La nuova ed inquietante corsa al riarmo dei nostri giorni

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27/02/2018 Attilio De Alberi 2643

A poco più di un anno dall’ulteriore spostamento del Doomsday Clock – l’Orologio dell’Apocalisse, creato da un gruppo di scienziati nucleari di Chicago a partire dal 1947, e volto a monitorare la possibilità di una catastrofe bellica planetaria – che, all’inizio del 2017, segnava due minuti e mezzo dalla mezzanotte, la situazione non sembra esser migliorata. Anzi, l’orologio, in questo momento, segna due minuti dall’ora fatidica. La giustificazione data dagli scienziati per questo spostamento è l’incapacità dei leader politici mondiali di gestire la minaccia nucleare, aggiungendo anche quella dietro i cambiamenti climatici. Solo nel 1953, nel pieno della Guerra Fredda, l’orologio aveva segnato due minuti alla mezzanotte.

Al di là della possibilità di una catastrofe nucleare, rimane il fatto che stiamo assistendo ad una vera e propria corsa al riarmo. E di questo, nell’infuocata campagna elettorale non se ne parla tanto. Alcuni dati ce lo fanno capire in maniera tangibile.

Mentre la Francia ha recentemente annunciato un “piano di battaglia” da 295 miliardi di euro, una programmazione militare per il periodo 2019-2025, in pratica il 2% del PIL, dagli USA arriva la notizia secondo la quale l’amministrazione Trump vuole destinare 686 miliardi di dollari alla difesa nel prossimo anno fiscale.

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A dicembre il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute – Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) ci ha informato che la vendita delle armi sta crescendo per la prima volta dal 2010.

Discutiamo di questi non certo incoraggianti sviluppi con Maurizio Simoncelli, storico, esperto di geopolitica, e vicepresidente e cofondatore dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD) a Roma, tra l’altro partner per l’Italia dell’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons – Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari), premiato col Nobel per la Pace l’anno scorso. Simoncelli è anche co-autore del recente volume Disarmo (editore Città Nuova). Secondo lui, anche se ci sono stati dei progressi recentemente – l’eliminazione delle mine anti-uomo e delle bombe a grappolo – la situazione rimane preoccupante.

riarmo-armi-ricostruzione

L’INTERVISTA:

Quali sono gli ultimi sviluppi per ciò che riguarda l’escalation di tipo nucleare?

Donald Trump poco più di 10 giorni fa ha pubblicato la sua Nuclear Posture Review. Questa implica l’utilizzo di armi nucleari di modesta portata che però possono essere sganciate, in caso di necessità, nel contesto di una guerra convenzionale, quindi abbassando la soglia del passaggio da un conflitto convenzionale ad uno nucleare. Questo è un passaggio gravido di conseguenze.

Perché?

Proprio perché fa scomparire il tradizionale confine tra la guerra convenzionale e quella nucleare.

Ma il target di eliminare tout court e contemporaneamente tutte le armi nucleari, di cui si parla da anni, è totalmente impensabile?

La logica direbbe che è esattamente questo che si dovrebbe fare. Teniamo conto che gli USA posseggono un arsenale atomico di 6800 testate, mentre la Russia ne possiede uno di 7000 – quindi quasi equivalenti, almeno da un punto di vista quantitativo – capaci di distruggere il nostro pianeta più volte. Altri paesi come Cina, Francia, Gran Bretagna hanno arsenali minori, ma comunque capaci di distruggere un paese nemico. Tutto questo costa 200mila dollari al minuto. E in ogni caso sarebbe inutile di fronte ad eventuali attacchi terroristici.

Ma allora perché non si riesce a superare tutto questo e, se proprio ci si deve combattere, lo si fa con delle armi convenzionali e basta?

Il problema è che l’arma nucleare è una super-arma non solo dal punto di vista politico.

In che senso?

L’opzione nucleare è uno status-symbol, che dà determinate garanzie di essere “intoccabili”. Caso tipico è Kim Jong-Un, un dittatore che può ricordare Saddam Hussein o Gheddafi – i quali però non avevano l’atomica ed hanno fatto la fine che hanno fatto – intento a salvaguardare la sua posizione sventolando appunto la minaccia nucleare. Quindi, ripeto, si tratta più di armi politiche che militari: come è ben documentato sia dalla Croce Rossa che dalla Mezza Luna Rossa, le conseguenze umanitarie di un eventuale conflitto nucleare non permetterebbero a nessuno degli attori di dirsi in realtà vincente. Si tratterebbe più che altro di un suicidio reciproco. Ecco perché, alla fin fine, vengono usate le armi convenzionali nei vari conflitti.

Visto che accennava alla minaccia terroristica, qual è il pericolo reale di una cosiddetta atomica fatta in casa?

Questa è una possibilità molto remota: è più facile costruirsi una cosiddetta bomba sporca.

