Senza alfabetizzazione digitale i più giovani rischiano grosso

Marzo 5, 2016
Germano Milite
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L’attuale penetrazione di internet e l’utilizzo crescente di app e strumenti che mantengono soprattutto i più giovani “iper-connessi” alla rete, richiedono interventi formativi straordinari e percorsi specifici di alfabetizzazione digitale nelle scuole medie e superiori

Se cercate la parola chiave “alfabetizzazione digitale” su Google Immagini, tra i primissimi risultati vi appariranno numerose foto che ritraggono anziani intenti ad utilizzare pc e smartphone, magari affiancati da qualche giovane volenteroso. Ecco il primo, madornale errore che praticamente chiunque commette: illudersi che questo processo debba interessare esclusivamente chi, da pensionato, vuole imparare ad accedere alla propria casella mail attraverso un cellulare e a gestire il proprio account sul sito dell’INPS. 

Sì da infatti per scontato che, giovani e giovanissimi, i cosiddetti “nativi digitali”, siano perfettamente a loro agio nell’utilizzo dei nuovi strumenti e dei nuovi canali di comunicazione e connessione. Non hanno bisogno di essere guidati o formati ad una corretta, consapevole ed accorta fruizione di smartphone, tablet, pc ed app. Tanto, si pensa, conoscono gli schermi touch da quando sono nati e per loro Facebook e Youtube sono qualcosa che esiste praticamente da sempre, così come i telefoni cellulari. Ma l’errore più grande è proprio quello di lasciare le nuove generazioni completamente da sole nell’approccio al digitale, quando in realtà sono proprio loro ad avere più bisogno di essere guidate e tutelate dal caotico mondo virtuale nel quale oramai vivono giornalmente quanto inevitabilmente. 

UN ESEMPIO DI DEGRADO CRESCENTE: INSTAGRAM

Sono su Instagram da ben prima che divenisse un fenomeno di massa e fosse acquisito da Facebook. Attualmente, anche se negli ultimi tempi lo aggiorno di rado, il mio profilo ha oltre 4000 followers. Premessa: non pubblico selfie patetici di fronte allo specchio del bagno e, degli oltre 430 post, il 90% sono frasi dai miei libri (non ancora pubblicati). Una minima parte sono foto di paesaggi, sempre con pensieri allegati. In tutto avrò 3-4 foto del mio volto, nessuna del mio corpo.

Ora voi mi direte: “Vabé, perché non hai niente di bello da mostrare”. In verità ed evitando la falsa modestia proprio no: sono tutt’altro che brutto ed anzi, soprattutto con i filtri che oggi si usano tanto, potrei sembrare addirittura un gran figo. Il punto è che non è ciò che mi interessa mostrare, almeno non come prima cosa: voglio che chi mi segue capisca prima di tutto ciò che penso, ciò che sento, ciò che temo e ciò che desidero. In altri termini e se volete banalmente, ciò che sono. Ok: non siamo di certo tutti grandi scrittori (ed io sono il primo a non rientrare nella categoria) e magari a qualcuno resta ben poco da comunicare oltre ad un bel visino e ad un fisico sexy. Tuttavia non posso che provare una forma crescente di forte disagio e crescente disturbo nel vedere migliaia e migliaia di profili che paiono fotocopiati, che sono contenitori di nulla riempiti con il niente più assoluto. Non c’è il minimo sforzo di fornire un contenuto che non sia mera immagine auto-compiaciuta o fintamente auto-critica del proprio aspetto estetico.

Parlo di persone che pubblicano 4-5 foto al giorno: mentre sono al bar a prendere un aperitivo, mentre fanno shopping, mentre sono a scuola (l’utilizzo di Instagram tra gli adolescenti lo trovo spesso agghiacciante), mentre sono al parco con il cane o a cena con il/la fidanzato/a. E’ un continuo, patetico, isterico, superfluo fotografare e postare. Vorrei raccogliere le mail di tutti questi individui ed inviare loro un singolo messaggio: “Ti prego, dimmi perché lo fai”.

