Nuovi venti di Guerra in Siria

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15/04/2018 Attilio De Alberi 1780

Dopo tutto quello che sta avvenendo in Siria non dovrebbe sorprenderci più di tanto: sconfitto l’ISIS, perlomeno come entità territoriale e statuale, ora le grandi potenze sono di nuovo impegnate a far valere la loro influenza nell’assetto mediorientale, e specificatamente in Siria, laddove, con il supporto di Russia ed Iran, e nonostante l’”avventura” di Erdogan in funzione anti-curda, Assad è tuttora saldamente in sella. A complicare il gioco ci sono ovviamente Israele e l’Arabia Saudita, strenui avversari dell’Iran.

Alla fin fine, dopo una serie di tweet iracondi che descrivevano Assad come un “animale”, e nonostante gli iniziali inviti alla prudenza provenienti sia, ironicamente, dal falco Mike Pompeo, il nuovo Segretario di Stato USA, che da James Mattis, il Segretario alla Difesa, Trump ha lanciato i suoi “missili belli e intelligenti” (così li ha descritti The Donald in uno dei suoi tweet) contro la Siria, come ritorsione per il presunto uso di armi chimiche nel bombardamento di Douma avvenuto una settimana fa.

E’ stato un attacco breve, durato solo un’ora, e mirato ad obiettivi precisi: un centro di ricerca scientifica a Damasco, un sito di stoccaggio per armi chimiche a ovest della città di Homs e un importante posto di comando situato nei pressi del secondo obiettivo. Tra le vittime solo qualche ferito.

Diversamente dall’attacco USA contro la base siriana di Shayrat di un anno fa, in questo caso Trump non è stato solo, essendo stato affiancato da Gran Bretagna e da Francia. Per la cronaca, Macron si era appena dichiarato ultra-convinto della responsabilità di Assad nell’uso di armi chimiche.

Vale la pena notare che l’attacco di Trump & Co. è avvenuto proprio mentre stanno cominciando le indagini specifiche sul presunto uso di armi chimiche da parte dell’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), ufficialmente invitata a Douma dal governo siriano. Sia per Assad che la Russia l’accusa sull’uso di armi chimiche non è altro che una messinscena, e, specificatamente, i russi hanno accusato i servizi segreti britannici dell’operazione a scopo provocatorio.

Fin dall’inizio di questa escalation, la Russia aveva invitato gli USA al dialogo diplomatico e Putin aveva espresso il desiderio che prevalesse “il buon senso”. La Russia ha inoltre espresso stanchezza per la “twitter-diplomazia” di Trump, ed ha invitato gli USA ad attaccare i ribelli jihadisti, invece del governo siriano. Inoltre Mosca ha aperto una linea di comunicazione diretta con Washington, che ricorda quella esistente durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Indipendentemente dalla linea preminentemente diplomatica scelta da Putin, la Russia ha ritenuto opportuno ritirare un certo numero di navi da guerra dalla sua base navale di Tartus, sulla costa mediterranea della Siria. Non si sa mai.

C’è da vedere ora quali potrebbero essere le prossime mosse sia da parte di Assad che della Russia e dell’Iran. Si è accennato recentemente ad una possibile ritorsione contro Israele, che coerentemente col suo solito ruolo di “poliziotto cattivo”, due giorni dopo l’episodio di Douma, aveva sferrato un attacco contro una base militare siriana Dettaglio importante: tra le vittime ci sono stati sei consiglieri militari iraniani.

Notare che mentre Trump ha attaccato, almeno verbalmente, Assad per il presunto attacco chimico, non si è sognato di attaccare Netanyhau per la recente strage di palestinesi al confine di Gaza. Due pesi e due misure? Se così, nulla di nuovo sotto il sole.

Anche se il governo USA ha dichiarato che l’attacco mirato contro la Siria non ha necessariamente come scopo l’uscita di scena di Assad, è inevitabile vedere questa operazione nel contesto della Nuova Guerra Fredda, giunta a nuovi pesanti livelli, soprattutto dopo il caso Skripal.

Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la tensione si è alzata a nuovi livelli dopo l’attacco di Trump: l’ambasciatore russo Vasily Nebenzya l’ha descritto come una mossa potenzialmente destabilizzatrice che mette a rischio le relazioni internazionali, mentre la rappresentante USA, nota per la sua brutalità, ha detto: “La Russia usa il veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come il regime siriano usa il Sarin”. Una nota di speranza nasce da Macron (che, tra l’altro, in maggio visiterà Mosca), che ora parla di un ritorno alla diplomazia.

Infine, certi osservatori fanno notare che, come l’anno scorso, questa nuova belligeranza di Trump servirebbe anche a distrarre l’opinione pubblica USA dai suoi continui guai personali a livello domestico: all’indefesso lavoro di Mueller sul Russiagate, si è aggiunta recentemente l’irruzione dell’FBI nell’ufficio del suo avvocato Michael Cohen, descritta infantilmente da Trump come un’ennesima “caccia alle streghe”. Last but not least c’è da aggiungere l’uscita di un libro scritto dall’ex capo dell’FBI, James Comey, licenziato da Trump, destinato a gettare nuove ombre sulla sua amministrazione.

