Tunisia: ‘Che cosa stiamo aspettando’?

Pubblicato il 29 January 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 10 minuti | 1347
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Sembrerebbe che in Tunisia il mese di gennaio sia quello delle rivolte: nel 1978 e nel 1984 ci furono quelle per il pane, poi nel 2011 ci fu la famosa Rivoluzione dei Gelsomini, primo importante assaggio delle Primavere Arabe, che spodestò il dittatore Ben Alì (cominciò nel dicembre 2010, ma raggiunse il suo apice l’8-9 gennaio). Ce ne fu un’altra nel 2016 al grido di “libertà, occupazione, uguaglianza”, ed ora ce n’è appena stata un’altra, piuttosto forte, contro il governo di Youssed Chahed, del partito laico Nidaa Tounes, scatenata dall’aumento dell’Iva attraverso la nuova legge finanziaria che ha portato a un aumento nei prezzi di benzina, gas, zucchero, telefoni e internet. Centinaia di persone sono scese in piazza, non solo a Tunisi, ma in altre nove città del paese.

Indicativo il nome della campagna dietro la rivolta: Fech Nestanew, ossia ‘Che cosa stiamo aspettando’.

Chiaramente la diffusa insoddisfazione popolare rivela una problematica che va al di là del semplice aumento dei prezzi. Si parla di richiesta di una maggiore giustizia sociale, in un paese dove la disoccupazione supera il 16% (il 30% per i giovani laureati).

Il passaggio alla democrazia sette anni fa è stato importante, ma chiaramente non è bastato. Questo è un discorso che, dopo tutto, vale per tutte le democrazie, comprese, come ben sappiamo quelle “avanzate” occidentali dove purtroppo si è notato negli ultimi decenni un aumento a forbice delle diseguaglianze sociali.

E’ interessante che, in questo contesto, alcuni intellettuali tunisini si mettano a citare Antonio Gramsci, il fondatore del Partito Comunista Italiano: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Nell’Occidente “progredito” uno di questi fenomeni, come ben sappiamo, è il populismo nazionalista, razzista e xenofobo nelle sue varie forme.

Al di là della frustrazione economico-sociale, un’altra grossa critica rivolta al governo nel corso delle manifestazioni, caratterizzate tra l’altro da una generale repressione (800 persone sono state arrestate o messe in stato di fermo, la polizia ha usato mezzi brutali ed intimidatori e ci è pure scappato il morto), è stata quella del movimento Manich Msamah (Io non perdono) che conduce, da tempo, una battaglia contro la legge di riconciliazione, in pratica un’amnistia de facto per gli alti funzionari sotto Ben Alì, accusati di cattiva gestione delle finanze pubbliche e di corruzione.

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Il premier tunisino Chahed, aveva ottenuto grande supporto popolare nel maggio 2017 quando aveva lanciato la sua operazione “mani pulite” proprio contro la corruzione dilagante, cercando di punire quei personaggi nel mondo del business, spesso colpevoli di contrabbando, con un controllo di enormi risorse economiche. Problema: non ha potuto (o forse voluto) portare avanti fino in fondo tale impegno. In un suo recente incontro col presidente Beji Caid Essebsi ha espresso l’intenzione di seguire di più le parole coi fatti, rafforzando le misure contro la corruzione. Bisognerà poi vedere, come sempre, se si tratta, nuovamente, di parole e basta.

La repressione di questa rivolta segue comunque la scia di un crescente inasprirsi della politica repressiva, legata, soprattutto a partire dal 2015, alla lotta contro i fenomeni del jihadismo e del terrorismo (quest’ultimo, con le sue azioni in Tunisia, tra l’altro, ridusse il flusso turistico), che come in altri paesi di quest’area geografica rimangono un problema latente. Tutto ciò è stato visto come una scusa per spostare indietro l’orologio, reintroducendo una forma d’impunità nei confronti delle forze dell’ordine, che caratterizzava il regime pre-rivoluzione.

Discute di tutto questo con YOUng Habib Hayeb, docente e ricercatore tunisino presso l’Universitè VIII a Parigi Saint Denis e presso l’American University, decisamente critico sugli sviluppi politici e sociali presenti nel suo paese.

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L’INTERVISTA:

Lei ha detto in suo post su FB che la Tunisia dovrebbe diventare una ZAD (Zone à Defendre – zona da difendere). Cosa intendeva con questo?

Era un po’ uno scherzo e mi riferivo alla zona attorno a quello che sarebbe dovuto divenire l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes in Francia. Il progetto poi non venne portato a termine a causa della forte mobilitazione della popolazione locale opposta ad esso: da qui nacque il termine ZAD.

Come si applica questa analogia alla situazione in Tunisia?

Negli ultimi anni, a partire dal 2011, la classe dirigente tunisina ha accelerato una politica di attrazione degli investimenti stranieri nel paese, ma ciò non ha portato un vantaggio alla popolazione, che rimane in uno stato di povertà, bensì alla classe dirigente stessa.

Quindi penso che bisogna difendere la Tunisia contro questo tipo di sviluppo ingiusto e nocivo per i suoi abitanti.

Lo stato di rivolta delle settimane passate sembra passato, o perlomeno i media non ne parlano più. La situazione si è veramente calmata o permane un fermento?

Il fatto che le manifestazioni siano finite non significa che il fermento sottostante sia terminato.

Quindi è prevedibile un’ulteriore ondata di manifestazioni, scioperi e sit-in, come quelli che abbiamo visto recentemente.

Certamente.

