l'india degli stupri

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31/12/2012 Marco Ambrosini

India stupriGli stupri in India sono all’ordine del giorno e sono di più tipi; esiste una cultura dello stupro che non trova sanzioni, soprattutto culturali. L’etichetta di “cultura dello stupro” è stata coniata da Arundhati Roy.
In India, unico paese al mondo, si assiste oltre a statistiche inquietanti (24.206 stupri solo nel 2011) anche al fatto socio-antropologico che gli stupri si possono qualificare per categorie, tra le quali uno dei più frequenti fenomeni è lo “stupro coniugale” che sembra essere la categoria predominante. Poi segue quella dello stupro di donne in città, categoria ormai nota anche nei paesi occidentali e cioè “le donne che se lo cercano”, secondo la tesi machista e primitiva che vede nelle donne solo delle prostitute, dei “pezzi di carne”: se camminano per strada da sole vestite all’occidentale significa che “meritano”, che “chiedono” di esser stuprate. Un fenomeno assurdo e orribile che ha trovato i suoi epigoni anche in parroci cattolici italiani e in molti processi per stupro in Italia.

In India c’è anche lo “stupro patriottico”: l’esercito indiano come in Kunan-Pushpora e Shopian in Kashmir ha organizzato stupri al fine di dare una lezione a una popolazione in cerca di auto-determinazione, come dfatto al IPKF in Eelam, o nel Manipur; lo stupro di donne musulmane in Gujarat; lo stupro di donne in stato di custodia cautelare come in quello che è successo a Chidambaram Padmini e, soprattutto, fenomeno ormai tristemente comune, fenomeno di casta indù, lo stupro di donne Dalit, come lo stupro di Surekha Bhotmange e sua figlia in Khairlanji.

Quando i giornalisti indiani tentano di denunciare tali fenomeni (che accadono quasi quotidianamente) sono obbligati ad aggiungere l’aggettivo “presunto” prima della parola “stupro” altrimenti vengono perseguiti per mancanza di “correttezza”. La domanda che si pongono con rabbia ormai i cittadini indiani è principalmente la seguente: l’appartenenza ad una casta, l’indossare una uniforme, l’avere un peso politico ed economico giustifica concessioni più o meno occulte di immunità in caso di reati come lo stupro ?
Alcune donne vengono violentate dai mariti dentro casa e quando sono portate al Pronto Soccorso sanguinanti dopo una notte di sesso forzato sono costrette ad assistere ai sorrisi scintillanti dei medici che si congratulano con il marito per la sua virilità ! Tale situazione in India non è penalmente perseguibile ! Nessun Tribunale protegge queste donne dagli stupri domestici.


In una sentenza pronunciata proprio a dicembre, il giudice distrettuale J.R. ARYAN di Delhi ha detto, “IPC (il codice penale indiano, ndr) non riconosce alcun concetto come lo ‘stupro coniugale’. Se denunciante era una moglie legalmente sposata con l’imputato, il rapporto sessuale con lei, come secondo le accuse, non costituirebbe reato di stupro, anche se il rapporto sessuale sia stato ottenuto dal marito con la forza o contro la volontà della moglie “La traduzione dal “legalese” alle donne indiane: I Vostri mariti possiedono i Vostri corpi e il matrimonio è solo una licenza per un uomo per poter fare sesso gratis e farla franca a seguito di stupro ripetuto sulla moglie.
Questa è la triste situazione della maggioranza delle donne indiane!

La gente si domanda: quale giustizia possono avere le donne indiane senza una seria riforma della Giustizia, senza l’interessamento di organismi internazionali ? Nel trattare casi di stupro, vari giudici hanno dimostrato di essere incarnazioni dei capi del “khap panchayat”. Per quei pochi che non lo sapessero il “khap panchayat” è una casta religiosa basata su un consiglio di capi setta che vieta il matrimonio contro le norme sociali che vedono la divisione in India fra caste, fino ad ordinare il delitto d’onore in caso di violazione di tali norme. Il caso più celebre è stato l’omicidio “rituale” di due ragazzi che si sono sposati contravvenendo a tali norme tribali. Il caso, chiamato “Manoj-Babli” dal nome dei due giovani è passato alla storia giudiziaria indiana, quando i due sposi Manoj Banwala e Babli nel giugno 2007 vennero uccisi per “onore della casta di appartenenza”. Il successivo procedimento giudiziario ha storicamente condannato gli imputati per un delitto d’onore su ordine della casta. L’uccisione fu ordinata da un khap panchayat (khap), la casta religiosa basata consiglio tra Jatts , nel loro villaggio Karora in Kaithal. Il khap addirittura aveva ottenuto dallo Stato un decreto che vieta il matrimonio contro le norme sociali della divisione in caste. Queste caste basate consigli sono comuni nelle regioni interne di diversi stati indiani, tra cui Haryana, Uttar Pradesh occidentale, e parti del Rajasthan , e hanno operato con l’approvazione del governo per anni. In ogni caso, il governo dello stato non ha espresso alcun preoccupazione per la decisione del panchayat khap. La sentenza della panchayat Khap si basava sul presupposto che Manoj e Babli appartenevano alla Banwala gotra , una comunità Jat, e sono stati pertanto considerati fratelli pur non essendo direttamente correlati e qualsiasi unione tra loro non sarebbe stata valida e quindi incestuoso .

