Accordo Italia-Cina: analisi della “questione cinese”

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25/03/2019 Attilio De Alberi

Da un po’ di tempo si è aperto un dibattito sulla cosiddetta “questione cinese”, legato, in pratica, all’accordo fondamentalmente di natura commerciale che è stato suggellato tra Italia e Cina, grazie alla visita del presidente Xi Jinping in Italia. Secondo alcuni questo potrebbe essere un accordo in qualche modo pericoloso, una specie di cavallo di Troia per gli interessi cinesi, mentre per altri potrebbe invece apportare molti vantaggi al nostro paese, sia in termini di esportazioni italiane che di investimenti. 

Notare che secondo certi paesi della UE, nonché gli USA, gli accordi bilaterali vengano portati avanti dalla Cina per screditare l’Unione Europea. Al tempo stesso è chiaro che ci sia una volontà da parte dei paesi europei di trattare direttamente e singolarmente con la Cina, a cominciare dalla Germania, il principale partner europeo di Pechino.

Al di là dell’accordo Italia-Cina di questi giorni, non bisogna dimenticare il recente incontro a Bruxelles tra il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’Alto Rappresentante della UE per la politica estera e la sicurezza Federica Mogherini.

Secondo Wang Yi si sarebbe trovato un consenso tra Cina e UE su un certo numero di punti: entrambe le parti sostengono il multilateralismo; sia Cina che UE sostengono le Nazioni Unite; sia Pechino che Bruxelles sostengono un’economia aperta e si oppongono al protezionismo (implicita è la critica alle note posizioni di Trump in merito agli scambi commerciali); Cina e UE sostengono il sistema commerciale multilaterale basato sulle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio; UE e Cina sostengono la risoluzione pacifica delle controversie regionali ed appoggiano una maggiore cooperazione internazionale contro le sfide globali, includendo il cambiamento climatico; c’è un punto di accordo sulla non proliferazione nucleare; viene ribadito il sostegno dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per la riduzione delle disuguaglianze economiche, con la divisione Nord-Sud; entrambe le parti sostengono la lotta al terrorismo ed adottano misure volte a contenere l’estremismo.

In ogni caso, indipendentemente da questo incontro a Bruxelles, vanno avanti per conto loro gli scambi commerciali tra Cina e singoli paesi della UE. Oltre all’Italia, altri 13 paesi in Europa stanno portando avanti accordi individuali col gigante dell’Estremo Oriente. Al tempo stesso, Xi Jinping, dopo la tappa romana, ed una fermata nel Principato di Monaco, s’incontrerà a Parigi con Macron, ma anche con la Merkel e Juncker. Una cosa è chiara: l’Europa si trova in mezzo alla ormai ovvia competizione imperiale tra USA e China.

Vale la pena osservare anche i commenti fatti dal nostro presidente Mattarella per ciò che riguarda i diritti umani in Cina: una questione non di poco peso, anche se, oggettivamente separata dagli interessi puramente economici del Memorandum sulla Via della Seta tra Italia e Cina, e quindi questi incontri rivestono una particolare importanza.

Discute di questo con YOUng Pio D’Emilia, giornalista esperto di Estremo Oriente e corrispondente per l’Asia Orientale di SkyTg24.

L’INTERVISTA

Cosa hai da dire sul dibattito che circonda l’accordo Italia-Cina?

Trovo scandaloso che anziché studiare davvero la questione, si sia dibattuto tanto sul…nulla. Il memorandum, prima della firma, non l’aveva visto nessuno, aldilà di una ristretta cerchia di persone. Tant’è che tutti hanno continuato a dire che si trattava di un accordo “quadro” commerciale. Per lo più “annacquato” in modo da non scontentare Unione Europea e USA. Ma neanche per sogno. Gli accordi commerciali, quei pochi che sono stati davvero concretizzati, fanno parte di documenti separati. Firmati a parte. Il memorandum invece è molto politico. E’ una precisa scelta, per certi versi coraggiosa, del nostro governo. Peccato che come al solito hanno rovinato tutto mettendo in piazza le loro divisioni, le loro ripicche interne. I loro dispettucci. Un vicepremier che smentisce l’altro vicepremier mentre sta firmando…un ministro degli esteri completamente assente. Non c’è la sua firma né sul memorandum, né su alcun accordo. Un po’ strano no?  A questa cialtroneria istituzionale aggiungi molta superficialità, ignoranza e improvvisazione mediatica ed ecco che abbiamo rovinato tutto. Ed è un peccato, perché stiamo attraversando un momento, una fase davvero storica. il rilancio politico di un grande, unico continente: Eurasia. Vorrei far notare che i bambini cinesi quando studiano geografia, non vedono Europa ed Asia come due continenti diversi, ma pensano all’Eurasia, con la Cina al centro e varie penisole di contorno, tra cui l’Europa stessa. Forse anche noi dovremmo studiare storia e geografia in questa prospettiva.

