Ennesimo episodio tragicomico della presidenza di Trump

Pubblicato il 1 February 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 6 minuti | 3110
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Ormai, praticamente dopo un anno dall’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, ci si è quasi abituati agli aspetti tragicomici della sua presidenza, divenuti fonte di ispirazione per una scatenata satira politica visibile quasi giornalmente sui media americani. Ma poi ci sono dei momenti che potrebbero essere visti come puramente comici.

L’ultimo nella serie riguarda la richiesta ufficiale da parte della Casa Bianca di prendere in prestito un quadro di Van Gogh dal Guggenheim Museum. Il noto museo di New York ha risposto picche, ma come “contentino” ha invece proposto a Trump un gabinetto d’oro.

Specificatamente, The Donald e Melania avrebbero voluto decorare la loro sezione privata della Casa Bianca usando il classico “Paesaggio con neve”, nato dal genio di Van Gogh nel 1888, l’immagine di un uomo con un cane che sta camminando nella campagna di Arles, in Francia, dove il pittore si era trasferito.

La risposta ufficiale, e comunque educata, alla coppia Trump è giunta via e-mail da Nancy Spector, curatrice presso il museo. E’ stato spiegato che, oltre al fatto che al capolavoro di Van Gogh “era proibito viaggiare ad eccezione di occasioni molto rare”, esso era comunque in partenza per il Guggenheim di Bilbao, in Spagna, e che non sarebbe tornato a New York per un bel po’ di tempo.

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La Spector non è certo una simpatizzante di Trump. Il giorno dopo la sua elezione a presidente scrisse su Instagram “Questo dev’essere il primo giorno della nostra rivoluzione per riprenderci il nostro amato paese dall’odio, dal razzismo e dall’intolleranza”. Il post venne accompagnato da una foto di Robert Mapplethorpe con una bandiera americana sfilacciata.

Ed è probabilmente da qui che nasce l’offerta alternativa di spedire agli inquilini della Casa Bianca l’opera dell’artista italiano contemporaneo Maurizio Cattelan intitolata “America”, ossia un gabinetto d’oro a 18 carati, e perfettamente funzionante. Opera, questa, definita, tra l’altro, “interattiva” per il banale fatto che i visitatori del museo hanno potuto utilizzarla per le proprie necessità personali. E infatti “America” è stato sistemato in una toilette pubblica al quinto piano del Guggenheim, e, comprensibilmente, è stato piuttosto “gettonato” – come puro e semplice cesso – da frotte di pubblico.

Secondo i critici, esiste un messaggio satirico dietro il titolo prescelto, “America”: è un modo di puntualizzare il divario tra estrema ricchezza e povertà negli USA. L’opera è presente al Guggenheim dal 2016 e quando venne installata suscitò una comprensibile sensazione tra il pubblico e i critici.

D’altra parte Cattelan è noto per la vena satirica e provocatoria che caratterizza le sue opere. Basti citare la sua scultura di papa Giovanni Paolo II steso a terra dopo esser stato colpito da un meteorite, e quella di Hitler, con le dimensioni di un bambino, in ginocchio.

Il suo gabinetto d’oro venne concepito prima che Trump si candidasse alla presidenza, ma l’artista ha riconosciuto di esser stato in parte influenzato dall’inevitabile posto che il magnate newyorkese ha nella cultura USA.

Nel parlare della sua opera, Cattelan ha confessato di avere avuto in mente la ricchezza che permea certi aspetti della società, e l’ha descritta come “Arte da 1 percento per il 99 percento” – quasi un’anteprima di uno tra i temi preferiti dalla campagna di Bernie Sanders contro le disparità sociali negli USA – e ha poi aggiunto con humour: “Non importa quel che mangi, un pranzo da $200, o un hot dog da $2: i risultati sono gli stessi, dal punto di vista toilette.”

Vale ricordare che non è la prima volta che vediamo un artista immortalare un impianto da bagno: già nel 1917 il dadaista francese Michel Duchamp aveva prodotto un orinatoio di porcellana, tra l’altro rifiutato quando proposto per un’esibizione. La Tate Gallery ne possiede ora una replica. Per Cattelan sembra esser andata meglio: aveva ventilato l’idea del gabinetto d’oro già a metà del 2015 presso il Guggenheim, ottenendo l’approvazione a priori del suo direttore Richard Armstrong.

Bisogna precisare che non è una novità per un presidente americano e la First Lady farsi dare in prestito importanti opere d’arte per decorare il proprio spazio privato, anzi, sembra essere una pratica comune. Per esempio, il museo Smithsonian aveva prestato ai Kennedy il dipinto di Eugène Delacroix “Il fumaatore”, mentre gli Obama preferivano l’arte astratta, scegliendo opere di Mark Rothko e Jasper Johns.

Per essere un semplice gabinetto, l’opera di Cattelan ha un grosso valore, per il semplice fatto di essere tutta in solido oro. Non si conosce il costo preciso, anche perché l’autore non ha voluto rivelarlo, ma si parla di più di un milione di dollari. Divertente il fatto che la Spector nella sua mail, spedita ai Trump in settembre, ma finita nelle mani del Washington Post molto più recentemente, informasse The Donald e Melania che Cattelan sarebbe stato pronto ad offrire la sua opera in forma di prestito di lunga durata, specificando che si tratta di un lavoro di grandissimo valore ed aggiungendo: “provvederemo tutte le istruzioni per la sua installazione e manutenzione”.

Finora la Casa Bianca non ha commentato su questo episodio. Una cosa è certa: non sembra, almeno per il momento, aver accettato questa offerta alternativa.

Sempre il Washington Post ha cercato di ottenere qualche commento da parte di Cattelan, che vive a Manhattan, anche perché non solo la Spector, ma anche lui sembra essere dietro a questa “strana” proposta. L’artista italiano è rimasto piuttosto abbottonato, e dopo aver descritto la faccenda come “molto delicata”, se n’è uscito con una considerazione generica e di natura puramente filosofica: “Qual è il punto della nostra vita? Tutto sembra assurdo fino a quando moriamo e poi ha un senso”.

L’aggettivo “assurdo” potrebbe essere applicato per descrivere la contro-offerta della Spector – che finora non ha commentato pubblicamente la sua iniziativa – ma a pensarci bene questo aneddoto acquista più senso, non solo per ciò che Trump rappresenta a livello di distribuzione della ricchezza nel suo paese, ma più specificatamente, e banalmente, conoscendo la sua ben documentata passione nel decorare i bagni delle sue residenze e perfino le toilette dei suoi aerei privati con placche, appunto, d’oro.

Al tempo stesso certi osservatori fanno notare che il prestito Guggenheim-Cattelan non potrebbe essere apprezzato da Trump, noto per la sua fobia nei confronti dei germi, e che quindi sarebbe inorridito all’idea di usare un gabinetto già usato in precedenza, anche se a 18 carati.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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