Tuttavia, la coppia è andato avanti con il matrimonio, dopo di che sono stati rapiti e uccisi dai parenti di Babli. Nel marzo 2010 un tribunale distrettuale ha condannato i cinque autori,e per la prima volta un tribunale indiano si è pronunciato con una condanna in un caso di delitto d’onore. Il capo del khap che ha ordinato l’esecuzione dei due giovani sposi, ma non ha preso parte alle uccisioni, ha ricevuto una condanna a vita , e il conducente coinvolto nel rapimento fu condannato a sette anni di carcere. Secondo il ministro dell’Interno P. Chidambaram il governo centrale decise a seguito della vicenda di proporre una modifica del codice penale indiano (IPC) in risposta alla morte di Manoj e Babli, facendo delitti d’onore un “reato distinto”.

Due anni fa, nel trattare il caso di una ragazza minorenne vittima di uno stupro di gruppo, i giudici H.S. BEDI e J.M. PANCHAL della Corte Suprema dell’India hanno dichiarato che “non si può presumere che un querelante sarebbe sempre in grado di raccontare la verità sullo stupro”. Hanno aggiunto: “In casi di violenza sessuale, la testimonianza della vittima non può essere considerata la verità del Vangelo.” Contraddicendo ormai una realtà giudiziaria universalmente riconosciuta: la testimonianza della vittima è l’unica vera fonte di prova, che poi deve essere sostenuta, sorretta e resa ancora più evidente da perizie mediche o da altre testimonianze. Le vittime in Iindia (e non solo) vengono sottoposte ad un “pressing” di sentimenti di vergogna e riprovazione morale: “Puoi anche denunciare un uomo di averti stuprata, ma dovrai essere creduta. Forse non sarai creduta, ma la vergogna su di te sarà immensa !” è questa la filosofia dei magistrati indiani, misogini e non assegnanti alcuna fiducia o credibilità nelle donne vittime di abusi e violenze.
Le donne in India, imprigionate nel falso orgoglio investito nella verginità e nell’onere glorificato della castità, soffrono perché sono viste solo come oggetti sessuali invece di persone, esseri umani di sesso distinto da quello del maschio.
Il maschio indiano non solo non può nemmeno lontanamente immaginarsi la possibilità di una donna che vuole fare sesso autodeterminandosi nella sua legittima libertà sessuale, ma non può nemmeno immaginare una donna che vuole rifiutare il sesso. Il loro consenso è dato per scontato, questo dà il via libera alla cultura della “violenza sessuale”.
L’amore, inteso con la A maiuscola, viene considerato “un atto immaturo” (vedasi il caso dei due sposi uccisi suindicato). La violenza sessuale e la violenza in genere si manifesta anche nei casi di tentati matrimoni tra appartenenti a caste diverse: il mese scorso, i Ramadoss-led PMK hanno bruciato 300 case in tre colonie Dalit in Dharmapuri al solo fine di mettere in guardia le donne di casta indù dal non sposare uomini Dalit.

L’India ha dato una medaglia al valore a SP Ankit Garg, che ha ordinato la tortura dell’insegnante Soni Sori.di Dantewada. L’uomo dell’ordine costituito ha spogliato la detenuta, l’ha sottoposta ad elettroshock e le ha ripetutamente infilato oggetti contundenti sia nel retto che nella vagina.

La morte della povera ragazza violentata e uccisa sull’autobus era una tragedia annunciata. Infatti la Polizia di Delhi ha legittimato stupri nella regione anche prima sempre sbandierando la mentalità del “è lei che lo ha chiesto” ed “è stata consensuale la maggior parte del tempo” (che ricorda le strategie processuali di alcuni “grandi avvocati italiani” difensori degli stupratori e portatori nelle aule di giustizia italiana di una mentalità medievale e retrograda). I poliziotti hanno accusato le giovani donne di non stare all’interno dei loro confini imposti dalla società e dalla casta; le hanno accusate di indossare gonne corte; di non essersi dovutamente coperte; di avere bevuto vodka; di avere provocato uomini “attraenti”. Un poliziotto ha dichiarato apertamente che lo stupro non sarebbe accaduto senza la “provocazione” della ragazza. Nessuna azione disciplinare seria è stata presa nei confronti di qualsiasi di questi poliziotti.
Mentre la folla indiana chiede giustizia e riforme, lo Stato risponde con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.
L’India non è uno stato democratico: è un paese primitivo dove ancora esistono razzismi sociali e religiosi, caste sociali e leggi inadeguate; dove i Tribunali sono una scimmiottatura del sistema giuridico anglosassone: non esistono libertà e diritti, ma solo privilegi di casta e di censo, con medaglie ai servi carnefici di tale società ingiusta.
E’ questa la nazione “civile” che dovrebbe giudicare con un equo processo, con un “due process of law” i nostri Marò ? Sono queste la Polizia e le Procure che hanno indagato sui nostri Marò ? Quelle stesse che hanno lavato il pullman dove è stata violentata ed uccisa la ragazza indiana, al solo fine di proteggere i sette stupratori ?

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