Il grave impatto inquinante delle forze armate USA

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13/09/2019 Attilio De Alberi

Di solito, quando ci si preoccupa dell’effetto serra ci si concentra sulle emissioni di gas causate dai civili attraverso l’uso di carburante ed energia. Ma recenti ricerche mostrano che la macchina militare americana è uno dei maggiori elementi inquinanti nella storia, visto che consuma più carburante liquido ed emette più gas che causano cambiamento climatico della maggior parte delle nazioni di media grandezza. Se le forze armate USA fossero un paese, la loro utilizzazione di carburante le metterebbe al 47mo posto tra i maggiori emettitori di gas legati all’effetto serra nel mondo, in una posizione tra il Perù ed il Portogallo.

Nel 2017 le forze armate USA hanno acquistato 269.230 barili di petrolio al giorno ed hanno emesso più di 25.000 tonnellate di diossido di carbonio bruciando tale carburante. L’aviazione USA ha acquistato 4,9 miliardi di dollari di carburante e la marina 2,8 milioni, seguite dall’esercito che ne acquistato per 947 milioni di dollari e i Marines per 36 miliardi.

Non è una coincidenza che le emissioni militari USA tendono ad essere sottovalutate negli studi sul cambiamento climatico. Motivo: è molto difficile ottenere dati coerenti dal Pentagono e dai vari dipartimenti del governo USA. Infatti, gli Stati Uniti hanno insistito sull’esenzione dal riferire le emissioni militari nel Protocollo di Kyoto del 1997. Questa scappatoia venne eliminata dal più recente Accordo di Parigi, ma con la determinazione dell’amministrazione Trump di ritirarsi da tale accordo entro il 2020, la mancanza di debite informazioni tornerà in campo.

Le forze armate USA hanno capito da tempo di non essere immuni dalle potenziali conseguenze del cambiamento climatico. Molte, sebbene non tutte, basi militari si sono preparate per gli impatti del cambiamento climatico come il sollevarsi del livello dei mari. Ed al tempo stesso hanno cercato di dare il loro contributo al problema, investendo nello sviluppo di fonti alternative di energia come i biocarburanti, ma in realtà si parla di una piccolissima frazione della loro spesa sul carburante in generale.

In poche parole, la politica delle forze armate USA sul clima rimane contraddittoria. Ci sono stati tentativi di adottare una politica “verde” aumentando la generazione di elettricità rinnovabile nelle basi, ma queste forze armate rimangono il singolo maggiore consumatore di idrocarburi al mondo. Inoltre rimarranno bloccate nell’uso di sistemi bellici basati sugli idrocarburi per gli anni a venire, dipendendo dagli aerei e dalle navi esistenti.

Il cambiamento climatico è diventato un tema molto caldo nella campagna per le elezioni presidenziali del 2020. Importanti candidati democratici come Bernie Sanders, Elizabeth Warren e membri del Congresso come Alexandria Ocasio-Cortez invocano serie iniziative sul cambiamento climatico, come il Green New Deal. Perché esse abbiano un effetto l’impatto sul clima delle forze armate USA deve essere affrontato, sia a livello di politica domestica che nei trattati internazionali sul clima.

E’ chiaro che poche attività sul pianeta Terra sono così catastrofiche come fare la guerra. Secondo certi osservatori una riduzione significativa del budget del Pentagono ed una riduzione della sua capacità di lanciarsi in una guerra causerebbe un’enorme caduta nella domanda del più grande consumatore di carburanti liquidi al mondo.

Chiaramente, tuti i soldi spesi per procurarsi e distribuire carburante in lungo e in largo nell’impero americano potrebbero invece essere impiegati come un dividendo di pace per finanziare un Green New Deal, qualsiasi sia la forma che questo possa assumere. In altre parole, sarebbe molto meglio sovvenzionare la salvezza del pianeta dal punto di vista ecologico, che sovvenzionare una delle maggiori forze militari nella storia mondiale.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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