Neofascismo: un’analisi tra passato e presente

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12/05/2019 Attilio De Alberi

Da tempo in tutto l’Occidente si parla del fenomeno noto come neofascismo. Ciò non equivale necessariamente ad un ritorno del fascismo nelle forme storiche probabilmente irripetibili che ben conosciamo. Al tempo stesso però è chiaro che un filone di illiberalismo si è fatto avanti nelle nostre democrazie, al di là delle nostalgie specifiche di certi gruppi di estrema destra presenti e visibili in molti paesi europei, ma anche oltre Atlantico.

Vale la pena ricordare, in questo contesto, l’opera di Umberto Eco intitolata Fascismo eterno. Secondo Eco, anche se certi fenomeni storici possono essere irripetibili, può esistere quello che lui chiama “ur-fascismo”, un “fascismo eterno” appunto, caratterizzato, per citare alcuni esempi, “dallo sfruttare la naturale paura della differenza in razzismo”, dal cercare di definire una “comunità nazionale” destinata a combattere certi nemici.

Nel contempo è cruciale capire da dove nasce tutto questo. Secondo l’ex Ministro delle Finanze greco Yanis Vaoroufakis, creatore del movimento DIEM25 (Democracy in Europe Movement), nato per trasformare l’Europa in senso progressista, quello che sta accadendo è un po’ una ripetizione di quanto accadde negli anni ’30 del secolo scorso, quando, di fronte all’incapacità della democrazia borghese di far fronte ai problemi legati alla depressione economica, un personaggio come Hitler usò gli ebrei come capro espiatorio onde ottenere l’appoggio delle masse insoddisfatte dal loro status.

E vale anche la pena citare Leon Trotsky che, analizzando il fascismo nel 1921, scriveva: “Il piccolo borghese imbestialito è anticapitalista e antiproletario al tempo stesso”.

Discute di tutto questo con YOUng Guido Caldiron, autore del libro WASP – L’America razzista dal Ku Klux Klan a Donald Trump, ed esperto del fenomeno neofascista.

L’INTERVISTA

Si può dire, come fa notare Eco, che il fascismo anche se fenomeno storico unico ed irripetibile, può tuttavia ripresentarsi sotto una nuova forma?

Credo che ci siano due elementi da considerare in merito al dibattito che sta andando avanti in questi giorni, anche in merito a quello relativo al Salone del Libro di Torino. Da un lato, in realtà, ciò che scriveva Eco corrisponde in parte a quanto stiamo vedendo, e non soltanto a livello italiano. Cioè, ci sono elementi di una cultura fascista che in qualche modo indicano un superamento di politiche conservatrici di destra e che indicano una tendenza più o meno esplicitamente illiberale puntando, pur in un contesto di democrazia, cioè dell’acquisto del potere attraverso un regolare voto, ad un superamento della dimensione democratica stessa. Per esempio il razzismo, usato come capro espiatorio negli ultimi anni, è uno dei temi in ballo.

E l’altro elemento?

Quando vediamo un politico che parla da un balcone, come per esempio è avvenuto nel comizio di Salvini a Forlì, dobbiamo in realtà vedere quello che succede nella piazza sottostante. In altre parole, il problema oggi non è tanto quello di gruppi che si rifanno più o meno esplicitamente ad alcune forme del passato, scimmiottandole, ma sono le forme ed i meccanismi che il consenso su posizioni illiberali, o a tendenza illiberale, che evocano in qualche modo il fascismo, trovano nel paese. Da questo punto di vista esiste un rischio.

Quale?

Il rischio di non vedere il vero problema. Il fascismo non torna con le camicie nere, ma torna se dalla piazza la gente applaude politici con nuove camicie nere.

Ma dopo tutto personaggi come Mussolini e Hitler giunsero al potere democraticamente, per poi cambiare tutto e mandare la democrazia a quel paese. Esiste di nuovo questo pericolo o è un falso timore?

Credo che esista, e la recente cronaca nei paesi occidentali ce lo dice, non tanto la possibilità di un fascismo nella sua forma degli anni ’30, ma una deriva decisamente illiberale dello stesso sistema democratico.

In che senso?

