Apologo di attualità politica: due gambe sono meglio di una

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11/03/2018 Pierluigi Sandonnini 820

C’era una volta… Non è forse questo il modo più classico di iniziare un racconto? Sì, lo è.

Allora, c’era una volta un uomo, sano, vitale, pieno di energie. A quest’uomo, un bel giorno iniziò a dolere una gamba. Un dolore come può capitare a chiunque. Ma i giorni passavano e il dolore no. Allora l’uomo, che non era solito frequentare studi medici, da un medico ci andò, con la viva speranza che esistesse un rimedio per il suo male.

Il medico lo visitò accuratamente – era un medico dalla lunga esperienza, che ne aveva viste di cotte e di crude –, gli prescrisse alcuni esami e dei medicinali da assumere tre volte al giorno. Infine lo congedò dicendogli di stare tranquillo e di tornare da lui dopo una settimana.
Passò una settimana, ma il dolore non sparì, nonostante i medicinali che l’uomo prese, ubbidendo alle indicazioni del medico. La gamba gli faceva ancora male e, per di più, iniziava a gonfiarsi all’altezza del ginocchio.

Così l’uomo tornò dal medico, che lo visitò una seconda volta e osservò con attenzione i risultati degli esami che aveva prescritto.
Dottore, la gamba mi fa sempre più male, adesso sono costretto a zoppicare…
Vediamo – fece il medico – si tolga i pantaloni e si sdrai sul lettino.
Al termine della visita, il medico disse all’uomo, seduto di fronte a lui come di fronte a un giudice in procinto di emettere un verdetto:
Caro signore, – e qui l’uomo iniziò già a preoccuparsi, poiché non c’è da aspettarsi nulla di buono quando qualcuno ci chiama “caro” senza un reale motivo – lei è affetto da una patologia non molto diffusa, quindi difficilmente curabile. Una malattia che, se non curata, può portare a conseguenze molto serie, sa?
L’uomo iniziò a sudare freddo. Temeva che quella malattia rara potesse farlo morire.
Disse: – Mi dica, dottore, si può curare? Oppure… morirò?
Il medico tirò un respiro profondo che pareva una rincorsa per saltare un ostacolo, poi rispose:
Curare proprio, no. Ma si può guarire, quindi la buona notizia è che lei non morirà.
L’uomo si sentì sollevato udendo quelle parole. Il sudore smise di imperlargli la fronte.
Che vuol dire – chiese l’uomo – che si può guarire, ma non si può curare?
Vuol dire che io posso salvarle la vita, ma che non esistono medicine. Quindi posso farlo soltanto con un intervento chirurgico.
Queste ultime parole furono pronunciate dal medico con un tono diverso dalle precedenti. Un tono più grave e a un volume di voce più basso.
Un intervento chirurgico? – ripeté l’uomo – Che genere di intervento?
Ora era il medico che sudava freddo. Le gocce gli scendevano dalla fronte fin sugli occhi, e doveva asciugarseli con un fazzoletto.
Vede, caro signore… – ancora una volta l’uomo si insospettì – come le ho già detto, non esiste una vera cura per la sua malattia, ma se noi non intervenissimo… se non affondassimo il bisturi nella sede del male… se non agissimo con decisione, senza pietismi… allora sì che lei sarebbe in pericolo di vita.
L’uomo aggrottò le ciglia, non riuscendo a capire dove il medico volesse andare a parare.
E quindi? – domandò impaziente.
Quindi, in questi casi esiste solo una soluzione: amputare. Lei perderà una gamba, ma guadagnerà il diritto a continuare a vivere.
Di colpo il viso dell’uomo divenne bianco come un lenzuolo. Stava lì, davanti al medico, con la bocca semiaperta, respirando affannosamente, senza parlare.
Su, su… – fece il medico, che appariva preoccupato quanto il suo paziente. – Pensi che avrà salva la vita e che per il tempo che le resterà avrà pur sempre una gamba!
L’uomo immaginò in un attimo tutti gli anni che aveva davanti, vissuti con una gamba sola. La prospettiva lo atterrì.
Dottore… – balbettò – ma…
Scommetto che sta per chiedermi se non c’è un’altra soluzione. No, non c’è, si rassegni e si consoli, c’è gente che non ha di queste fortune. Sa a quanti ho dovuto dire: “Si goda i prossimi sei mesi, sono gli ultimi che le rimangono…”.
L’uomo uscì dallo studio del medico con il morale sotto i piedi. La gamba gli faceva sempre male e continuava a gonfiarsi.