Perché fai notare questo? 

Perché, oggi, continuare a pensare in maniera così dicotomica a occidente ed oriente sino al punto di leggere in questo accordo un tradimento dell’Europa e dei cosiddetti “valori occidentali” mi sembra una grande stupidaggine. La via della seta esiste da secoli mica l’ha scoperta Xi Jinping e tanto meno Di Maio.

In che senso?

Nel senso che la Cina non è più “vicina”, come ci raccontavano decenni orsono nei loro splendidi documentari, Michelangelo Antonioni e Marco Bellocchio. La Cina è arrivata. E’ qui, con noi, tra di noi. Se immaginiamo un’ipotetica Cina S.p.A., una specie di holding di tutti gli investimenti cinesi in Italia, dovremmo parlare già di almeno 20-25 miliardi, di 30mila dipendenti diretti e di oltre 700 aziende. Nessun cinese, pubblico o privato, ha bisogno di un memorandum d’intesa per acquisire aziende italiane. Anche perché a differenza di quando sostiene Salvini, in Cina il mercato esiste, eccome, e non da ieri. Anche quello privato. Nessun governo italiano ha protestato quando i cinesi hanno acquisito la Pirelli, squadre di calcio, piccole o grandi aziende come Krizia, Roberta Camerino o gli yacht Ferretti. Quindi, ribadisco, non è una questione economica, ma più politica, geo-strategica. Su questo ha ragione Salvini, che tuttavia, politicamente, ha torto.

Cioè?

Che l’Italia, ridotta com’è, fa benissimo a “salire” formalmente, insieme ad altri 13 paesi minori dell’Europa, su questo “treno”, questa gigantesca iniziativa che i cinesi hanno deciso di lanciare per “segnare” il loro secolo.  Dopo tutto la Cina sta procedendo in maniera assolutamente legittima, non invade, non occupa militarmente altri paesi, non impone cambiamenti di regime. Acquista, investe: la globalizzazione non l’ha inventata la Cina. Ma ha imparato in fretta la lezione e ora vuole giocare, da pari a pari, al gioco che le abbiamo imposto. Pechino non è che si presenta alle nostre frontiere con i carri armati: si presenta con un portafoglio di oltre mille miliardi dollari, l’equivalente di dieci Piani Marshall, per rilanciare l’economia. E’ nel suo interesse, certo, ma anche nel nostro. Se ci aiutano a rilanciare le nostre spesso fatiscenti infrastrutture, cosa c’è di male? Non vorrei dire, ma vedo molte similitudini con il Giappone del fine ‘800, quando venne costretto con la forza ad “aprirsi” all’Occidente, e riuscì a modernizzarsi al punto di battere sul campo la potenza russa ma poi non venne riconosciuto come tale dalla comunità internazionale, Sappiamo come è finita. Se i cinesi ci danno una mano a far ripartire l’economia mondiale, ben vengano. Noi abbiamo sicuramente molto da imparare, da loro. E loro da noi.

Per esempio?

Beh, la questione dei diritti umani. Che è molto delicata, va certamente contestualizzata, ma non può essere marginale e tanto meno dimenticata o peggio ancora omessa deliberatamente, come facciamo regolarmente quanto ci sono queste visite ufficiali. Nessuno, tranne per un piccolo ma significativo accenno di Mattarella, ha avuto il coraggio di ricordare ai cinesi la questione del Tibet, dello Xinjiang, della libertà di pensiero, associazione, religione. E della libertà di stampa. Abbiamo addirittura assistito ad un deplorevole comportamento – sicuramente causato dallo stress del momento, ma tuttavia inammissibile – di un funzionario dell’ambasciata cinese, che all’interno del Quirinale si è permesso di aggredire verbalmente una collega del Foglio. Giulia Pompili – senza che il nostro governo avesse un minimo di reazione. Con gli “amici” si deve parlar chiaro, non genuflettersi

Quindi c’è un problema “cinese”: non si tratta solo di paranoie trumpiane, tipo la questione Huawei.