Nel senso che posizioni prima viste come anti-sistema, radicalmente critiche delle istituzioni democratiche sono diventate, nella stagione della crisi, delle posizioni di governo. L’esempio cardine, da questo punto di vista, è quello di Viktor Orban che è un po’ il faro di tutta questa serie di politici definiti come sovranisti e nazionalisti, con molti rimandi, per ciò che riguarda il ruolo della nazione, al passato. La tesi di fondo è molto chiara: date le condizioni eccezionali della crisi economica, a cui si aggiunge quella migratoria e quella della natalità, e la crisi di senso, noi possiamo tenere l’involucro della democrazia rappresentativa interpretandolo in termini identitari, nazionali, religiosi. Questo, in sostanza, significa operare una trasformazione molto simile a quella portata avanti in passato dai partiti fascisti in Europa, e quindi introdurre un cambiamento della democrazia in senso decisamente autoritario. Come lo stesso Mattarella ha fatto notare durante la celebrazione del 25 aprile, siamo in una stagione in cui molti cittadini sono disponibili a barattare la propria libertà ed i diritti civili in nome di una presunta sicurezza.

Cosa dire dell’analogia che fa Varoufakis tra la situazione negli anni ’30 in cui Hitler usava come capro espiatorio gli ebrei di fronte ai problemi economici causati dalla crisi depressiva, e quella odierna in cui personaggi come Orban, Salvini e Trump usano i migranti come capro espiatorio? In altre parole, il vero problema sono le difficoltà di ogni giorno causate proprio dalla crisi economico-sociale.

Sì, credo che ci sia un termine che oggi definisce bene il clima politico e che contiene in sé una serie di rimandi al passato. Mi riferisco alla nozione di ‘declino’, nel senso che se c’è una cifra per definire il sentimento comune ed anche le corde che vengono toccate da questi politici nella loro propaganda, ossia da Trump a Salvini & Company in tutta Europa, è l’idea che in virtù della crisi economica, sia le classi più basse che il ceto medio stanno scivolando verso la povertà, per cui l’idea che i tuoi figli potranno stare meglio di te è scomparsa dall’orizzonte. Questa nozione di declino avvolge il clima sociale, ma anche culturale, europeo. E’ una crisi sociale ed economica, ma è anche una crisi di senso: da un lato non sappiamo più come tirare avanti, e dall’altro non sappiamo più chi siamo.

 

[Matteo Salvini a Forlì, comizio dal balcone del Municipio, 3 maggio 2019 -foto Frasca-]

 

Come usano le destre questo stato di declino?

Lo usano parlando di due colpevoli: uno sotto, che sono i migranti, visti come dei nostri competitori, ed uno in alto, che è tendenzialmente l’Unione Europea, la globalizzazione, la finanza che ha il volto di gente come Soros o di circoli giudaico-massonici. La crisi d’identità, il non sapere più chi siamo, facilita poi la retorica nazionalista, identitaria e quella della cultura tradizionale, della religione e della famiglia. Se mettiamo insieme tutti questi elementi ci accorgiamo che questo sì è stato il motore degli anni ’30 e dell’affermarsi del nazi-fascismo.

A questo punto potrebbe essere più che mai valida la teoria gramsciana per cui il ruolo dell’intellettuale, e soprattutto dell’intellettuale di partito, dovrebbe essere quello di educare le masse, in modo che smettano di pensare, come si dice oggigiorno, con la loro pancia. In altre parole, quella che manca in questo periodo è un’educazione etico-politica dei cittadini.

Naturalmente tutto questo affonda nella crisi della socialdemocrazia, ed in generale della crisi globale di tutte le sinistre. Basti pensare a quanto è accaduto al Partito Democratico negli USA, al fatto che la vittoria di Trump si sia realizzata in alcuni stati a tradizione operaia per qualche decina di migliaia di voti, nella Rust Belt e nella zona dov’è iniziata una deindustrializzazione già a partire dagli anni ’90. C’è quindi una perdita di ruolo. Il problema vero è che questa non è una novità. In qualche modo queste destre stanno crescendo nell’ambito di una crisi anche delle politiche riformiste. La socialdemocrazia sicuramente sta conoscendo una grande crisi in paesi che però contengono anche altre sinistre con tutte le loro contraddizioni, come la Linke in Germania o Podemos in Spagna. Le recenti elezioni ci dicono che al tempo stesso questi movimenti di destra crescono, ma non diventano egemoni.