UNA VITA DI AUTOMATISMI DA DIPENDENZA

Il punto, infatti, è che oramai conduciamo una vita condizionata da gesti incondizionati, dove nel momento stesso in cui stiamo per postare un’inutile foto il cervello si spegne e tutto ciò che pensiamo è: “Quanti “mi piace” conquisterò questa volta? Quante reazioni provocherò?”. Basterebbe invece trovare un senso più profondo a questi gesti, chiedersi appunto “Ma perché? Perché alle persone dovrebbe importare qualcosa di sapere che sono con l’amica Pina a prendermi uno Spritz? Che diamine di senso ha? Non sarebbe meglio godermi il momento con lei e basta?”. Svegliatevi: il “like” distratto e pigro che prendete dal vostro follower su una foto insignificante è appunto inutile, esattamente come la vostra foto ed il tempo che avete speso per realizzarla, filtrarla e postarla con una frase ridicola.

Per carità: condividere con i vostri amici e conoscenti qualche bel momento è anche bello. Ma è bello proprio perché è un’eccezione, non una regola da osservare ossessivamente, a causa di una vera e propria dipendenza. Non c’è più senso della misura e delle decenza e, quindi, godimento vero e profondo anche delle stesse azioni narcisistiche. E tutto fatto in un regime di lobotomia emulativa collettiva: i miei amici scemi lo fanno, ergo lo faccio anche io, altrimenti mi sento emarginato. E’ un meccanismo sociologico molto elementare, come tutti i principi sociologici diffusi.

UN ESERCITO DI GIOVANI NARCISISTI PATOLOGICI

Ora magari mi direte: “Sì, ma che t’importa? Perché sei così pesante?”. Il problema, amici e amiche, è che questa attività, che interessa in maniera sempre più preoccupante soprattutto le generazioni più giovani, ha effetti devastanti sul vostro cervello, sulla vostra capacità d’attenzione, sulla gestione del vostro tempo libero per attività che non siano di mera e vuota alimentazione dell’ego. Si tratta, tra l’altro, di un’alimentazione che non fornisce combustione e quindi propulsione. E’ come se metteste acqua nel serbatoio dell’auto: potrete riempirlo, ma resterete fermi esattamente dove siete. Ed è questo il dramma, il pericolo che denuncio anche durante i miei corsi di alfabetizzazione digitale nelle scuole:  con simili azioni i ragazzi non si evolvono, non si arricchiscono e non ricevono stimoli utili a sviluppare curiosità, senso critico, capacità di analisi della realtà e soprattutto contatto con la propria personalità e le sue evoluzioni. Gli utilizzatori compulsivi di social sono riempiti, come dicevo, essenzialmente di caos. Ed è un caos anche atipico e paradossale, poiché standardizzato e ripetitivo (i trend topics, i fenomeni virali, le gif/meme ecc).

IL NUOVO, ONNIPRESENTE MEZZO DI DISTRAZIONE DI MASSA

Ci siamo per anni preoccupati della televisione, descrivendola come diabolico “mezzo di distrazione di massa” ed in effetti è stato così, molte volte. Quella scatola (che ora si è trasformata in un oggetto curved e molto sexy), ha catturato l’attenzione ed il tempo libero di numerose generazioni. Ma vedere la tv di nascosto è molto più difficile che avere 3-4 profili social all’insaputa dei propri genitori. Lo smartphone è sempre con noi, possiamo usarlo in ogni luogo ed in qualunque momento. Oramai, con il Wi-Fi free diffuso in maniera crescente, è veramente difficile trovarsi “isolati” dalla connessione perpetua e dalla conseguente perpetua attenzione richiesta dalle nostre vite digitali. Non è più un discorso da trombone nostalgico ed incompetente in materia che rimpiange i bei tempi del grammofono. Il web, strumento meraviglioso che offre immense ed entusiasmanti possibilità di accrescimento culturale e di interazione fruttuosa, sta mostrando in maniera sempre più violenta il suo lato oscuro, il suo tratto da buco nero dell’attenzione e noi non possiamo più far finta di niente e limitarci ad ignorare ciò che ci sembra di non poter comprendere. 

