Come si può prevenire la radicalizzazione

Dicembre 28, 2016
Attilio De Alberi
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Dopo una pausa d’illusoria tranquillità, l’incubo jihadista riprende ad assillarci nella sua imprevedibilità.
E purtroppo non se ne andrà facilmente, rimanendo con noi come una spada di Damocle.

Senza dimenticare che un’eventuale sconfitta dell’ISIS come entità statuale potrebbe comunque scatenare una specie di franchising del terrore a opera non solo dei ‘lupi solitari’ ma anche dei foreign fighters che tornano a casa.

Sarà sufficiente condannare i foreign fighters e le loro famiglie in Italia, come è appena avvenuto nel caso di ‘Fatima’ Sergio, la 29enne jihadista italica, da due anni in Siria a combattere per l’ISIS, che ha ricevuto una pena di nove anni (in contumacia) dalla Corte di Assise di Milano?

Intanto in Italia, finora rimasta fortunatamente immune da attacchi terroristici rispetto ad altri paesi, s’innalzano le misure dopo la tragedia di Berlino. Ma ci sono forse anche delle alternative più a lungo respiro? L’esempio potrebbe venire da un programma preventivo di anti-radicalizzazione organizzato dalla Polizia insieme al Comune di Aarhus, città della Danimarca orientale, ormai operativo, e con un certo successo, fin dal 2007.

L’idea, nata subito dopo gli attacchi terroristici a Londra del 2005, consiste appunto nel prevenire qualsiasi fenomeno di estremismo con la conseguente violenza, e indipendentemente dalla matrice politica o religiosa. Nel 2011 e nel 2011 gli operatori si sono concentrati sull’estremismo di destra, su personaggi tipo Anders Breivik (ndr l’autore degli attacchi a Oslo e sull’isola di Utøya in Norvegia) che circolavano ad Aarhus. Il programma si è recentemente anche concentrato sugli elementi islamici radicalizzati in viaggio per la Siria e l’Iraq come foreign fighters e su quelli che poi tornano in Danimarca.

Questo progetto è il primo nel mondo e infatti Aarhus ha visto il pellegrinaggio di molte delegazioni straniere interessate a studiarlo per poi adottarlo in patria.

Parla a YOUng, Allan Aarslev, Sopraintendente per la Polizia di Aarhus, esperto di prevenzione del crimine e a capo del Programma di Anti-Radicalizzazione. “Nella nostra esperienza” dichiara convinto Aarslev, “la prevenzione e l’inserimento nella società riescono a fare di più e a un costo minore contro il terrorismo, rispetto alla criminalizzazione e alla sorveglianza auspicate da molti.”

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Come identificate i potenziali terroristi sul campo?

Non lavoriamo sui cosiddetti ‘potenziali terroristi’, perché in questo caso sarebbe forse troppo tardi nel senso che la strategia preventiva potrebbe rivelarsi vana.

Come funziona quindi la vostra strategia preventiva?

Premessa: appena avviato il programma nove anni fa ci siamo resi conto che non è facile identificare gli elementi potenzialmente pericolosi.

Quindi come vi siete mossi?

Innanzitutto organizzando degli incontri nella città, sui posti di lavoro e nelle scuole. Attraverso questi è stato poi più facile scoprire quali elementi si stavano avviando verso la radicalizzazione.

Ma qualche famiglia o insegnante vi ha forse messo in guardia verso certi elementi potenzialmente pericolosi?

All’inizio nell’ambito di certe minoranze etnico-religiose non c’era molta fiducia nel nostro programma.

Perché?

Pensavano che il nostro fine fosse solo quello di perseguire legalmente certi elementi e punirli.

Forse si temeva che voi faceste loro una specie di lavaggio del cervello?

Sì, c’era anche questo timore.

E dopo questa prima fase di scetticismo?

Piano piano, col tempo, siamo riusciti non solo a identificare gli elementi potenzialmente pericolosi, ma anche a guadagnare la fiducia nella comunità islamica, al punto che, a partire dal 2013 molte famiglie hanno cominciato a chiederci aiuto, spaventate dal fatto che i loro figli volessero partire per la Siria per andare a combattere.

Ma come si fa a capire quando un elemento radicalizzato ideologicamente è poi pronto a passare all’azione?

Quando qualcuno esprime il desiderio di partire per andare a combattere in Siria o in Iraq, suona il campanello d’allarme. Ma quello che conta è il lavoro che viene prima di questo momento.

Cioè?

Nella nostra esperienza, una volta identificato un giovane o una giovane che attraversa un processo di radicalizzazione, si tratta di convincerli a muoversi in un’altra direzione.

Ma non avete incontrato delle intuibili resistenze?

Certo, ma come abbiamo visto nel caso delle gang si tratta anche di lavorare su chi li circonda, come per esempio una fidanzata, magari incinta, per indurli a cambiare strada.

E in ogni caso è anche qui una questione di fiducia.

Sì, cerchiamo di far capire a queste persone che non tutto e bianco e nero, e soprattutto che vogliamo aiutarli perché siamo preoccupati per loro. E poi, da un momento all’altro, riescono a cambiare attitudine.

Ma come le aiutate?