Una questione cinese c’è, indubbiamente: all’apertura dei mercati, che va agevolata, deve corrispondere l’apertura culturale. Non si capisce perché le arance rosse – divenute in questi giorni icona del libero mercato –  possano e debbano circolare liberamente, e le idee no.  La Via della Seta deve essere a doppio senso, come ha ribadito più volte lo stesso Xi Jinping. Ma non devono circolare solo merci, anche i valori.  Allo stesso tempo non bisogna forzare la situazione. Metterci in cattedra.  La storia ha i suoi tempi. Anche gli Stati Uniti, anche l’Europa, anche l’Italia hanno sparato sui loro cittadini che protestavano e non mille anni fa: ricordiamoci Scelba, Molinella, Portella della Ginestra, per non parlare degli anni della cosiddetta strategia della tensione. E ricordiamoci che il primo diritto fondamentale dell’uomo è quello di sopravvivere. Di vincere la fame. Una battaglia che la Cina ha sostenuto da secoli e finalmente sta cominciando a vincere. Negli ultimi 30 anni 400 milioni di persone – l’intera popolazione europea da Malta alla Lapponia – sono passati dalla povertà assoluta alla classe media. Nello stesso periodo, in Europa, è avvenuto esattamente il contrario: aumento di ricchi e poveri, riduzione della classe media. Sulla questione Huawei invece andrei più cauto: la tecnologia 5G è già molto avanti in Italia, rispetto a molti altri paesi. E la collaborazione con Huawei va avanti da molti anni, e ci sono già due accordi: uno con Tim e l’altro con Vodafone, con due centri di ricerca e sperimentazione avviati, in Sardegna e in Sicilia, nei quali si sta lavorando su quella che è, in pratica, una grossa innovazione digitale, con la quale si gestiranno porti, aeroporti, autostrade. Difficile immaginare di poter sospendere o peggio ancora interrompere questa collaborazione. Non conviene a nessuno. Quanto allo spionaggio, posso capire gli Usa, ma noi? Cosa mai dovrebbero scoprire, i cinesi? La vera ricetta del tiramisù?

Si fa notare però che in questo momento il bilancio commerciale Italia-Cina è in questo momento a favore di quest’ultima. Dovremo diventare noi più attivi nell’esportare in Cina…

Infatti, ed in ogni caso c’è da considerare che la globalizzazione non è stata voluta dalla Cina, ma è stata imposta a tutto il resto del mondo dagli Stati Uniti. Se poi la Cina è stata molto brava a gestire questo fenomeno, non è una colpa, ma, semmai, un merito. Lo stesso vale per noi: l’Italia è un paese esportatore, con una bilancia commerciale super-attiva. E’ normale che con certi paesi siamo in surplus e con altri siamo in deficit. La realtà è che in questo momento i cinesi hanno meno bisogno dei nostri prodotti – e di quelli europei in generale –  di quanto noi abbiamo bisogno dei loro. Quindi diamoci da fare. Il mercato c’è, eccome, e non l’ha certo scoperto Di Maio con le sue arance rosse di Sicilia.  Quello che ci manca è la capacità di fare sistema, di unire i nostri sforzi, le nostre imprese, che spesso sono piccole e non in gradi di sostenere da sole i costi. I treni ci sono, i collegamenti pure. Ma mancano le strutture logistiche per assemblare e massimizzare i costi. E’ un problema di informazione, promozione, ma anche di mentalità. Il piccolo produttore bresciano di profilati deve capire che gli conviene mettersi d’accordo con altri imprenditori della zona, piuttosto che mandare le sue merci in giro da sole.

Torniamo alla politica, ai mal di pancia di Trump… gli USA vogliono isolare la Cina e dopo aver cercato di impedirlo, hanno duramente criticato il nostro accordo…

Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico. Adesso è il momento della Cina. C’è un tentativo di rilanciare una sorta di Guerra Fredda, e vogliono che il resto del mondo sia schierato con loro. Passerà anche questa. Anche ammesso che Trump venga rieletto – e non lo penso – al massimo si tratta di altri 4/5 anni. La Cina ragiona in termini di secoli.

