“Dal Blues a noi”, viaggio nella musica del ‘900

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16/09/2015 Rosa Anna Buonomo

Si va dal Blues, la “musica dal cuore nero”, al Rap, passando per il Reggae, la “musica con le treccine”, il Pop, il Jazz, i ritmi scatenati del Rock’n’roll, senza dimenticare i cantautori e gli artisti “diversamente geniali. Artisti diversamente abili che sono riusciti ad abbattere le barriere del pregiudizio”.

Tutto questo e molto altro è “Dal Blues a noi”, progetto del pianista pescarese Simone Pavone.  Un viaggio attraverso la musica del Novecento e i suoi protagonisti che nasce come libro per poi diventare uno spettacolo musicale molto apprezzato.

Il libro è nato come uno strumento didattico. Poi ha iniziato un percorso insperato di vendite e di critiche, fino a ricevere il premio letterario Montefiore a Cattolica” racconta Pavone. “Lo spettacolo nato dal libro è arrivato anche al Piano City Milano, manifestazione che nasce con l’intento di portare la musica in luoghi inconsueti come le stazioni, i musei, i cortili, i tram”.

Simone Pavone ha presentato il suo progetto ai lettori di YOUng.

Come nasce l’idea del libro e quando hai deciso di trasformarlo in uno spettacolo
musicale?

Nasce dalla convinzione che un libro sarebbe stato un buon modo per realizzare tre desideri che avevo da tempo: fornire uno strumento didattico semplice e sintetico; combattere il pensiero di quelli che considerano la musica moderna solo un mezzo di divertimento e non una forma di cultura; cimentarmi con un diverso strumento di comunicazione.
Tutto è nato prevalentemente da una chiacchierata con un adolescente a cui chiesi cosa stesse ascoltando attraverso le cuffiette. Mi rispose: “un brano rap”. Gli domandai se conoscesse come era nato il rap, chi era stato il primo a farlo e così via…non lo sapeva. Cominciai a chiedere ai miei allievi se conoscevano l’origine del loro genere preferito, ma mi sono accorto che la maggioranza non aveva nozioni riguardanti la storia della musica moderna.
L’idea di farne uno spettacolo è venuta in maniera molto naturale. Già dalla presentazione del libro mi resi conto che poteva essere interessante musicare le pagine, uno spettacolo tra il musical ed il teatro, tra un concerto ed un film, pensavo potesse essere godibile e divulgativo.

Si parte dal blues, la ‘musica dal cuore nero’ nata nei campi di cotone, passando
per il jazz, la rivoluzione sociale del rock’n’roll e il cantautorato. 
Qual è il genere che , a tuo parere, ha lasciato di più alla società?

Credo il rock’n’roll, matrice blues quindi malinconica, ma suonato e cantato a una velocità maggiore, le persone hanno iniziato a ballare, a divertirsi, a sorridere grazie alla musica. E poi al rock’n’roll si deve gran parte del merito dell’abbattimento del muro del razzismo, la musica dei neri cantata e ballata anche dai bianchi, davvero un segnale fortissimo per la società.

Regala ai nostri lettori una tua personale descrizione per ogni genere musicale
e il nome del musicista a tuo parere più rappresentativo.

Simone PavoneIl Blues significa “malinconia”, ma a mette sempre una grande allegria. Musicalmente sembra sempre uguale ma allo stesso tempo sempre diverso. Tutto parte da Robert Johnson e credo che sia il punto di riferimento della maggior parte dei bluesman. E’ adattissimo per imparare ad improvvisare.

Il Jazz ci ha fatto conoscere e poi abituare alle dissonanze, ha aiutato l’uomo ad accettare le diversità, un passaggio epocale. Il personaggio di riferimento per me è George Gershwin, è stato il trade union tra la musica classica ed il nuovo linguaggio.
Il rock’n’roll lo considero la vera rivoluzione del ‘900, è riuscito ad abbattere dei muri prima di tutti. E’ stato il primo genere ascoltato sia dai neri sia dai bianchi, ha regalato sorrisi e spensieratezza in anni difficili. Elvis, un bianco che cantava la musica dei neri, ha combattuto il razzismo molto di più di mille politici e trattati sui diritti umani.
Il pop  ha fatto diventare la musica un linguaggio davvero universale. I Beatles hanno inventato di sana pianta la musica moderna, non più un genere chiuso in schemi prestabiliti ma libertà espressiva, ogni canzone diversa dall’altra.
I cantautori hanno dato voce ad alcune tematiche di cui fino a quel momento non si era parlato, temi sociali e politici. Bob Dylan ha dato forza alla parola.
Il  rock ha fornito due elementi differenti: ha reso la chitarra elettrica una diva a sei corde, grazie soprattutto a Jimi Hendrix ed ha spettacolarizzato la musica. Artisti come Mick Jagger hanno reso il palco una sorta di altare pagano in cui poter dire e fare tutto. L’importante era esagerare. Ha sviluppato i temi dei cantautori ma caratterizzandosi con la sintesi, le canzoni erano una sorta di slogan…ancora oggi il mondo della pubblicità si serve di titoli di canzoni di quell’epoca.
Tra le tante derivazioni del rock mi soffermerei sul progressive, fatto di virtuosismi strumentali e testi completamente differenti (i musicisti progressive erano tendenzialmente benestanti quindi non avevano un disagio sociale da manifestare). Mi piacciono molto i Genesis ed i Queen della prima ora. Non dimenticando l’hard rock, anche se il testo oramai aveva acquisito la sua identità e la rivendicava con forza, i gruppi di questo genere sentivano l’esigenza di suonare e soprattutto suonare bene, producendo un sound solido, vigoroso e preciso. Mi piacciono molto i Deep Purple di quel periodo.
Il reggae è molto legato al rastafarianesimo, con Bob Marley è diventato un vero e proprio culto. Molti provano una sensazione di leggerezza ascoltando il reggae, invece è fondato su atmosfere cupe, una musica che veicolava la rabbia del popolo giamaicano che dopo la fine del colonialismo inglese vide disattese le prospettive di una vita decorosa.
Il rap è forse il genere più lontano dai miei gusti, ma ne riconosco la forza, la parola ha assunto davvero le sembianze di un’arma bianca.
Mi piacciono molto i rapper che fanno rivivere le atmosfere e la rabbia del Bronx in cui è nato, troppo spesso ascolto brani rap in fotocopia, in cui il tema affrontato si basa sul concetto “Io ce l’ho fatta, sono nato in strada, ora ho fatto i soldi e tu non sei nessuno”, condito da qualche parolaccia ed il gioco è fatto. Mi sembrano prodotti con la data di scadenza. Troppi stereotipi e luoghi comuni, ma gli artisti che si contraddistinguono sono davvero innovativi.
La collaborazione degli anni tra Run DMC e gli Aerosmith con il brano “Walk this way” è stata un grande esempio per i rappers ed i rockers.

