Cavallotti: una storia di mafia dell’antimafia

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15/04/2018 Germano Milite 14999

Immaginate di finire in carcere (per due anni) con la pesantissima accusa e relativa condanna penale per associazione mafiosa. È il 1998. Dopo “soli” 12 anni, nel 2010, quell’accusa tanto infamante e devastante cade completamente e venite dichiarati innocenti. Prima la sentenza di assoluzione in primo grado, poi la condanna in appello. Infine, la sentenza della Cassazione che rinvia ad altra sezione della Corte D’Appello che…sancisce l’assoluzione definitiva, riconoscendovi come vittime e non complici della mafia, senza lasciare spazio a dubbi.

Insomma: vi siete fatti due anni di galera da innocenti ed avete affrontato quasi 10 anni di processi, ovviamente a vostre spese. Già questo, converrete, potrebbe bastare per farvi impazzire di rabbia e dolore. Purtroppo, però, la mafia dell’antimafia con voi ha appena iniziato, anche perché avete la “sfortuna” di fare gli imprenditori in Sicilia, ergo di poter essere sottoposti con incredibile leggerezza e facilità anche alle consuete misure preventive che sequestrano le vostre case e ovviamente la vostra (in quel momento) florida azienda.

Attenzione, da qui leggete con cura perché iniziamo ad entrare in un mondo delirante quanto iniquo: queste misure viaggiano difatti su un binario parallelo rispetto a quello che riguarda il processo penale. Come vedremo quindi, in un autentico regime di giurisprudenza sclerotica, lo stesso organo potrà dirvi allo stesso tempo che non siete mafiosi, ma che comunque i vostri beni devono rimanere in confisca. Innocenti e colpevoli al tempo stesso, con la differenza però che non esistono prove ed indizi sulla vostra colpevolezza.

Questo secondo binario legato ai vostri beni, comunque, iniziate a percorrerlo un anno dopo aver intrapreso il viaggio nel processo penale per mafia. È il 1999 e questa via crucis si protrae, in un crescendo di violenza giudiziaria indecente e disumana, fino ad oggi.

SEQUESTRATA ANCHE LA PRIMA CASA: LA CASSAZIONE CONTRADDICE SE STESSA

Il processo di prevenzione si conclude, in primo grado, nel 2011 con la confisca di tutto il vostro patrimonio. Venite anche sottoposti per ben due anni e mezzo alla sorveglianza speciale perché, pur non avendo commesso alcun reato, siete ritenuti socialmente pericolosi. Vi viene chiesto di fornire la prova del vostro recesso da una associazione criminale di cui, come riconosciuto dallo Stato, non avete mai fatto parte. Fate ricorso in appello e a questo punto si verifica un vero e proprio “miracolo”: il Procuratore Generale (ovvero la pubblica accusa) decide che vi siano immediatamente restituiti i beni, riconoscendovi ancora una volta vittime di mafia e non suoi complici e ponendovi quindi, inesorabilmente, dall’altra parte della barricata. Il Giudice, però, incredibilmente ignora del tutto il pronunciamento e conferma la confisca data in primo grado. A quel punto, stremati ed increduli, fate un altro ricorso alla Corte di Cassazione che, reggetevi forte: contraddice la sua precedente sentenza di assoluzione dal reato penale e rigetta il ricorso per il dissequestro dei beni. Cioè: lo stesso organo vi dice che non siete mafiosi, ma non vi restituisce i beni ingiustamente confiscati.

Voi e la vostra famiglia perdete persino la cosiddetta “prima casa” e venite sfrattati, messi letteralmente in mezzo ad una strada. Ma non vi date per vinti e fate ricorso alla Corte Europea per chiedere almeno la restituzione dei beni ingiustamente confiscati. E, indovinate? A differenza di quanto avviene nel 90% dei casi, la Corte dichiara ammissibile il ricorso e lo prenderà quindi in esame.

