L’Italia entra in recessione: è iniziata la decrescita felice

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05/02/2019 Federico Cartelli 522

«… sembra essere davvero un salto nel vuoto, considerato altresì che difficilmente sarà rispettata la previsione di crescita dell’1%, – già ribassata dall’1,5%». Alla fine di dicembre, su queste pagine, così definivo la legge di bilancio approvata dal governo in zona Cesarini. Sono di pochi giorni fa le parole del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con le quali anticipava agli italiani l’entrata in recessione del Paese ancor prima che ci fosse il crisma dell’ufficialità da parte dell’Istat. Veniva, infatti, già dato per scontato che anche per il quarto trimestre del 2018 il dato del PIL sarebbe stato negativo. Così è stato: -0,2%. In questo modo viene raggiunto con largo anticipo uno degli storici traguardi previsti dall’agenda grillina: l’inizio della decrescita felice. Sulla quantità e la qualità di tale felicità, tuttavia, sorge qualche interrogativo: perché l’Italia, tra qualche mese, si troverà a saltare nel vuoto, e non è detto che il paracadute si aprirà. Servono a poco le rassicurazioni del ministro Tria che invita a non drammatizzare, o ancora le parole di Conte: «Se nei primi mesi di quest’anno stenteremo, ci sono tutti gli elementi per sperare in un riscatto, di ripartire con il nostro entusiasmo».

In attesa che l’entusiasmo divenga valuta corrente, è il caso di ricordare all’esecutivo che questa recessione – la terza in dieci anni per il nostro Paese – di fatto smonta la già fragilissima impalcatura della legge di bilancio. Lo stesso Conte, adesso, prevede per il 2019 una “crescita” del PIL «intorno al mezzo punto percentuale», allineandosi così alle stime del Fondo Monetario Internazionale e di Bankitalia. Un’asserzione tragicomica, se si tiene presente che il governo aveva inserito nella prima bozza della manovra una crescita dell’1,5%, poi ridotta all’1%: un obiettivo che è sempre apparso irrealistico e fuori portata. L’eventuale raggiungimento di una crescita del PIL per il 2019 pari a un terzo rispetto a quella originariamente prevista viene ora propagandato, con una buona dose di faccia tosta, non solo come un ottimo risultato, ma come un dato perfettamente in linea con le aspettative che, invero, erano tutt’altre. Luigi Di Maio fantasticava sull’imminente nascita di un nuovo boom economico: il botto si udirà senz’altro, ma non preannuncia nulla di buono. Sembra quasi di essere tornati indietro di qualche anno, quando un simpatico signore di mezz’età asseriva, nel mezzo della più grave crisi economica dal secondo dopoguerra, che i ristoranti erano pieni. Non serve a nulla nemmeno crogiolarsi dell’altrui sventura: è vero che Francia, Germania, Spagna rallentano, ma rimangono comunque davanti all’Italia.

L’aspetto più preoccupante è la vera e propria deriva involutiva che sta caratterizzando la politica economica del governo: sono stati gettati sul tavolo numeri senza senso e privi di logica. Si ciancia di crescita ma la stella polare che guida la politica economica è una sola: un assistenzialismo sfrenato e un’abbondante offerta di lavoro pubblico. File ai CAF per accaparrarsi il reddito di cittadinanza, pioggia di domande per diventare “navigator”, prepensionamenti di dubbia convenienza con “quota cento”, aumento di stipendio per gli statali: siamo un Paese che ha voglia di tirare i remi in barca anziché salpare. Il tutto corredato da inesistenti stimoli della domanda interna – anzi, si è imposto per legge ai negozi di rimanere chiusi fino a ventisei domeniche all’anno invece di creare le condizioni migliori per aprirne di nuovi –, da un’autolesionistica avversione verso le grandi infrastrutture – la TAV è il male assoluto e le trivelle sono un’eresia – e dall’assenza di un piano per entrare dalla porta principale nella quarta rivoluzione industriale. Possibile che l’Italia non sappia esprimere nulla di meglio che un’imbarazzante corsa al sussidio e al posto pubblico?

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Non ci sarà alcuna crescita nel 2019: sarà già un miracolo riuscire a raggiungere il mezzo punto percentuale, mentre il dato di gennaio sarà un’altra epigrafe per la nostra economia. Lo scaricabarile non serve a nulla: la verità è che in Italia, da troppo tempo, l’orizzonte politico è quello di breve termine. Manca una visione alta e coraggiosa, di medio-lungo periodo. Questa recessione è figlia di una legge di bilancio folle che non potrà invertire una parabola discendente iniziata già negli anni precedenti prima dell’avvento di questo governo. Il rallentamento complessivo dell’economia europea rende lo scenario futuro ancora più preoccupante. Sarà necessaria una manovra correttiva, probabilmente tra maggio e giugno: una mossa della disperazione che, tuttavia, servirà a poco, se non al solito tirare a campare.

(foto copertina by Ansa)

L'AUTORE
Consulente politico e aziendale, saggista. Gestisce federicocartelli.com.

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