MANCA UN PO’ DI SANO SENSO DEL RIDICOLO: SE SOLO I GENITORI SAPESSERO

Una delle domande/riflessioni che vorrei rivolgere è:”Ma non vi sentite incredibilmente stupidi a postare 230 foto che vi ritraggono con il cellulare in mano, di fronte ad uno specchio del vostro bagno, in pose desolanti? E voi ragazze e donne, non vi sentite patetiche a mostrarci mezze tette in costume, quando siamo a gennaio, accampando la scusa che “vi manca l’estate”, quando in realtà avete solo bisogno della vostra dose quotidiana di “wow, che gnocca” per confermare a voi stesse che siete belle, perché oramai da sole non sapete più riconoscervi e, allo specchio, non vedete più voi stesse ma proiezioni di voi stesse che posteranno a breve quella foto e ne misureranno il successo con le reazioni provocate?”

Anche gli uomini, ovviamente, non sono risparmiati da questo delirio di narcisismo patologico, ma è chiaro che siano le giovani e giovanissime donne quelle maggiormente colpite, soprattutto su Instagram. A me scrivono ragazzine di 13/14 anni che si scattano centinaia foto di foto da escort e le postano di continuo online, lasciandole alla mercee di chiunque, spesso con nomi, cognomi, profili Facebook e città in cui vivono. Se i genitori sapessero e fosse un po’ più digitalmente alfabetizzati, penso che sarebbero preoccupati almeno quanto me.

E invece ormai viviamo tra realtà parallele, che sembrano non potersi incontrare mai, anche nel mondo digitale: virtuale per adolescenti e virtuale per adulti. I primi possono conoscere quello dei secondi ma i secondi spesso e volentieri non sanno nulla (o sanno troppo poco) di quello dei primi. Mai, nella storia umana, era stato possibile uno scollamento così poderoso tra generazioni. Mai erano esistiti mondi, culture e sub-culture così isolate e distinte; separante in maniera quasi violenta.

LA SOLUZIONE PARTE DALLE SCUOLE

Ma come fare contrastare la deriva sub-culturale nella quale siamo già immersi fino al collo? Sono convinto che in tal senso la prima attività di formazione fondamentale debba partire dalla scuole. Per troppi anni, infatti, scuole medie e scuole superiori sono state di fatto isolate dal mondo digitale e non hanno fatto che stigmatizzare (inutilmente, tra l’altro) in senso vago e generico l’utilizzo degli apparecchi mobile in classe, durante le lezioni. Ancora una volta, il mondo virtuale dei giovani era lasciato nelle sole mani dei giovani. Dirigenti e docenti si sono limitati a censurare e/o sequestrare gli apparecchi, con strategie piuttosto miopi ed in molti casi addirittura contro-producenti. Vietare, soprattutto quando parliamo del mondo digitale, non serve di certo ad educare e continua invece ad erigere muri d’ignoranza tra corpo docente e discenti. L’alfabetizzazione digitale, concepita anche con incontri specifici “scuola – famiglia” attraverso i quali pure i genitori potrebbero essere messi a conoscenza di determinate pratiche virtuose, così come di pericoli e derive, dovrebbe dunque essere contemplata tra i programmi didattici imprescindibili oggi. Insegnare ai ragazzi ad utilizzare in maniera più consapevole ed assennata i nuovi strumenti ed i nuovi canali di connessione e comunicazione, utilizzando un linguaggio vicino al loro e quindi da loro comprensibile. Saldare, insomma, la spaccatura fino ad oggi esistita tra “mondo fuori” (anche virtuale) e mondo scolastico, fornendo agli studenti quella che anche nel 2016 resta l’arma migliore contro ogni deriva culturale: la conoscenza e la consapevolezza della realtà in cui si vive.

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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