Lo spettacolo si articola come un viaggio diviso in diverse tappe. 
Qual è il suo punto di forza?

Credo che sia da ricercare nell’alchimia che si crea tra la musica e le immagini che scorrono durante lo spettacolo, ogni parte del concerto è introdotta da alcune note lette da un narratore ed è formata da un medley composto dai brani più rappresentativi del genere in questione. Contemporaneamente il video, creato da Vanina Rizzo, propone immagini suggestive che oltre ad essere esplicative creano un’atmosfera davvero magica. Inoltre la durata non eccessiva, circa un’ora e mezza, permette allo spettatore di rimanere sempre concentrato e di godere appieno dello show senza stancarsi. E’stato concepito davvero come un viaggio in cui si visitano Paesi diversi.
Cosa pensi della musica dei nostri giorni? Cosa manca a questa musica rispetto a quella del passato e cosa ha in più?
La musica di oggi ha in più una maggiore fruibilità, si può ascoltare musica in svariati modi ed in qualsiasi momento. Oggi internet ci permette di ascoltare tutto quello che viene prodotto, ma forse proprio per l’enorme mole di materiale si presta un ascolto superficiale, ci resta poco. Si ascolta ma non si “sente”. Ha in meno la qualità con la quale viene ascoltata. Sicuramente è cambiato il modo di ascoltare musica e di conseguenza è cambiata l’offerta discografica. Si punta sui singoli, un’unica canzone alla volta, quindi si cerca di essere accattivanti attraverso quel brano concedendo troppo alla banalità. Per questo io sono ancora per l’album, cd o comprato da Itunes, una serie di canzoni che ti facciano conoscere bene un artista, o comunque ti spieghino bene cosa volesse dire, come vedere un film dall’inizio alla fine.  Fino a poco tempo fa una delle “conditio sine qua non” per proporsi ad un produttore era quella di non somigliare a nessuno, si chiedeva l’originalità. Oggi invece spesso le case discografiche cercano artisti che possano camminare su una strada  già segnata da altri, che somiglino a qualcuno di già famoso in modo da avere facile accesso all’attenzione delle persone.
L’arte non si deve misurare attraverso il numero di visualizzazioni, troppe volte vedo ragazzi che vogliono “Esserci piuttosto che essere”.

Una particolare attenzione la rivolgi agli effetti positivi della musica sulla
integrazione, dal razzismo alle persone diversamente abili.

La musica può essere davvero un modo utile e piacevole per aiutare l’integrazione. La mia esperienza in questo campo risale a diversi anni fa, quando grazie al mio lavoro di insegnante ho iniziato a frequentare un mondo meraviglioso che è quello dell’Associazione Orizzonte di Francavilla che si occupa di ragazzi diversamente abili. Da quei ragazzi ho imparato molto e continuo a farlo. Ho scritto per loro alcuni brani. Mi hanno, poi, proposto di fare un laboratorio per i detenuti della Casa Circondariale di Pescara nell’ambito del progetto “Musica per la risocializzazione dei detenuti”. Oltre al laboratorio abbiamo realizzato un album di brani inediti cantato anche dai detenuti dal titolo “L’occasione”. Ho scritto un brano per l’AISM dal titolo “So ridere”. Abbiamo pubblicato un album per la “Fundaciòn P.U.P.I.” dell’ex calciatore dell’Inter Javier Zanetti che si occupa di infanzia disagiata in Argentina, all’interno dell’album abbiamo inserito una versione musicata della “Carta dei Diritti del bambino”. Infine, la produzione dell’album di Demetra Emanuele, giovane musicista affetta da emiparesi, contenente brani scritti a quattro mani con lei.

Di recente sei stato protagonista con l’Assolo Band del concerto ‘Occhi che
cantano’ in favore dell’Airett. Parlaci di questo progetto.

E’ uno di quei progetti che nascono dalla mia esigenza di scrivere canzoni. Ho conosciuto una persona che ha una nipotina affetta dalla sindrome di Rett, ascoltando i suoi racconti mi è venuto spontaneo scrivere il brano “Occhi che cantano” cantato da Fabrizio Fasciani da cui poi è nata una serie di iniziative come il video ed il recente concerto. Questi eventi hanno il duplice scopo di raccogliere fondi e far conoscere l’AIRETT e tutto quello che fa per le bambine dagli “occhi belli”. In cantiere ci sono altre iniziative quali la realizzazione di un musical e la pubblicazione di un album.

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