Ossia?

Un’arma convenzionale a cui viene aggiunto materiale radioattivo, ottenibile da scarti di laboratorio o di ospedale, creando un’esplosione inquinante. In ogni caso questa è una minaccia alla quale non si può rispondere con un’arma nucleare, e nemmeno con un bombardiere o una portaerei. Prevenire tale pericolo è più un lavoro d’intelligence. D’altra parte anche noi in Italia, negli anni di piombo, abbiamo avuto una minaccia terroristica, ma non ci siamo messi a bombardare i quartieri delle città dove si annidavano i terroristi. Ma esistono anche pericoli.

Quali?

Esiste concretamente anche il pericolo sia di un attacco hacker sia quello di un incidente o di un errore, come numerosi episodi (poco noti all’opinione pubblica) hanno dimostrato. Basta pensare all’errato allarme di un attacco nucleare in atto sulle Hawaii avvenuto nel gennaio scorso e durato ben 38 minuti.

Visto che si parla di riarmo, non c’è anche dietro tutto ciò, l’influenza del cosiddetto “military-industrial complex”?

Beh, se già alla fine degli anni ’50 lo affermava il presidente Eisenhower, che era un ex-generale, c’è da credere che ciò sia vero. Continua la forte pressione di questa lobby per ciò che riguarda la produzione sia di armi convenzionali che nucleari. Lo stesso Obama, intenzionato a ridurre l’arsenale atomico, non è riuscito a scalfire questo settore, ed ha finito per accettare l’ammodernamento delle “vecchie” bombe B-61, risalenti alla guerra fredda, passando alla costruzione delle B-61-12, ad un costo enorme. Ma la pressione in questo senso viene non solo dalla lobby militare-industriale.

Da chi altro?

Dai vertici delle forze armate, che in questo hanno specifici interessi, anche di natura politica.

D’altra parte, insieme alla famigerata NRA (National Rifle Association), la lobby militare.industriale USA sgancia un bel po’ di soldi ai candidati presidenziali nel corso delle elezioni.

Certo, e lo fanno sia nei confronti dei candidati democratici che di quelli repubblicani, tant’è vero che quando Obama cercò d’introdurre l’Arms Trade Treaty (Trattato per il Commercio delle Armi) ci fu una grossa resistenza anche tra le fila del suo stesso partito. Ci fu una lettera di senatori repubblicani, ma anche democratici volto a fermare questo suo tentativo di porre un limite al commercio militare non solo a livello internazionale, ma anche domestico.

Visto che l’Italia è giunta al secondo posto nel mondo per l’esportazione delle armi, si può parlare dell’esistenza di una lobby come quella USA nel nostro paese?

Specifichiamo che questo secondo posto dell’Italia, secondo l’ONU, vale per le armi leggere. Detto questo, anche se in forma ridotta, rispetto al potere della lobby USA, esiste anche da noi un tipo di pressione del genere. Secondo uno studio della Milex che risale all’anno scorso, lo stato italiano compra un sacco di armi, ma solo una piccola percentuale viene poi usate nelle missioni all’estero, mentre il resto rimane inutilizzato nei nostri arsenali. Ci stiamo dotando di una nuova portaerei e stiamo per avere una flotta militare superiore addirittura a quella della Gran Bretagna.

Ma a livello costituzionale la vendita delle armi all’estero – a partire di quella a paesi come l’Arabia Saudita che poi vanno a bombardare civili, scuole ed ospedali in Yemen – dovrebbe passare attraverso un’approvazione parlamentare, ma al tempo stesso si nota una certa indifferenza?

Sì, nella maggioranza esiste questa indifferenza. Il marzo scorso sono stato invitato in audizione alla Commissione Difesa del senato, e un parlamentare mi fece notare che se armi non le vendiamo noi, le vendono gli altri. Io feci notare che questo ragionamento dovrebbe valere anche per il commercio della droga. Ma al di là di questo c’è da fare un ragionamento preciso e pratico, non solo etico o religioso.

Quale?

Nella misura in cui una buona fetta delle nostre esportazioni di armi e di munizioni (58,82% nel 2016) va a finire nell’area mediorientale e nord-africana, zone geograficamente vicine a noi, creando situazioni d’instabilità, abbiamo poi fenomeni migratori di profughi verso l’Europa, a cominciare dall’Italia e della Grecia, mettendo poi in crisi il nostro sistema politico-sociale.

Ma al tempo stesso non esiste di conseguenza una maggiore ricaduta in termini di redistribuzione del reddito e dell’occupazione. Questo sembra valere per le esportazioni in generale, pur noi superando sia Germania che Francia. Vale anche per le esportazioni militari?