Discute di tutto questo con YOUng Andrew Spannaus, analista americano dei rapporti strategici mondiali ed osservatore del Medio Oriente che vive in Italia, e Consigliere Delegato dell’Associazione Stampa Estera, autore di “Perché vince Trump” (Mimesis Edizioni).

attacco-usa-siria

L’INTERVISTA:

Che dire dell’attacco che finalmente Trump si è deciso a sferrare contro la Siria e delle sue possibili conseguenze?

Quando un anno fa Donald Trump approvò il bombardamento della base aerea di Shayrat non rappresentò un cambiamento vero nella politica americana verso la Siria, in quanto Trump continuò a cercare la collaborazione della Russia per sconfiggere l’Isis, senza puntare all’estromissione di Assad. L’azione dimostrativa dell’aprile 2017 ebbe una conseguenza importante però, già prevedibile allora: che al prossimo attacco chimico – vero o presunto – sarebbe diventato più difficile evitare di intervenire. Ora si è arrivati a questo punto, con un Trump che pochi giorni dopo i fatti di Douma – senza aspettare le indagini, nonostante i tanti, legittimi dubbi sollevati – ha dato di nuovo il via libera alle bombe.

Quali sono quindi le differenze rispetto all’attacco dell’anno scorso?

A prima vista questo attacco sembra simile a quello di un anno fa, cioè circoscritto e non indicatore di un cambiamento di direzione più generale. Alcuni consiglieri di Trump, come il segretario alla Difesa James Mattis, consigliano cautela, ma la situazione oggi è più complicata per via della presenza del neocon John Bolton, nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale. E’ difficile non notare che tutto questo arriva una settimana dopo l’annuncio del presidente Trump di voler ritirare le forze americane dalla Siria paese. Capita dunque a fagiolo per gli interventisti, che mirano principalmente a spezzare la volontà di Trump di migliorare i rapporti con la Russia. Con questo nuovo attacco hanno messo a segno dei punti pesanti.

Cosa c’è di particolare in questo momento per la Siria?

Ora si stanno facendo accordi grazie ai quali i ribelli anti-Assad, e tra di loro sicuramente ci sono dei terroristi, stanno uscendo da Ghouda. Il processo non è terminato, ma non è quello che vogliono certi attori sul campo. E quindi si cerca di ostacolare l’accordo con le forze governative.

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Ma ultimamente Trump aveva dichiarato di voler uscire dal teatro siriano.

Infatti… Naturalmente ci vuole tempo per analizzare specificatamente questi attacchi, ma in passato è stato dimostrato che i ribelli hanno armi chimiche, e quindi è possibile che ci sia stata una provocazione per poi portare in campo gli USA. In generale, Trump vuole uscire da questa situazione, ma poi ci sono elementi più zelanti attorno a lui, nel Pentagono ed anche nel Dipartimento di Stato, che la pensano diversamente.

In particolare la sostituzione di Rex Tillerson con Mike Pompeo come Segretario di Stato potrebbe portare ad una maggiore aggressività sul campo?

Sì, certamente Pompeo è più aggressivo di Tillerson, in particolare contro l’Iran. Sappiamo che la preoccupazione principale per le istituzioni americane nel campo della sicurezza nazionale è il fatto che l’Iran ha conquistato un ruolo troppo grande in Siria.

E il tema della permanenza di Assad al potere?

Già con Obama e poi anche con Trump, la presidenza USA, indipendentemente dalla visione del Dipartimento di Stato e del Pentagono, ha deciso che non era proprio il caso di mandar via Assad militarmente, perché avrebbe significato creare un vuoto di potere pericoloso, oltre al fatto di dover inviare molte truppe, cosa che il popolo americano non accetterebbe. Quindi si è permesso alla Russia ed all’Iran e ai curdi di fare il lavoro sporco contro l’ISIS. Con la Russia si è condivisa molta intelligence, mentre l’Iran ha perso molti uomini sul campo, ed ora non è esattamente pronta ad andarsene.

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Ma ora tutto questo crea un conflitto con persone anti-Iran come Pompeo.

Sì, perché se da un lato Trump dice di volersi disimpegnare dal teatro siriano, c’è una volontà nell’ambito dell’amministrazione, soprattutto tra persone come Mike Pompeo, ma anche come John Bolton, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, di contrastare la solida presenza iraniana. A questo bisogna naturalmente aggiungere la posizione dell’alleato israeliano Netanyahu.

Esiste a questo punto la possibilità che gli USA si ritirino dall’accordo con l’Iran fatto da Obama?

Sì, esiste, non solo grazie all’influenza di Pompeo, ma in modo particolare per via del ruolo di Bolton, un neoconservatore tra i più aggressivi. Finora Trump ha usato la sua solita strategia: usare parole forti, ma poi nei fatti andare molto piano. Obama aveva lottato molto per convincere il Congresso ad accettare l’accordo con l’Iran, ed ora esso è rimasto su questa posizione, nonostante le attuali pressioni in direzione contraria. Esiste comunque la possibilità di permettere ad Israele di essere aggressivo verso l’Iran.