Cosa dire, in questo contesto, del Movimento Cinque Stelle?

C’è da chiedersi che cosa significa dal punto di vista del dibattito pubblico il ragionamento del M5S sull’identità che non sarebbe né di destra né di sinistra. Siamo sicuri che questo tipo di riflessione non apra la strada anche al ritorno ad un’identità che supera il conflitto fondativo della repubblica, cioè quello del conflitto tra fascismo ed anti-fascismo?

Beh, senz’altro si può dire che il M5S, anche se in esso sono confluite molte persone di sinistra, ha una sua ambiguità: basti pensare al caso Diciotti, o l’aver appoggiato il Decreto di Sicurezza e la legge sull’auto-difesa.

Certo, questo vale sul piano concreto. Il M5S sui migranti e sulla sicurezza ha cercato di cavalcare l’onda. Una parte dei supporter del M5S viene dal PD e dalla sinistra radicale. Ma sul piano culturale, e, se vogliamo, ideologico, su un movimento che dice d’incarnare il superamento della destra e della sinistra c’è da chiedersi quali siano allora i suoi valori, la sua barra centrale: la presunta onestà e la presunta efficienza? Siamo sicuri che in qualche maniera questo non presti il fianco a chi dice “Siamo italiani, e questo è l’elemento da cui dobbiamo partire”? D’altra parte Salvini, una persona di destra che parla a gente di destra dice che non è più tempo né di comunismi né di fascismi. In qualche modo anche lui dice che le ideologie, e quindi anche destra e sinistra, non hanno più senso. E qui si chiude il cerchio: le due forze di governo, dal punto di vista culturale e di progetto, impersonano il superamento delle identità storiche novecentesche. Ma in un paese come l’Italia, rinato dalla lotta contro il fascismo, ciò significa negare il patrimonio fondativo della nostra repubblica.

Si dice che la soluzione di questa problematica possa nascere solo da una sinistra che recupera in qualche modo il terreno perduto e poi capace di mettere in un angolo queste nuove destre.

Penso che la traversata del deserto che devono compiere le forze di sinistra sia molto lunga. Da un lato si tratta di tornare a confrontarsi con la realtà dei problemi materiali. L’aver affrontato la stagione della crisi con la politica dell’austerity, ossia aver fatto i conti con l’economia nazionale senza considerare quella individuale dei cittadini, sta pesando. E poi c’è la questione di misurarsi con questa situazione di declino. Basti pensare alla spinosa situazione a Casalbruciato.

Come in particolare?

Abbiamo elementi neofascisti che soffiano sul fuoco dell’assegnazione legale delle case a dei cittadini Rom. Ma quello che veramente inquieta non sono i 50 fascisti di Casapound che urlano sotto le case, ma i palazzi dove vivono centinaia di persone che spesso li hanno occupati da 25 anni. Molte di queste persone, sentendosi in una condizione di abbandono, ma anche, appunto, di declino, hanno paura di specchiarsi in un vicino di casa che siccome considerano l’ultimo della scala sociale, come è accaduto con i Rom, rifiutano di vedersi come loro e quindi li odiano e dicono “Via di qua, perché io non voglio essere ultimo”. A volte la questione del razzismo è molto semplice.

Cosa devono fare allora le sinistre?

Le sinistre si devono misurare su due aspetti: da un lato ricostruire socialità e condizioni di vita decenti per le popolazioni di quei territori, e dall’altro pensare che possono tentare di proporre un’ipotesi di senso, di educare a come ci si possa rapportare con l’alterità, di gestione dell’evoluzione delle metropoli. Questa è una sfida con la quale la cultura erede del movimento operaio in realtà non si è mai misurata fino in fondo. Di fronte al ritorno, anche se in una nuova forma, del fascismo si deve opporre una forma di progressivismo radicale che nutra non solo gli spiriti, ma anche le condizioni materiali delle persone.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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