E la critica che viene da altri paesi europei? E dall’Unione Europea… lo scorso giugno 27 ambasciatori europei su 28 (solo quello ungherese si è defilato) hanno firmato una lettera in cui si esprimevano serie perplessità su questo progetto cinese…

Ma, mi sembra che le perplessità siamo rientrate, come dire. Nei giorni scorsi c’è stato un incontro ufficiale tra il ministro degli esteri cinesi Wang Yi e la sua collega europea, la Mogherini. Non mi sembra che sia finito a parolacce.  Si è ribadita la necessità di procedere in un quadro multilaterale…ma è anche vero che tutti i Paesi, compresi quelli che ufficialmente ci hanno criticato, cercano di portare a casa contratti, accordi e investimenti diretti. La Germania non ha firmato nessun memorandum di intesa, non perde occasione ufficiale per ricordare ai cinesi del Tibet e dello Xinjiang, ma ha un interscambio commerciale con la Cina che è quasi il doppio del nostro. Ed anche la Francia non può lamentarsi.  Solo che alla Francia basta vendere 10 airbus alla Cina per riequilibrare il proprio bilancio commerciale. Noi quanti prosciutti, quante tonnellate di arance rosse dovremmo vendere?

E cosa dire della visita di Xi Jinping a Palermo e a Montecarlo?

Non saprei; è un po’ un mistero. Penso ci sia molto di personale, Anche della moglie, probabilmente. Ora i cinesi hanno una versa First Lady, che giustamente ha le sue esigenze, i suoi interessi. Per quanto riguarda Palermo, dicono che è perché   Xi Jinping è un appassionato della serie di film Il Padrino e pare avesse chiesto di farsi un giro nella zona di Corleone. Ma non penso sia vero, e comunque non c’è stata nessuna conferma. Piuttosto penso sia l’ennesimo grande successo personale del sindaco Leoluca Orlando, che in questo modo è riuscito a passare ancora una volta alla storia: è il primo personaggio pubblico ad aver stretto la mano sia al Dalai Lama che ad un presidente della Repubblica Popolare Cinese. Un’idea che era venuta a papa Francesco, ma che non ha avuto il coraggio di portare avanti. In Vaticano non vogliono mettere a rischio l’oramai imminente viaggio a Pechino. Con buona pace di Taiwan, sedotta e abbandonata.

Rimane comunque in ballo la questione dei diritti umani, richiamata, tra l’altro, anche da Mattarella: la repressione dei critici interni, quella dei sindacati e degli uiguri di religione islamica nello Xinjiang, ossia la regione orientale della repubblica. Da questo punto di vista Xi Jinping è un po’ più aperto?

Conosco molto bene la Cina e ci ho anche vissuto per un certo periodo di tempo, e così mi son fatto un’idea delle mutazioni. Sicuramente la Cina non è il paese più libero del mondo. Chiaramente ci sono delle situazioni delicate come quella dello Xinjiang, una frontiera dove c’è sempre il pericolo di una radicalizzazione islamica. Che ci siano delle violazioni è verissimo. Personalmente, sono convinto che siamo in fase discendente e non ascendente, da questo punto di vista. Non si respira un’atmosfera tipo quella sotto Pinochet o quella a Praga negli anni ’60. Si respira una certa tensione in certe zone. Per il resto della Cina, e parliamo di un miliardo e mezzo di persone, si respira una certa libertà. Ancora una volta. è una questione d’interpretazione dei diritti umani.

Ossia?

Per noi occidentali certi diritti sono scritti nella roccia fin dai tempi dell’Illuminismo. Per i cinesi è diverso: il loro diritto fondamentale è quello di poter mangiare. Può essere interessante citare a proposito un’inchiesta dal Southern China Morning Post, di Hong Kong, quindi un po’ più libero rispetto ad altre testate, con un sondaggio sui siti internet più frequentati, ma al tempo stesso interdetti. Questi sarebbero, in ordine, quelli delle scommesse online, quelli degli investimenti offshore e quelli porno.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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