Ma c’è anche di mezzo l’Arabia Saudita, apertamente anti-Iran, e recentemente Salman, il giovane delfino della monarchia, si è recato in visita alla Casa Bianca.

L’Arabia Saudita è al centro di tutto questo e cerca apertamente uno scontro con l’Iran, esagerandone magari il ruolo nella guerra in Yemen. A sua volta Trump, come altri presidenti, ha cercato di usare l’Arabia Saudita come proprio “rappresentante” in Medio Oriente in funzione anti-Iran, creando un’alleanza anche con Israele e con l’Egitto, che sta in parte funzionando.

Lei personalmente come vede l’Iran?

L’Iran non è perfetto, ma penso che si stia, in generale, esagerando in questa situazione.

Ma in tutto questo gioco di parti gli attori più importanti e comunque più attivi sembrano esser diventati Russia, Iran ed anche la Turchia.

De Mistura e l’ONU stanno ancora lavorando per portare avanti le trattative, anche se i risultati non sono quelli sperati. Detto questo è chiaro che il ruolo della Russia è molto importante, la Turchia è in mezzo, e pur essendo parte della NATO vuole mostrarsi in qualche modo vicino alla Russia. L’interesse di Russia ed Iran è stabilizzare la Siria, lasciando al potere Assad almeno per ora.

Al tempo stesso però, soprattutto con il suo attacco ad Afrin e con la sua ossessione anti-curda il neo-sultano Erdogan minaccia l’integrità territoriale siriana.

Penso che al massimo quello che si possa fare con Erdogan è rallentarlo, mostrare comprensione, ma al tempo stesso fargli capire che deve darsi una calmata. E’ quello che sia Russia ed USA, nonostante le difficoltà, cercano di fare.

Obiettivamente chi potrebbe sostituire Assad?

Non avrei un nome specifico in mente. Sicuramente si potrebbe avere un governo che comprenda le fazioni ribelli, escludendo però quelle legate ad al-Qaeda e all’ISIS, creando appunto una linea di demarcazione.

Cioè?

Chi vuol trattare tratti, gli altri si prendano le bombe. Questa è la linea adottata dalla Russia, ed in parte dagli USA. Rimane comunque il problema che la linea americana non è chiara: di nuovo, Trump ha un obiettivo, ma le persone attorno a lui ne hanno un altro. Se Trump vuole mollare, anche per risparmiare sulle spese militari, è chiaro che abbiamo creato un pasticcio, anche con l’aiuto degli alleati europei, ed ora è difficile abbandonarlo.

In generale, a partire dall’accordo di Sykes-Picot che risale a un secolo fa, sembra essere difficile per le potenze straniere uscire dal ginepraio mediorientale.

E’ chiaro che, storicamente, questo scacchiere è stato usato, ed è tuttora usato, in chiave strategica da potenze esterne, ma più recentemente si può parlare di un “arco della crisi” che va dal Nord Africa fino all’Asia Centrale, passando appunto per il Medio Oriente, e che ha una certa funzione.

Quale?

Soprattutto contro la Russia da parte delle potenze occidentali. E naturalmente, a sua volta, anche la Russia ha i suoi interessi. L’Occidente ha usato i terroristi per i suoi fini. Ora che l’ISIS è stato sconfitto, la domanda che ci si pone è questa: si vuole raggiungere la stabilità o no?

Ma in campagna elettorale Trump si è definito isolazionista. Fino a che punto lo è veramente?

Trump non è esattamente isolazionista. E’ più importante stressare la sua posizione di “America First”. Principalmente lui vuole privilegiare la sovranità nazionale ed evitare guerre che considera inutili e dispendiose. Prima si giustificavano le guerre, da destra e da sinistra, con la scusa dei diritti umani e dell’affermazione della democrazia. Per Trump questa è un’illusione, un inganno.

Ma questo non vuol dire per lui ritirarsi dal mondo.

No, Trump vede un’America ancora molto forte e presente nel mondo, solo che crede più in accordi bilaterali, commerciali o strategici che siano, attraverso il quale il suo paese fa i suoi interessi, sottraendosi però ad una visione globalista.

Ma a parte questo si sta parlando ora, soprattutto dopo il caso Skripal, di una Nuova Guerra Fredda.

Sì, ed è più pericolosa oggi.

Perché?

Uno perché siamo faccia a faccia nel mar Baltico e nel mar Nero, e due perché entrambi le parti stanno investendo nelle armi nucleari – e l’investimento cominciò già prima di Trump con Obama. In pratica si sta offuscando la linea di separazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari, che esisteva durante la prima Guerra Fredda. Per esempio si può mettere una testata nucleare su un missile Cruise e quindi il nemico non sa esattamente da cosa può venire attaccato. Quindi la situazione è oggettivamente più pericolosa.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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