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Passò un giorno, ne passarono due, le sue condizioni non miglioravano e l’unica soluzione restava quella prospettata dal medico: l’amputazione. Sarebbe diventato un disabile, non avrebbe più potuto correre né saltare, e poi, ancora giovane com’era, che coraggio avrebbe avuto di mostrarsi a una donna con quella menomazione?
Non riusciva a rassegnarsi all’idea: il rimedio gli appariva peggiore del male.
Ma il male era sempre lì, doloroso e insistente, a ricordargli che non poteva ignorarlo, che doveva fare qualcosa. Stava a lui decidere per l’amputazione, il medico lo stava aspettando. Il giorno che lui gli avesse detto: “sono pronto, mi operi”, poteva portarlo in sala operatoria in meno di quarantotto ore.

Ma lui non si sentiva pronto a diventare l’uomo con una gamba sola.
Così, in un impeto di riscossa, pensò di consultare un altro medico.
Quest’altro medico, a differenza del primo, era abbastanza giovane. Poteva avere al massimo cinque anni di attività alle spalle, però era sorridente e ottimista. Anche lui, come il collega anziano, visitò con cura l’uomo, anche lui gli prescrisse degli esami, diversi dai precedenti. Anche lui, infine, gli diede dei medicinali da assumere tre volte al giorno e gli disse di tornare a controllo dopo una settimana.

L’uomo, pieno di fiducia per questa nuova cura, assunse le medicine secondo la prescrizione del medico. Dopo qualche giorno gli sembrava che la gamba gli facesse meno male e che il grosso pallone che si era formato al di sopra del ginocchio si fosse leggermente sgonfiato. “Che io stia guarendo?”, si chiese.
Passò una settimana e l’uomo tornò dal medico.
– Ah, vedo che andiamo meglio… – disse questo quando vide la gamba. – Come va con il dolore?
Ne ho meno di prima – disse l’uomo stentando a credere che la sua malattia avesse davvero imboccato la via della guarigione.
Bene! – fece il medico, esibendo tutta la vitalità della sua gioventù. – Continuiamo così. Allora, mi prende questa due volte al giorno, quest’altra tutte le sere… poi mi mette questa pomata sulla parte interessata, sempre due volte al dì, con una fasciatura stretta. Vedrà…
E lasciò cadere così la frase. L’uomo raccolse dalla scrivania del medico le ricette, salutò e se ne andò, pieno di speranza.

Epilogo

Dopo un mese, il dolore alla gamba era quasi del tutto sparito e così pure il gonfiore. L’uomo riusciva di nuovo a camminare normalmente, senza zoppicare. Continuava ad assumere le medicine che gli aveva prescritto il secondo medico, il medico giovane e con una limitata esperienza ma con gli occhi pieni di ottimismo. “Che sia proprio quell’ottimismo a farmi bene?”, pensò. Anche la cura, però, doveva avere la sua importanza, difatti era diversa da quella che gli aveva prescritto il primo medico.
Fatto sta che, nel giro di un altro mese, l’uomo guarì completamente dal suo male. La gamba si sgonfiò, ritornando alla normalità, e il dolore scomparve come un aereo che si allontana nel cielo.
Era guarito. E aveva ancora tutt’e due le gambe!
Pensò al primo medico, che avrebbe voluto amputargliene una per salvarlo.
Mai fermarsi alla prima diagnosi”, si disse, “soprattutto quando ci viene detto che la soluzione è il sacrificio. Troppo spesso si incontrano medici che ritengono i sacrifici l’unico rimedio possibile”.

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