Sanam Vakil:”In medio oriente ognuno fa i suoi interessi”

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23/12/2015 Attilio De Alberi

Alla fin fine, ognuno degli attori presenti sullo scacchiere mediorientale fa il proprio interesse, ma non facciamo un po’ tutti così?” dice con realistica ironia Sanam Vakil, iraniana-americana e professoressa di Middle Eastern Studies presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins a Bologna.

Questo si applica quindi anche all’Arabia Saudita che ha appena creato un’alleanza di 34 stati contro il terrorismo? Qualcuno si domanda se sia più contro i tradizionali avversari della monarchia che contro DAESH.

Sono d’accordo con questa interpretazione. Ufficialmente la mission è contro il terrorismo, e per questo il giovane re ha organizzato questa conferenza dalla quale è nato un centro di coordinamento contro il terrore, ma in realtà i principali antagonisti dei sauditi rimangono l’Iran e la Siria di Assad.

A proposito di Assad, principale pomo della discordia tra USA e Russia nella supposta alleanza contro DAESH, sembrerebbe che gli americani, rappresentati da Kerry al recente incontro con Lavrov a Mosca, siano pronti a una specie di compromesso

Sì, gli americani insistono meno su un immediato regime change. Sembra esserci una maggiore volontà nel trovare un compromesso e quindi la distanza tra le due parti si sta riducendo e, cosa molto importante, americani e russi hanno stabilito insieme un termine massimo di 18 mesi per arrivare comunque a una soluzione della crisi siriana.

E la risoluzione unanime al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per risolvere la crisi in Siria?

Credo proprio che sia un passo importante nella creazione di una fiducia tra attori così diversi e per creare almeno una qualche forma di ‘roadmap’ nel breve termine.

A questo punto del gioco, Assad è pronto a mollare la poltrona e ad andarsene in esilio in Russia o in Svizzera?

Chiaramente lui vuole rimanere al potere il più a lungo possibile, ma molto probabilmente in un vicino futuro vedremo arrivare crescenti pressioni non solo da Mosca, ma anche da Teheran affinché si tolga di mezzo.

Intanto in Yemen si è arrivati a un cessate il fuoco, mentre secondo un reportage del Guardian DAESH sembra essere diventato anche lì più forte di Al Qaeda.

Chiaramente, come su tutto il teatro mediorientale le due centrali del terrore sono in competizione. Un motivo in più per arrivare a una qualche forma duratura di pacificazione.

In generale, a questo punto, qual è la relazione tra DAESH e Al Qaeda?

Una cosa è certa: non sono alleati ma competitor e non esiste alcuna relazione tra i due. I loro scopi sono diversi, e, da un punto di vista occidentale, i terroristi di Al Qaeda sono un male minore rispetto al sedicente Stato Islamico, semplicemente perché più moderati In questo momento DAESH sembra avere un maggiore potere e quindi Al Qaeda è passata in seconda posizione, ma rimane comunque una minaccia concreta in Medio Oriente e non solo.

Qual è l’obiettivo di Al Qaeda in questo momento?

I suoi obiettivi in realtà rimangono tre: creare anch’esso uno stato islamico, fare propaganda nelle comunità islamiche affinché perseguano la loro versione particolare della fede, e continuare ad attaccare in generale l’Occidente. Invece quelli di DAESH attaccano indiscriminatamente tutti quelli che non la pensano come loro, anche quelli che non sono mussulmani, allo scopo di convertirli forzatamente.

Il palese attrito tra Russia e Turchia è destinato a continuare o esiste una possibilità che si attenui?

La tensione continua ma immagino sia destinata a diminuire, anche perché alla fin fine è nell’interesse di tutti mantenere una minima armonia tra gli oppositori di DAESH, chiunque essi siano.

Ma l’occidente, alleato con la Turchia, non può cercare di moderare in qualche l’attitudine da Sultano di Erdogan, con tutto quello che ne consegue, soprattutto a livello di repressione interna?

Di nuovo, è una questione di tenere in piedi la coalizione anti-DAESH e questo significa tollerare certe politiche specifiche dei singoli stati membri. E’ chiaro che Erdogan fa tuttora un doppio gioco ceracndo di perseguire i suoi interessi e quindi, inevitabilmente, i suoi nemici rimangono i curdi e Assad, oltre a DAESH.

E Israele che ruolo gioca?

Fermo restando che DAESH è un suo ovvio nemico, Israele ha tutto l’interesse che Assad se ne vada e condivide la sua intelligence sulla Siria con la coalizione. Inoltre monitora il flusso di armi di altri gruppi come Hezbollah in questo paese. Per il resto cerca di tenersi fuori il più possibile dalla crisi.

Con la sua politica repressiva nei confronti dei palestinesi, il governo di Netanyauh non rischia di fornire indirettamente nuove reclute al sedicente Stato Islamico?

Certamente: qualsiasi forma di polarizzazione in Medio Oriente è un regalo a DAESH.

Si dice che la Russia, pur rimanendo alleata dell’Iran sia a difesa di Assad che contro DAESH, stia al tempo stesso cercando di ridimensionarne il ruolo nel Medio Oriente, in modo da perseguire i suoi disegni egemonici nell’area…

L’asse Mosca-Teheran rimane per ora solido, ma detto questo, di nuovo, la dinamica rimane la stessa: vediamo un numero di giocatori che si trovano alleati per degli obiettivi, ma che al tempo stesso promuovono sotto sotto i loro interessi individuali.

Ma tutto questo interventismo nell’area sembra avere un grosso limite: non esiste a tutt’oggi un chiaro piano per il dopo-DAESH, assumendo sempre che gli estremisti di Al-Bagdadi vengano debellati una volta e per tutte, per cui altri conflitti potranno nascere, creando una specie di loop infinito.

Il vero problema rimane che in tutta l’area c’è tutta una serie di profonde questioni irrisolte, Ci vuole un cambiamento sistemico di lungo termine. Sto parlando di questioni economiche, sociali, di mero potere e, last but not least, nel campo dell’educazione. Bisogna provvedere maggiori opportunità economiche per tutti gli abitanti del Medio Oriente, e questo servirà a prevenire l’estremismo nelle sue varie forme e i conflitti che ne conseguono.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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