Peccato che, nel frattempo, una delle case sottoposte alle misure preventive sia già stata saccheggiata […] ed sia stata assegnata alla Prefettura con la possibilità di essere usata per l’accoglienza degli immigrati. Un dettaglio non da poco, visto che qualora tali immobili fossero indirizzati ad uso pubblico, nessuno potrebbe mai più restituirli ai legittimi proprietari, anche in presenza di un pronunciamento ufficiale della Corte Europea.

PROVE NUOVE: RICHIESTA DI RIAPERTURA DEL PROCESSO

Intanto, magari solo per “caso”, il giudice che ha confiscato la vostra vita (Silvana Saguto) viene sospeso dalla Magistratura e viene indagato, con ben ottanta capi d’imputazione, con l’accusa di aver messo in piedi una vera e propria associazione a delinquere per lucrare sui beni sequestrati. Così, rinvigoriti da quello che sembra un chiaro segnale di giustizia che finalmente si muove nel verso giusto, vi armate di coraggio: cercate e trovate prove nuove che chiariscono in maniera ancora più netta che non avete niente a che vedere con la mafia e, visto che la sentenza prima citata vi assolve definitivamente e che voi sapete di essere innocenti, chiedete al Tribunale di Palermo di riaprire il processo per ottenere la revoca della confisca. Siamo oramai arrivati al 2018 (sono passati 20 anni dall’inizio dell’inferno giudiziario che vi ha travolti) e si aspetta trepidanti il parere del Pubblico Ministero. Ma ecco un nuovo, impensabile colpo di scena: Il Pm, preso atto delle nuove prove, esclama pubblicamente e senza alcun timore che queste ultime non si possono considerare perché altrimenti “crollerebbe tutto il sistema di prevenzione”.

DITTATURA GIUDIZIARIA

Ci sarebbe da ridere, se questa vicenda non fosse vera e non avesse fatto piangere lacrime amare a centinaia di famiglie (sì: centinaia, solo in questo caso e senza contare i fornitori non pagati dall’amministrazione giudiziaria).

Insomma: numerosi innocenti sono stati ingiustamente colpiti in maniera diretta ed indiretta da misure antimafia, vedendo le proprie vite rovinate ed i propri patrimoni onestamente guadagnati andati in fumo, questa cosa è stata appurata ed ufficializzata da una sentenza della Cassazione, ma un Pubblico Ministero dice chiaramente che bisogna comunque tenere in piedi questa imperdonabile e criminale ingiustizia per preservare il “sistema”. In più, la Cassazione stessa si contraddice e vi proclama sia innocenti che colpevoli. Un capolavoro degno di un paese sotto dittatura giudiziaria.

A proposito: notate differenza tra questo sistema (antimafia) ed il vero sistema mafioso che si dovrebbe combattere? A conti fatti non sembrano essercene poi tante.

COLPITE (INGIUSTAMENTE) ANCHE LE AZIENDE DEI FIGLI

Intanto, negli anni trascorsi tra la varie battaglie legali, i vostri figli e nipoti si sono rimboccati le maniche ed hanno cercato di portare avanti la tradizione di famiglia, aprendo anche loro un’azienda. Corre l’anno 2006: appena 20.000 euro di capitale sociale per iniziare, con solo 5000 effettivamente versati. Del resto, dopo i duri colpi subiti dalle operazioni antimafia che si sono poi rivelate anti-umane, da investire rimaneva ben poco.

Eppure, nonostante tutto, succede quasi un miracolo: quella nuova impresa inizia ad avere le prime commesse, grazie ovviamente al buon nome che quella famiglia aveva presso fornitori e clienti. La situazione sembra quindi migliorare rapidamente ed almeno figli e nipoti iniziano a ricostruirsi una vita.

Ma è a questo punto che la verità supera la più terribile fantasia e…scatta una nuova misura di prevenzione e sequestro, questa volta sull’azienda dei figli. A causarla è la segnalazione dello stesso amministratore giudiziario che aveva pessimamente gestito l’impresa precedentemente confiscata (passata come detto da florida a fallita). Lo stesso che aveva chiesto ai proprietari defraudati di “mettersi d’accordo” senza tirare in mezzo avvocati e ricorsi, per fare andare le cose “con serenità”. Incassato il rifiuto di quelle persone oneste ed innocenti e proprio per questo convinte di non dover cedere a ricatti ed accordi sottobanco, l’amministratore sembrerebbe aver deciso di utilizzare una vendetta trasversale, colpendo appunto figli e nipoti di chi aveva osato opporsi alle sue proposte indecenti (tutte confermate da registrazioni).