No, la ricaduta è solo di carattere azionario per questo tipo di aziende, ma dal punto di vista occupazionale, dati alla mano, abbiamo visto che negli ultimi anni, da 80.000 addetti negli anni ’80 siamo passati a 50.000. Siamo di fronte a una notevole riduzione della forza lavoro.

Come mai?

Non abbiamo più la produzione a catena di tipo fordista. Poi oggigiorno un carrarmato, o anche un elicottero o una nave, costa di più soprattutto a causa delle sue nuove e sofisticate componenti elettroniche. Abbiamo più bisogno di tecnici specializzati in questo settore che di operai veri e propri.

Nell’ultimo film di Steven Spielberg, The Post, si vede come i politici finiscono per coinvolgere il proprio paese in una guerra senza che sia possibile un controllo da parte dei cittadini che li hanno eletti. Questo perverso meccanismo vale ancora oggi?

Il fatto che i politici si muovano in modo autonomo e che l’esecutivo proceda senza badare al ramo legislativo è ormai un fenomeno acclarato, e non solo nel campo specifico della difesa, anche se in questo settore è più evidente.

Un esempio?

In occasione della guerra alla Libia, l’Italia all’inizio ha resistito all’idea di partecipare all’offensiva militare vera e propria, limitandosi solo ad un appoggio logistico, ma poi si è venuto a sapere che il Capo di Stato Maggiore dell’aereonautica rivendicava una serie di attacchi aerei anche di successo. Tutto questo mentre il governo Berlusconi affermava che l’Italia non era ufficialmente in guerra. Ormai la guerra si fa al di sopra della testa dei cittadini.

Sempre nel film The Post, si vede il ruolo dei media nel denunciare le menzogne e le censure dei governi, ruolo poi riconosciuto dalla Corte Suprema. Quindi qualcosa si può fare per controbattere questa tendenza, o almeno il quarto potere, cioè i media, tanto per cominciare, può farlo.

Noi fortunatamente viviamo in sistemi democratici, seppur non perfetti, in cui è possibile far sentire la nostra voce, e certi mass media danno certamente una mano in questo senso, intervenendo e chiedendo chiarimenti. I governi purtroppo tendono a dare poche informazioni, o a dare informazioni non dico false, ma incomplete. Recente esempio scandaloso è l’approvazione di un investimento per una nave soccorso per calamità naturali con un certo budget: una volta passato il budget, poi si sono in realtà investiti più soldi per quella che sta diventando una portaerei. La società civile può e deve intervenire, con l’aiuto del quarto potere per contrapporsi a questa tendenza dell’esecutivo di svincolarsi dai controlli democratici.

E il parlamento?

Purtroppo si nota in molti paesi, ed in particolare nel nostro, come il parlamento sta diventando sempre di più un organismo prevalentemente disciplinato dalle segreterie dei partiti e molto allineato sulle posizioni dei governi. E’ difficile che il parlamento prenda atto di iniziative non corrette da parte del governo e gli voti la sfiducia.

Un esempio nel campo della difesa?

Abbiamo avuto una mozione da parte della Commissione per la Difesa che chiedeva il dimezzamento dei famigerati F-35, aerei difettosi e criticati non solo dai pacifisti, ma anche da esperti nel settore: il governo l’ha ignorata, ottenendo poi una fiducia in parlamento. Non c’è insomma il coraggio d’imporsi nei confronti dell’esecutivo.

Ma paesi della NATO come il Canada e addirittura la Turchia non sembrano volere gli F-35.

Sì, ci sono molti ripensamenti a riguardo. L’ironia è che le informazioni negative su questo tipo di aereo vengono dagli stessi USA, dove la Corte dei Conti è intervenuta. Il governo italiano, per giunta, ha voluto vendere il progetto di acquisto affermando che avrebbe creato 10.000 posti di lavoro, mentre in realtà ne potrà creare solo 3.500. Inoltre, venendo al costo dell’areo non c’è chiarezza: in pratica noi abbiamo firmato una cambiale in bianco per un aereo che non sappiamo nemmeno quanto ci costerà.

Ma al di là del caso F-35, non vale l’osservazione che l’Italia è un po’ uno stato-lacchè nei confronti degli USA?

Senz’altro abbiamo una posizione molto accondiscendente, considerando anche il fatto che accogliamo sul nostro territorio la presenza di decine di bombe atomiche B-61 – secondo gli ultimi dati un terzo di quelle presenti sull’intero continente – e tante basi militari USA.

La preoccupa l’avvicinarsi alla mezzanotte del Doomsday Clock?

Fino a un certo punto. In questo momento preciso mi preoccupa di più la polveriera Siria, con tutti i coinvolgimenti internazionali a cui assistiamo – USA, Russia, Turchia, Israele ed Iran – senza dimenticare, come dicevo, le forti esportazioni di armi da parte dell’Italia in quest’area geopolitica a noi così vicina.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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