Importanza ed attualità della gerarchia dei bisogni di Maslow

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18/05/2019 Attilio De Alberi

Una delle più leggendarie idee nella storia della psicologia è rappresentata dalla cosiddetta piramide dei bisogni di Maslow. Questa piramide, suddivisa in cinque sezioni, apparve in una rivista accademica negli USA nel 1943, ed era disegnata in maniera molto semplice, in bianco e nero, circondata da un testo molto denso. Da allora è diventata un pilastro delle analisi psicologiche, di presentazioni nel mondo del business e nelle conferenze TED, per poi diventare col tempo più colorita ed empatica.

La piramide è l’opera di Abraham Maslow, uno psicologo ebreo di origine russa allora 35enne, il quale fin dall’inizio della sua carriera si era concentrato nella ricerca del significato della vita. Ormai slegato dal suo ristretto nucleo famigliare ortodosso, Maslow voleva scoprire cosa potesse rendere la vita una cosa significativa per la gente, incluso lui stesso, nell’America moderna dei suoi giorni, un paese nel quale la caccia al denaro ed alla fama sembravano aver eclissato aspirazioni più interiori ed autentiche.

Maslow vedeva nella psicologia una disciplina che gli avrebbe permesso di soddisfare i desideri e di rispondere alle domande che una volta le persone cercavano di ottenere attraverso la religione. Improvvisamente si rese conto che gli esseri umani hanno, essenzialmente, cinque diversi tipi di bisogni, principalmente di natura psicologica o materiale.

Tanto per cominciare, partendo dalla base della piramide (o gerarchia), noi umani abbiamo tutti dei bisogni non negoziabili di natura fisiologica, ossia non possiamo fare a meno di cibo, acqua, calore e riposo.

A seguire ci sono bisogni di sicurezza fisica, cioè quella del nostro corpo, compresa quella da qualsiasi forma di attacco.

A questo punto cominciano a subentrare nella piramide bisogni che si possono definire di natura spirituale. Tanto per cominciare, esiste il bisogno di appartenenza e di amore, e quindi di amici e di amanti compagni di vita.

Segue poi il bisogno di stima e rispetto da parte di noi stessi come da parte degli altri.

Ed infine, per concludere, abbiamo bisogno di quella che Maslow chiama autorealizzazione. Questo è un concetto piuttosto vasto ed un po’ nebuloso, ma, al tempo stesso, enormemente appropriato, descritto come il “vivere secondo il proprio pieno potenziale” e il “diventare ciò che veramente siamo”.

Uno dei motivi per cui la descrizione di tali bisogni, illustrata grazie alla piramide di Maslow, è divenuta così persuasiva è la sua capacità di catturare, con elementare semplicità, una profonda verità strutturale relativa all’esistenza umana. L’autore di questa gerarchia è riuscito, in pratica, a mettere il dito, con inusuale destrezza e precisione, su una serie di risposte a domande molto vaste che di solito ci lasciano in uno stato di confusione e perplessità, soprattutto quando siamo giovani. Domande tipo: cosa veramente cerchiamo? Cosa veramente desideriamo? Come possiamo organizzare le nostre priorità e dare la dovuta attenzione a diverse richieste in competizione tra loro?

Maslow, in maniera, se vogliamo, artistica, ci ha voluto ricordare quale forma può avere una vita ideale e ben vissuta.
Non possiamo vivere solo tenendo a mente i nostri bisogni spirituali e, al tempo stesso, nemmeno solo concentrandoci su quelli materiali. Per essere integri e sani dobbiamo attendere ad entrambi questi reami, laddove la base ci offre un supporto, mentre la cima ci offre una direzione verso l’alto ed una definizione della nostra esistenza.

Così facendo, Maslow confutava le posizioni di due tipi di fanatici o zeloti: da un lato i tipi ultra-spirituali che ci spingono ad ignorare cose come il denaro, un’abitazione, un’assicurazione ed i soldi necessari per pranzare, e, dall’altro lato, i tipi pragmatici tosti secondo i quali la vita consiste semplicemente nel mettere cibo sulla tavola ed andare in ufficio. Secondo lui entrambi queste due categorie di persone non hanno ben compreso la complessità dell’animale umano.

Diversamente da altre creature siamo in realtà esseri poliedrici, con svariate sfaccettature che ci chiedono contemporaneamente di aprire la nostra anima al suo destino interiore e di assicurarci di poter pagare le bollette ogni mese.

Vivendo al culmine del capitalismo americano, Maslow aveva una posizione ambivalente nei confronti del business in generale.

Era certamente impressionato dalle risorse materiali delle grandi corporazioni, come parte del sistema in cui viveva, ma al tempo stesso si lamentava del fatto che tutta la loro attività economica – ingiustamente e stranamente – fosse focalizzata nel soddisfare i bisogni presenti sul fondo della sua piramide. In pratica aiutavano gli esseri umani ad avere un tetto sopra la loro testa, a nutrirli, a farli muovere ed assicurarsi che potessero parlare tra loro a lunga distanza. Ma, al tempo stesso, sembravano totalmente disinteressate nel cercare di soddisfare gli appetiti essenzialmente spirituali presenti nelle sezioni più alte della stessa piramide.

Verso la fine della sua lunga vita, Maslow espresse la speranza che i vari business potessero imparare in tempo a fare di più con i loro profitti, rivolgendosi non solo ai nostri bisogni basilari, ma anche ai più elevati bisogni spirituali e psicologici. Solo così si potrebbe parlare di un “capitalismo illuminato”, cosa che tuttora non pare ancora esistere.

Nella sfera puramente personale la piramide di Maslow rimane un oggetto molto utile da tenere in considerazione ogni qualvolta cerchiamo di valutare la direzione delle nostre esistenze. Spesso, se ci riflettiamo sopra, cominciamo a notare che in realtà non abbiamo organizzato e bilanciato i nostri bisogni nella maniera saggia ed elegante che potremmo.

E’ facile osservare che in molte vite tutta l’energia sembra diretta verso l’accumulazione materiale. Al tempo stesso, esistono vite con il problema opposto, laddove non si dà l’attenzione dovuta al bisogno di occuparci dei nostri fragili e vulnerabili corpi.

La visione di Maslow è soprattutto il ritratto di un’esistenza vissuta in armonia con le complessità della nostra natura. In pratica, dovremmo, nei nostri momenti meno irrequieti, usarla per riflettere, con un nuovo focus, su quale potrebbe essere il prossimo passo da intraprendere.

 

[foto copertina © caricavincente.it]

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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