Preciso subito che non facciamo nulla a livello ideologico. Non cerchiamo di fargli cambiare l’orientamento religioso. Li aiutiamo a livello pratico: a trovare una casa, un lavoro, a frequentare delle persone normali.

Quindi a monte di questo fenomeno si può vedere una problematica economico-sociale?

Assolutamente: abbiamo capito che la maggior parte di questi ragazzi in via di radicalizzazione soffrivano a causa della discriminazione, della marginalizzazione: in altre parole sentivano di non avere un futuro.

Ma in certi casi ci può anche essere un problema puramente psicologico?

Questo vale per quelli che agiscono da soli, come, per fare un esempio, Breivik in Norvegia, tipico caso psichiatrico. Ma la situazione è diversa con quelli che pensano e poi magari agiscono in gruppo. E quindi noi lavoriamo sulla psicologia di gruppo in questi casi.

Il crescente affermarsi di ideologie e movimenti anti-islamici e comunque xenofobi può essere indicato come una altro elemento destabilizzante per queste persone?

In parte, ma nella nostra esperienza quello che abbiamo percepito è stato in generale il senso di solitudine dal quale si sentono avvolte.

In generale però la Danimarca è vista come un paese abbastanza accogliente verso gli stranieri e gli islamici.

Sì, però bisogna ammettere che dobbiamo ancora fare molta strada verso l’integrazione: questa è la vera sfida. A parte gli estremisti di destra, per ora una minoranza esigua, i politici e i media mainstream, concorrono, insieme alla popolazione autoctona a creare un feeling di isolamento e discriminazione nella vita quotidiana.

Continuano a partire estremisti per la Siria?

No, il traffico è finito due anni fa: 35 sono partiti. Di questi, 8 sono morti, 19 sono ritornati e presumiamo che gli altri siano ancora lì a combattere.

Ma quelli che son tornati l’hanno fatto di nascosto?

In certi casi sì, ma riusciamo a sapere della loro presenza grazie a famigliari, amici o conoscenze.

E cosa fate, sapendo che questi potrebbero più che mai diventare dei potenziali terroristi in Danimarca?

Prima di tutto c’è un’investigazione sulla base di una nuova legge che criminalizza chiunque sia stato in una zona di conflitto come Siria e Iraq. Ma non è facile raccogliere prove e quindi denunciare questi ragazzi. A questo punto scatta il programma di prevenzione attraverso la re-integrazione nel tessuto sociale.

Qual è lo stato psicologico di quelli che tornano?

Sono per lo più spaventati e delusi e alla fin fine contenti quando li aiutiamo a ritrovare una vita normale.

Ma mandarli in prigione non potrebbe aumentare le chance di radicalizzazione?

Certamente, ma dopo tutto siamo la polizia e dobbiamo fare le nostre indagini. Detto questo, diversamente dai politici e dai media secondo i quali questi ragazzi devono esser lasciati soli, qualora non trovassimo delle prove a carico, noi, coerentemente col nostro progetto pensiamo il contrario: lasciarli soli può rappresentare un grosso problema per la nostra sicurezza.

Esiste comunque un programma di anti-radicalizzazione per quelli che finiscono in carcere?

Certo. Conosco un ragazzo che è andato dentro all’inizio di quest’anno per aver fatto propaganda pro-ISIS su internet. Uscirà tra tre mesi e abbiamo già pronto per lui un piano di reinserimento nella società.

Il vostro programma per ora è rimasto stranamente limitato alla vostra città.

La decisione di allargare il programma è nelle mani del Dipartimento di Giustizia e del Parlamento, e se ne parla. Noi speriamo che l’esperimento abbia una portata nazionale.

Visto che è una decisione politica, ci sono forse delle resistenze?

Innanzitutto esiste un problema d’informazione. E’ importante capire bene il funzionamento del programma. Al tempo stesso ci sono certi politici prevenuti.

Prevenuti in che senso?

Pensano che il nostro programma aiuti invece di combattere l’estremismo.

E’ ironico che la parola ‘politica’ e la parola ‘polizia’ hanno la stessa etimologia: qui stiamo parlando dell’amministrazione della polis, la città.

E’ vero. In positivo devo dire che abbiamo ottenuto il pieno supporto e la cooperazione del comune di Aarhus. Dobbiamo purtroppo ancora ottenere quello dei politici a livello nazionale.

Al di là dei confini danesi il vostro programma è stato copiato altrove?

La parola “copiato” non è quella giusta. In realtà noi impariamo dagli altri e gli altri da noi. Esiste infatti una forma di scambio e di cooperazione con altri paesi d’Europa attraverso il Radicalization Awareness Network (Network di Consapevolezza sulla Radicalizzazione) istituito dalla UE.

C’è qualche paese europeo in particolare che ha mostrato più interesse di altri nel vostro programma?

Sì, la Francia, per comprensibili motivi. Abbiamo ricevuto già tre delegazioni francesi, con tanto di amministratori e tecnici, venute a studiare il nostro lavoro. Non so però quale effetto operativo abbia poi avuto questo interesse.

Altri paesi interessati?

Abbiamo ricevuto gente dal Belgio dal Regno Unito e anche molte persone dagli Stati Uniti.

Qualcuno dall’Italia?

Finora nessuno.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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