anche la più leggera frustrazione negli altri.

E così, come risultato del nostro talento nell’essere ‘altruisti’ riempiamo le nostre vite con obbligazioni verso persone che magari ci annoiano e ci drenano, rimaniamo attaccati a lavori che trascurano i nostri veri talenti, e rimaniamo troppo a lungo in relazioni con persone che c’ingannano, che ci irritano e sottilmente – possibilmente con tanta dolcezza sentimentale – c’ingannano.

Poi un giorno ci svegliamo e scopriamo che buona parte della nostra vita è già alle nostre spalle, che i nostri anni migliori sono passati e che nessuno è particolarmente grato per i nostri sacrifici, che non esiste una ricompensa in cielo per le nostre rinunce e che siamo furiosi con noi stessi per aver confuso la nostra remissività e l’auto-resa per una forma di gentilezza.

A questo punto, la priorità potrebbe essere la riscoperta delle nostre riserve latenti di egoismo. La parola di per sé può spaventare, perché non ci è stato insegnato a distinguere – come dovremmo – tra le versioni cattive e buone di questa caratteristica, ossia tra, da un lato, il tipo di egoismo che spietatamente sfrutta e diminuisce gli altri, che opera senza una finalità più alta, che ignora la gente grazie alla cattiveria ed alla negligenza, e dall’altro lato, il tipo di egoismo di cui abbiamo bisogno per concludere qualcosa di sostanzioso, che ci offre il coraggio di dare priorità ai nostri interessi ed alle nostre preoccupazione nella vita quotidiana, che c’infonde lo spirito giusto per essere più diretti circa i nostri interessi con le persone che dichiarano di amarci.

Questo può portarci a schivare certe petulanti richieste, ma non allo scopo di far soffrire gli altri, bensì con quello di usare con parsimonia le nostre risorse e, col tempo, di essere di servizio al mondo nel modo migliore possibile.

Con una più fruttuosa filosofia egoistica in mente, potremmo darci da fare per avere un’ora per noi stessi ogni giorno. Potremmo fare qualcosa che potrebbe farci etichettare come ‘auto-indulgenti’ (per esempio: fare psicoterapia tre volte alla settimana o scrivere un libro), ma ciò è vitale per il nostro spirito. Potremmo intraprendere un viaggio per conto nostro, perché ci sono successe così tante cose che abbiamo bisogno di processarle in silenzio. Non possiamo essere buoni con qualcuno fin quando non abbiamo soddisfatto le nostre inclinazioni interiori. In questo senso, una mancanza di egoismo può trasformarsi nella via più veloce per trasformarci in persone inefficaci, amareggiate e, alla fin fine, in persone altamente sgradevoli.

In questo contesto la filosofia Hindu può essere una guida utile, poiché essa divide le nostre vite in quattro fasi, ciascuna con distinti ruoli e responsabilità. La prima è quella dello studente scapolo (noto come Brahmacharya), la seconda è quella del genitore con famiglia (Grihastha), la terza quella del nonno e del consigliere semi-pensionato (Vanaprastha). Ma è la quarta che, in tale prospettiva, è veramente interessante, ossia quella nota come Sannyasa. Questa è la fase nella quale – dopo anni di servizio verso gli altri, verso gli affari, la famiglia e la società – finalmente mettiamo da parte le nostre obbligazioni e ci concentriamo invece sullo sviluppo dei nostri aspetti psicologici e spirituali. Potremmo vendere la nostra casa, viaggiare in giro per il mondo, parlare con estranei, aprire i nostri occhi e nutrire le nostre menti.

Nel periodo di Sannyasa viviamo in maniera semplice, forse vicino alla spiaggia, o sulle pendici di una montagna; ci nutriamo con una dieta basilare ed abbiamo poche cose in nostro possesso; tagliamo i ponti con tutti quelli che non hanno nulla da dirci in relazione al nostro spirito, che sono impegnati a fare carriera e vanno troppo di fretta, che non passano una parte sostanziale del loto tempo a riflettere su cosa significa essere vivi.

L’aspetto profondo di questa divisione dell’esistenza è che riconosce come il modo di vivere Sannyasa non può essere giusto per tutti in qualsiasi momento, ma che, al tempo stesso, nessuna buona vita può essere completa senza una versione di tale fase.

Ci sono anni in cui dobbiamo chinare la testa e studiare, anni in cui dobbiamo allevare ed educare dei figli, ed accumulare un certo capitale. Ma ci sono anche, altrettanto importanti, anni nei quali abbiamo bisogno, soprattutto, di dire “basta così”: basta con le esigenze materiali e superficiali, basta con i coinvolgimenti sessuali e romantici, basta con lo status e la socievolezza. Questa è la fase in cui, invece, possiamo volgere la nostra mente interiormente ed in alto.

Questo, naturalmente, non vuol dire che dobbiamo indossare la tonaca arancione preferita dai Sannyasa hindu, con forse alcuni segni visibili di tale ri-orientamento. E’ solo aperta a tutti noi la possibilità di fare una mossa psicologica verso un età di auto-focalizzazione e di interiorità. Possiamo far sapere a quelli che ci circondano che non siamo pigri, matti o insensibili. Dobbiamo solo evitare di fare quello che ci si aspetta da noi per un po’. Dobbiamo soddisfare la nostra reale promessa di mettere da parte un’idea che è saggia, ma solo superficialmente: quella di considerare gli altri prima di noi.

Questo approccio si sposa abbastanza bene con la teoria espressa dal famoso psicoanalista Eric Fromm nel suo classico “L’arte di amare”, laddove viene affermato che per amare gli altri dobbiamo innanzitutto essere in grado di amare noi stessi. Chi non ama sé stesso può rivelare da un lato una natura estremamente egotica, o, al contrario, una natura radicalmente altruista, che trascura, appunto, le proprie giuste e sacrosante istanze personali.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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