Legalizzazione della marijuana e aumento dell’occupazione

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26/09/2018 Attilio De Alberi 2822

Quello che sta succedendo in Uruguay, unico paese al mondo in cui, grazie all’iniziativa dell’ex-presidente Mujica, la marijuana è legale, dimostra come la legalizzazione mette in ginocchio il business dello spaccio con tutti i suoi potenziali addentellati criminali.

Ma non sono solo questi i potenziali effetti positivi.

Negli USA, secondo un recente specifico studio, la legalizzazione della cannabis genererebbe più di un milione di nuovi impieghi in tutto il paese nei prossimi dieci anni.

L’analisi proviene da New Frontier Data, una ditta che si concentra sullo studio dell’industria della marijuana. Essa ha anche scoperto che, qualora la cannabis venisse legalizzata in tutti i 50 stati dell’unione, il governo federale potrebbe incassare almeno 131,8 miliardi di dollari di gettito fiscale.

Con la legalizzazione verrebbero a crearsi immediatamente 782.000 posti di lavoro, mentre la previsione di New Frontier Data è che entro il 2025 il numero crescerebbe fino a 1,1 milioni, includendo coltivatori e rivenditori.

Viene usato come esempio indicativo quello del Colorado, laddove, secondo il Marijuana Policy Group, nel 2015, un anno dopo che la vendita di cannabis a scopo ricreativo venne legalizzata, questo settore creò 18.000 lavori a tempo pieno, mentre si registrò una crescita economica nello stato di 2,4 miliardi.

Giadha Aguirre De Carcer, Amministratrice Delegata di New Frontier Data, ha dichiarato al Washington Post: “Se i business della cannabis venissero legalizzati domani e tassato come i normali business, con l’aliquota fiscale standard del 35%, quest’anno, essi arricchirebbero l’economia USA con 12,6 miliardi in più”.

Il Marijuana Policy Group ha studiato in dettaglio come questa crescita dell’economia potrebbe avvenire, ossia attraverso una crescita della domanda in vari settori. I coltivatori non solo hanno bisogno di spazio per i loro magazzini, ma devono anche procurarsi attrezzatura speciale per l’illuminazione e l’irrigazione delle loro colture. I rivenditori si basano su collaboratori esterni e su servizi di contabilità.

Notare anche che in stati come Washington State e Colorado, la marijuana ricreativa legale ha portato ad un incremento in alcuni settori turistici.

A partire dal gennaio di quest’anno la California è diventato l’ottavo in cui si può vendere legalmente la marijuana a scopo ricreativo, mentre in questo momento 29 stati ne permettono la vendita a scopo curativo. Questi sviluppi ricevono un appoggio popolare praticamente in quasi tutti i gruppi demografici.

Purtroppo la vera sfida proviene dall’US Attorney General (ndr il Ministro della Giustizia) Jeff Sessions, uomo di Trump, la cui forte opposizione ha rallentato la spinta alla legalizzazione che, a questo punto, è bi-partisan.

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All’inizio dell’anno, Sessions ha addirittura revocato una regola dell’era Obama, secondo la quale i pubblici ministeri a livello federale di lasciare in pace la marijuana negli stati che l’hanno legalizzata. Così facendo ha aperto tutta una serie di domande sul futuro di quest’industria in chiara espansione.

Ma come sappiamo, l’era Trump, checché ne dica “The Donald” in tutti i suoi narcisistici discorsi, compreso l’ultimo alle Nazioni Unite (dove gli hanno pure riso dietro), non verrà ricordata come una di progresso, bensì per il suo contrario.

Tuttavia, MedMen, una compagnia di cannabis con sede in California, ha aperto il suo primo negozio a Manhattan nel tentativo di rendere normale l’uso di marijuana.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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