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UN SEQUESTRO SCATTATO CON ARGOMENTAZIONI FALSE

Ma con quali argomentazioni viene richiesta questa nuova misura di “prevenzione”? Due, entrambe clamorosamente false: la prima parla di una presunta azione di “concorrenza” posta in essere dai figli nei confronti dell’azienda dei padri, ancora attiva anche se come detto in situazioni disastrose.

La seconda parla addirittura di un capitale sociale di oltre 1 milione 200.000 euro interamente versati per la società neocostituita, sostenendo che una somma così importante non poteva provenire da ragazzi tanto giovani, essendo quindi per forza di origine malavitosa.

Come detto, però, entrambe le affermazioni sono completamente false: lo stesso amministratore ritratterà infatti l’accusa di regime concorrenziale parlando di mera “potenzialità” che quest’ultimo si verificasse. Peccato che neppure questa potenzialità poteva sussistere, dato che il ramo d’azienda potenzialmente concorrente dei padri, era stato totalmente dismesso/ceduto nel 2001, quindi ben 5 anni prima.

La visura camerale, visibile da chiunque, inoltre conferma poi ciò che abbiamo scritto inizialmente: il capitale sociale iniziale era di appena 20.000 euro, di cui solo 5.000 versati. L’aumento c’è stato, ma solo diversi anni dopo, a seguito del reinvestimento degli utili di esercizio da parte dei titolari e della loro grande esperienza familiare nel settore. Che poi: chi è colpevole, perché dovrebbe esporsi in maniera così eclatante operando un aumento di capitale con somme provenienti da fonti illecite? Tra l’altro dopo aver già subito dure misure giudiziarie in famiglia? E soprattutto: vi avvarreste mai come prestanome di persone che hanno il vostro stesso cognome?

Nel corso del processo penale, per giunta, il PM, ammette che voi non avete trasferito alcun bene ai vostri figli ma spiazza tutti quando, fate attenzione, ammette che l’oggetto dell’attribuzione fittizia sarebbe l’esperienza lavorativa che voi padri avete trasmesso ai vostri discendenti. Non a caso, data l’assurdità della contestazione mossa, il processo penale si conclude con una sentenza di non luogo a procedere e viene disposta la restituzione dei beni sequestrati. Tuttavia, di fatto, non viene restituito alcunché perché il patrimonio rimane sempre sottoposto al decreto emesso nell’altro procedimento: quello di prevenzione. Intanto, quest’ultimo processo va avanti. Vengono nominati dei periti per accertare la formazione del patrimonio, periti che impiegheranno ben 5 anni per compiere i loro accertamenti per concludere che tutto è in regola. Ma nel frattempo anche questa azienda è stata messa in liquidazione con debiti per svariati milioni di euro e centinaia di persone finite in gravi difficoltà economica.

RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DICHIARATO AMMISSIBILE

La storia (surreale) che abbiamo raccontato fin qui è quella della famiglia Cavallotti, una famiglia di lavoratori originari di Belmonte Mezzagno, paesino di poche migliaia di anime in Provincia di Palermo. Ci sarebbe da ridere, se questa vicenda non fosse vera e non avesse fatto piangere lacrime amare a centinaia di famiglie (sì: centinaia, solo in questo caso e senza contare i fornitori non pagati dall’amministrazione giudiziaria). Per lo Stato, in questo caso e purtroppo altri casi di mala-giustizia, non esiste dunque alcuna presunzione d’innocenza. Prima si sconta la pena e si subiscono misure da induzione al suicidio e poi, dopo una almeno decina d’anni, se va bene si viene assolti e si riceve (forse) indietro la propria impresa. Peccato che, gli amministratori giudiziari, nel frattempo abbiamo ridotto quell’azienda un tempo in crescita un ammasso di debiti e macerie.

