Viaggio nell’identità: chi siamo veramente?

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02/07/2019 Attilio De Alberi

Nel corso della nostra esistenza, tutti noi cambiamo in maniera straordinaria. Da un punto di vista fisico iniziamo la nostra vita come dei piccoli esseri con caratteristiche da cherubini e con pelle soffice ed elastica, per poi trasformarci all’età di 90 anni in una struttura grigia e ricurva su se stessa.

Durante tutto questo percorso ogni singola cellula del nostro corpo è stata rimpiazzata, spesso diverse volte, ed abbiamo avuto una grande varietà di esperienze, che possono lasciare nessuna traccia nella nostra memoria. La persona di 25 anni probabilmente non si ricorda cosa provava quando ne aveva 5, e quella di 67 anni solo vagamente potrà ricordare cosa provava mentre si avvicinava ai 30 anni. Manteniamo sempre lo stesso nome nel corso della vita e ci consideriamo come un’unità relativamente stabile ed unitaria.

In una delle sue approfondite analisi The School of Life, il centro inglese di studi psicologici e filosofici, si chiede se, in realtà abbiamo il diritto di considerarci la stessa persona nel corso dell’esistenza. Se analizzata sotto il microscopio dell’analisi filosofica la questione appena posta potrà apparire assai più complicata di quanto può apparire a prima vista.

Le domande da porsi sono le seguenti: in quale maniera possiamo affermare di avere una certa continuità attraverso le nostre vite? Cosa garantisce in maniera plausibile la possibilità di pensare di essere la stessa persona durante tutta l’esistenza? Dove si trova in realtà l’identità personale?

Esiste un assunto standard secondo il quale è il nostro stesso corpo a garantire l’identità personale. In altre parole è il corpo ad ospitare il nostro vero essere. Ma l’analisi filosofica spinge quest’assunto un po’ più in là. Immaginiamo, per esempio, di perdere tutti i capelli: siamo sempre noi stessi? La risposta è: sì certo. E la stessa risposta varrebbe se perdessimo un dito o un braccio o una gamba.

Immaginiamo ora che un demone malefico si presentasse a noi e ci dicesse che dovremo perdere ogni parte del nostro corpo, ma che potremmo mantenerne solo una piccola parte. Quale sceglieremmo? Qualcuno potrebbe rispondere: il gomito o l’ombelico, ma la maggior parte risponderebbe invece che vuole mantenere il proprio cervello.

Questo tipo di risposta rivela un fatto: che consideriamo una certa parte del corpo come la vera essenza di noi stessi, e questa parte sarebbe appunto il cervello.

Secondo l’approccio cristiano, quando moriamo perdiamo sì il nostro corpo, ma la nostra anima rimane intatta.

In un’altra versione di questo esperimento esistenziale, possiamo immaginare due amanti che sono già andati a letto. Uno potrebbe chiedere all’altro: “Cosa veramente ti piace in me?” La risposta sbagliata sarebbe: “I tuoi meravigliosi seni” o “I tuoi incredibili muscoli delle braccia”. In realtà vogliamo essere amati per qualcosa più vicina al nostro vero io. Forse la nostra anima o il nostro cervello.

Spingendo tale esperimento ancora oltre, la prossima domanda potrebbe essere: “Quale parte del cervello è più cruciale nel rivelare chi è il mio vero io?” Immaginiamo di aver preso una botta in testa e che questo incidente c’impedisce di giocare a ping-pong. La domanda sarebbe: “Siamo ancora noi stessi?” Di nuovo, la risposta sarebbe: sì, certo. Lo stesso varrebbe se avessimo perso la capacità di parlare in inglese o di cucinare una frittata. In altre parole, non valutiamo le nostre mere capacità tecniche come molto vicine alla nostra essenziale identità.

Un’altra parte che ci fa sentire noi stessi sono poi le nostre memorie. Possiamo ricordarci i mobili nella prima casa dove siamo vissuti o la persona di cui ci siamo innamorati per la prima volta o un castello in una valle in montagna dove siamo andati in vacanza una volta.

Ma cosa succede se tutte queste memorie dovessero scomparire? Saremmo ancora noi stessi? Una risposta potrebbe essere: possibilmente, nella misura in cui qualcos’altro rimanesse intatto, e questo potrebbe essere il nostro carattere. In altre parole, se il mio modo caratteristico di rispondere a certe situazioni, il mio senso di ciò che è divertente, saggio, interessante, importante, rimangono intatti, posso dire che in qualche maniera fondamentale sono la stessa persona. E questo va al di là delle nostre particolari memorie.

Si può quindi affermare che l’identità personale non consiste nella sopravvivenza del corpo o delle memorie, ma nella sopravvivenza di quello che possiamo appunto definire come “carattere”.

Questa è un’idea attribuita al famoso filosofo inglese John Locke, il quale scrisse: “L’identità personale è fatta dall’identicità della consapevolezza”. Se un demone ci offrisse la scelta tra il ricordare tutto, ma sentire e valutare in maniera differente, e sentire e valutare allo stesso modo, ma non ricordare nulla, probabilmente sceglieremmo la seconda opzione.

Quindi, se dovessimo restringere la nostra identità personale alla sua essenza, ci riferiremmo ai nostri valori, alle nostre inclinazioni ed al nostro temperamento.

Pensiamo alla morte con tutto ciò in mente. La visione standard della morte ci porta a considerarla come una cosa triste perché significa la fine della nostra identità. Certamente significherebbe ciò se identificassimo la nostra identità col nostro corpo o con le nostre memorie. Ma se pensiamo invece che ciò che siamo ha, in buona parte, a che fare coi nostri valori e le nostre preferenze specifiche, allora possiamo parlare di una forma d’immortalità, semplicemente perché tali valori continueranno a vivere nell’ambito della nostra specie, anche se fuori dalla loro presente ubicazione.

Possiamo quindi pensare con meno tristezza alla nostra morte abbandonando l’idea che siamo una particolare costellazione di caratteristiche fisiche. In altre parole, possiamo pensare di durare più a lungo, di essere transgenerazionali col nostro insieme di inclinazioni e di idee. Continueremo a vivere dovunque quelle idee caratteristiche della nostra personalità continueranno a emergere, come dovrebbero, tra le generazioni a venire.

Concentrandosi sulla propria vera identità può avere un effetto paradossale ed incoraggiante di renderci meno attaccati a certe piccole parti di noi stessi ed incoraggiarci di fronte all’idea che le cose veramente importanti che ci hanno caratterizzato durante l’esistenza potranno sopravvivere anche molto tempo dopo che i nostri corpi sono tornati ad essere polvere e che le nostre memorie sono state obliterate.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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