Stati Uniti e Cuba, verso la fine dell'embargo. A che punto siamo?

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13/02/2015 Giulio Chinappi

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Nell’articolo di ieri abbiamo voluto parlare dell’inizio delle relazioni diplomatiche ed economiche tra Cuba e Corea del Sud dopo più di mezzo secolo in cui i governi si sono reciprocamente ignorati (clicca qui per saperne di più), spiegando come gli Stati Uniti abbiano giocato un ruolo fondamentale e come, proprio dopo l’apertura di Washington nei confronti dell’isola caraibica, cubani e sudcoreani si siano potuti riavvicinare. Quest’oggi tratteremo dunque della matrice del problema, quell’embargo che gli Stati Uniti hanno imposto contro L’Avana per così tanto tempo nel tentativo di contrastare il potere di Fidel Castro, e sucessivamente di Raúl Castro.

Innanzi tutto, smentiamo subito una voce che è circolata negli ultimi tempi: i due Paesi, Stati Uniti e Cuba, hanno certamente operato un riavvicinamento, ma il blocco economico non è stato assolutamente eliminato, ma solamente ammorbidito. Obama ha infatti utilizzato i suoi poteri per permettere i viaggi a Cuba e l’invio di danaro verso l’isola, ma la possibilità di effettuare operazioni commerciali resta ancora molto limitata. La cosa importante, però, è che le trattative tra i due governi sembrano continuare in forma spedita verso quella che potrebbe essere la vera svolta storica, cioè l’eliminazione totale dei provvedimenti anticubani da parte di Washington. In entrambi i Paesi c’è al momento un grande interesse a concludere questa fase di transizione il più presto possibile, e questa volontà è strettamente legata alla figura di Barack Obamaentrambe le parti hanno infatti la necessità di portare a termine le contrattazioni entro la fine del secondo mandato dell’attuale Presidente statunitense, visto che una possibile elezione di un capo di stato repubblicano rischierebbe di compromettere tutto e di riportare la situazione a quella precedente all’avvento del Presidente afroamericano. Se invece si dovesse riuscire a cancellare definitivamente l’embargo, stabilendo relazioni normali tra i due Paesi, nonostante le differenze di vedute restino ancora marcate in molti campi, diverrebbe poi praticamente impossibile ripristinare il blocco senza una vera ragione.

A portare avanti questa visione è soprattutto la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, che si è posta a capo di un progetto legislativo denominato “The Freedom to Export to Cuba Act” assieme ad altri quattro senatori (Debbie Stabenow, Patrick Leahy, Dick Durbin, ma anche i repubblicani Jeff Flake e Mike Enzi). Klobuchar ha sottolineato come oltre mezzo secolo di blocco economico nei confronti dell’isola caraibica abbia ampiamente dimostrato l’inutilià del provvedimento, che non ha portato nessun frutto se non quello di recidere completamentete le relazioni tra due Paesi che, per quanto enormemente diversi, si trovano a pochi chilometri l’uno dall’altro. Per convincere l’opinione pubblica ed il resto del Congresso, ma anche per mettere in luce la realtà concreta dei fatti, la senatrice ha fatto notare come Cuba rappresenti un mercato di undici milioni di persone facilmente accesibile, e che quindi il blocco rappresenta un’arma non solo contro il popolo cubano, che troppo a lungo ne ha subito le conseguenze, ma anche contro quelle imprese nordamericane interessate ad investire e ad esportare nell’isola.

A giocare un ruolo fondamentale di pressione sugli Stati Uniti è stata anche la comunità internazionale: alle innumerevoli votazioni di condanna dell’embargo da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si sono sommate numerose dichiarazioni di esponenti politici di vari Paesi, soprattutto dell’America Latina ma non solo, che hanno chiesto a gran voce la fine di questa barbarie inutile, dannosa ed anacronistica, retaggio immotivato della guerra fredda. Di recente, sono ad esempio arrivate le parole di Solly Mapaila, membro di spicco del SACP (South African Communist Party – Partito Comunista Sudafricano), forza politica che fa parte della maggioranza di governo, che ha definito il Bloqueo come “un’arma di distruzione contro i cubani“, rinnovando il sostegno della Repubblica Sudafricana a Cuba, Paese al quale i sudafricani sono molto legati per motivi storici e per la fraterna amicizia che legava Fidel Catro a Nelson Mandela.

Ma come è stato possibile un riavvicinamento così repentino dopo cinquant’anni di conflitto? La risposta sta nella decisione del governo statunitense di rinunciare, almeno in forma visibile ed ufficiale, alle intromissioni nelle questioni della politica nazionale cubana: questo è dopo tutto l’unico punto fermo proposto da L’Avana, disposta a trattare su qualsiasi questione ma non quelle di carattere interno, come sarebbe normale tra l’altro per un qualunque stato in base al principio di sovranità nazionale. L’abbattimento del governo socialista a Cuba non è più una priorità per Washington, ed ecco che le strade dei due Paesi possono così riavvicinarsi: del resto non si può negare come siano stati sempre gli Stati Uniti, soprattutto dopo la fine della guerra fredda, a voler perpetrare questa situazione di rapporto diseguale tra due Paesi, imponendo sanzioni e mantenendo la base militare di Guantánamo. Cuba, una piccola isola di undici milioni di persone, non ha potuto far altro che resistere, ma ora può finalmente guardare da pari a pari il gigante nordamericano al tavolo delle contrattazioni, esigendo da Obama non solo la fine del blocco economico, ma anche l’abbandono dell’area di Guantánamo: una sfida che il presidente dovrà raccogliere, anche perché questi punti facevano parte del programma con il quale è stato eletto dai suoi concittadini.

GIULIO CHINAPPI – WORLD POLITICS BLOG

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