Il 12 gennaio il premier Chahed si è incontrato col presidente della repubblica e ha espresso l’intenzione di rafforzare le misure contro la corruzione. Si tratta di un’intenzione reale o no?

Penso che sia una vera e propria farsa. La corruzione ed il pericolo terrorismo, tra gli altri, rimangono dei problemi per il paese.

In un’intervista con un giornalista francese lei ha menzionato anche il problema della disoccupazione giovanile come uno dei più gravi per la Tunisia.

Certo e a questo bisogna aggiungere quello della povertà in generale: si dice che ci siano 600.000 disoccupati su una popolazione di 11 milioni di abitanti, ma questi sono i numeri ufficiali, non quelli reali. A questo si aggiunge il fatto che le donne non vengono considerate disoccupate, anche se molte lo sono. E poi molti giovani non si registrano come disoccupati, e questo conferma la non veridicità delle statistiche ufficiali. Ed alla fin fine è lo stesso governo ad ammetterlo.

Ci sono molti tunisini che cercano di raggiungere l’Italia o la Francia alla ricerca di lavoro?

Sì, molti e questo processo si è scatenato dopo il 2011, ossia da quando il controllo delle frontiere si è sensibilmente allentato. Ora c’è un ritorno dei controlli, ma il traffico di migranti continua lo stesso, in un modo o nell’altro: è diventato un vero e proprio business, anche perché il prezzo dei passaggi è elevato.

La Rivoluzione dei Gelsomini mirava principalmente alla fine della dittatura di Ben Alì?

Sì, c’era questa motivazione, ma esisteva anche un forte elemento di ribellione economico-sociale.

Qual è, fondamentalmente, la politica economica dell’attuale governo?

E’ apertamente neo-liberale, senza alcuna misure di protezione del welfare della popolazione. Anche il regime di Ben Alì era principalmente ispirato al liberalismo, ma conteneva almeno un minimo di politiche di protezione sociale verso i poveri e i disoccupati. Ora tutto ciò è scomparso e gli investimenti in questa direzione si sono fermati.

C’è poi la questione del jihadismo. Quanto è grave?

Il problema esiste sì, ma viene molto esagerato. C’è un numero di elementi jihadisti, specificatamente al confine con la Libia, e molti di questi sono tunisini, ma questo non è affatto il principale problema del paese.

Esiste una qualche forma di opposizione socialista o comunque di sinistra?

Sì, ma è molto debole.

Qual è allora l’attitudine politico-sociale dell’opposizione più forte rappresentata dal partito Ennahdha col suo leader islamista Ghannouchi?

Il partito di Ghannouchi è a sua volta completamente liberale, dal punto di vista delle politiche economiche, anche se fondamentalista dal punto di vista religioso.

E nei rapporti con il mondo esterno è ancora forte il legame della Tunisia con l’ex potenza coloniale, ossia la Francia?

Difficile da dire, ma una cosa è certa: il paese è sotto il controllo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, e sta attraversando una situazione simile a quella della Grecia di qualche anno fa. Per giunta alcuni dei funzionari presenti nei ministeri dell’economia e delle finanze provengono proprio dalla Banca Mondiale. Nel frattempo la Francia, e gli altri paesi europei, propongono alla Tunisia politiche di mercato aperto e di riforme liberali, e il governo le segue pedissequamente.

Quindi non esiste, al di là del neo-liberalismo del governo e del fondamentalismo, a sua volta improntato a politiche neo-liberali, dell’opposizione islamista, una terza via?

No, ed è questo il vero problema, e ciò mi fa prevedere, prima o dopo, una nuova esplosione sociale come quella alla quale abbiamo appena assistito.

D’altro lato, i sindacati non hanno alcun potere?

I sindacati attuano da tempo una politica di compromesso, strappando qualche concessione qui e là, ma a loro volta temono un’esplosione sociale e non propongono una vera politica alternativa.

Lo stato di profonda insoddisfazione a livello sociale economico quando è cominciata in realtà?

Già prima della Rivoluzione dei Gelsomini nel 2011, con episodi che riguardavano i minatori addetti all’estrazione del fosfato ed altre zone povere del paese. Ora è semplicemente peggiorata.

Ma almeno, rispetto ai tempi del regime di Ben Alì c’è ora più democrazia, nel senso di maggiore libertà di espressione?

Sì, certamente c’è più spazio aperto alla critica rispetto ad allora.

D’altra parte la Tunisia è vista quasi come un modello di democrazia tra i paesi arabi.

Sì, certo e l’Europa e gli USA celebrano tutto questo, ma al tempo stesso non dimentichiamo che non poche persone presenti nel governo provengono proprio dal regime di Ben Alì.

Quindi si potrebbe dire alla francese: ‘plus ça change et plus c’est la même chose’ (più cambia e più è la stessa cosa).

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Sicuramente e il fantasma di questa storia è una cosa indecente.

D’altra parte la libertà che c’è in Tunisia è molto più grande rispetto ad altri paesi mussulmani come il Marocco e l’Egitto, per non parlare dell’Arabia Saudita.

Sì, ma questa libertà si applica solo al 5% della popolazione, il che include me stesso: posso dire quel che voglio. Si applica a quella che possiamo chiamare élite, ma alla maggior parte della popolazione, soprattutto nelle campagne, non interessa la libertà. Ironicamente, se ci fossero delle elezioni alle quali potesse partecipare Ben Alì, costui vincerebbe col 70% dei voti.

Quindi esiste una forma di nostalgia?

Non parlerei di nostalgia. Dico solo che molta gente pensa: perché abbiamo fatto questo cambiamento se poi non abbiamo nemmeno il minimo con cui vivere?


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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