Per lo Stato, in questo caso e purtroppo altri casi di mala-giustizia, non esiste dunque alcuna presunzione d’innocenza. Prima si sconta la pena e si subiscono misure da induzione al suicidio e poi, dopo una almeno decina d’anni, se va bene si viene assolti e si riceve (forse) indietro la propria impresa. Peccato che, gli amministratori giudiziari, nel frattempo abbiamo ridotto quell’azienda un tempo in crescita un ammasso di debiti e macerie.

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QUANDO L’ANTIMAFIA SI MUOVE COME LA MAFIA

Infatti, la longa manus di amministratori e tribunali che troppo spesso, per lottare contro la mafia, utilizzano metodi mafiosi che colpiscono gli innocenti, ghermisce e distrugge anche ciò che figli e nipoti hanno creato con sudore e sacrificio. Insomma: se tuo padre è anche solo sospettato di essere un mafioso, nonostante sia stato poi assolto, qualcuno potrà presentare prove ed argomentazioni false per sequestrare con incredibilità facilità e rapidità anche le nuove aziende che hai tirato su, con anni di duro lavoro.

Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che siamo al cospetto di una serie inconcepibile ed intollerabile, che sfiora il vero e proprio sadismo, di violazioni clamorose dei diritti umani. I Cavallotti sono forse il caso più eclatante, ma commetteremmo un errore se dimenticassimo di sottolineare le numerose altre aziende sane portate in liquidazione da amministratori che, come fossero superuomini, avevano in gestione decine di imprese diverse, in settori diversi e con situazioni di bilancio diverse.

UNA VICENDA CHE DOVREBBE INTERESSARE CHIUNQUE, PERCHÉ POTREBBE COLPIRE CHIUNQUE

Questa vicenda ha avuto comunque un’eco mediatica abbastanza forte, prima di tutto grazie a realtà come “TeleJato”, Le Iene, “L’Urlo”, “Il Dubbio” e a giornali come “Libero” che ne hanno parlato. Noi di YOUng non potevo mancare, sperando che finalmente qualcuno, in Parlamento, si decida a fare due cose che sono alla base di un paese che vuole definirsi civile:

  1. Punire severamente chi ha reiteratamente sbagliato a fare il proprio mestiere, mettendo parenti ed amici in ruoli chiave nelle aziende amministrate (sì: è successo anche questo) e portando dipendenti ed imprenditori al tentato suicidio, generando nuova disoccupazione in territori già difficili e di certo non ricchi.

  2. Cambiare le modalità di prevenzione, il “sistema” di cui parlava il PM citato in precedenza, in modo che nell’intento di combattere i mafiosi, non si possano mai più utilizzare metodi mafiosi ed in violazione di ogni principio giuridico moderno e diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino.

Il nostro augurio è che, anche grazie al tam tam mediatico, il calvario infinito dei Cavallotti giunga presto al termine e rappresenti un punto di svolta per il futuro. Affinché questa enorme ingiustizia serva almeno ad evitare che se ne aggiungano altre.

In ultimo, ci auguriamo che ogni imprenditore del sud (queste barbarie capitano proprio qui nel Meridione) si renda conto di dover prendere a cuore questa storia, perché potrebbe essere a sua volta colpito con le stesse modalità, senza potersi difendere, perdendo tutto ciò che ha costruito magari in decenni nel giro di pochi mesi e trovandosi anche a dover affrontare la galera insieme ad altre misure di grave limitazione della libertà individuali. Il tutto, da totale innocente: basta infatti una “segnalazione” e le misure scattano, esattamente come scattavano le ghigliottine che tagliavano teste, quando il concetto di presunzione d’innocenza era ancora o assente o molto poco considerato. E lo stesso dicasi per i dipendenti ed i collaboratori delle aziende del Sud: non siate indifferenti al cospetto di un simile scempio della giustizia e dell’umanità. Ieri e oggi è toccato ai Cavallotti. Se le leggi non cambiano, domani potrebbe toccare a voi o a qualcuno che amate.

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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