Trump alla guida di un Paese spaccato: intervista a Stefano Luconi

Pubblicato il 15 January 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 14 minuti | 1984
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Ogni giorno ce n’è una per il presidente Donald Trump, al punto che quasi ci si comincia ad abituare. Scherzosamente, Mentana, direttore del telegiornale per LA7 ha parlato di un processo quasi “mitridatico” per cui, lentamente e gradualmente, l’opinione pubblica si sta quasi facendo il callo di fronte alle continue gaffe di The Donald. Il problema è che ci si trova di fronte al capo di quella che rimane una delle maggiori potenze mondiali.

A pochi giorni dallo scandalo sollevato grazie all’uscita del libro di Michael WolffFire and Fury‘, un reportage all’interno della Casa Bianca che ha evidenziato molte delle idiosincrasie personali del presidente, il volgarissimo epiteto shit-hole countries (tradotto ‘educatamente’ in italiano come ‘paesi cesso’, anche se in realtà il termine è assai più pesante e grafico) utilizzato nei confronti di El Salvador, di Haiti e di altri paesi in Africa nel corso di una discussione bipartisan sul tema dell’immigrazione, in particolare sul DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals, il programma che tutela i Dreamers, i migranti arrivati negli Stati Uniti irregolarmente da bambini), ha sollevato un coro di critiche fortissime, a partire dall’ONU, e ha portato alle dimissioni dell’ambasciatore USA a Panama. A rendere le cose ancora più difficili, in un recente tweet The Donald ha dichiarato DACA praticamente morto, a causa delle resistenze dei democratici.

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Trump si è difeso dall’accusa di razzismo dicendo che quello che lui ha detto in realtà sono in molti a pensarlo, assumendo quindi una certa dose d’ipocrisia da parte dei suoi detrattori. A sua difesa è anche intervenuto Raj Shah, vice portavoce della Casa Bianca, che ha dato una giustificazione politica di marca patriottica all’uscita del suo capo dicendo: “Certi politici a Washington scelgono di battersi per paesi stranieri, il presidente si batte per il popolo americano”.

Intanto la sua reazione alle rivelazioni di Wolff (definite per giunta come semplici calunnie) ha scatenato la satira più feroce: Trump non solo ha confermato di essere sempre stato “tipo, molto intelligente” (divertente la premessa “tipo”), ma ha anche aggiunto una più profonda auto-valutazione secondo la quale lui sarebbe “un genio stabile”.

Purtroppo, tra le persone intervistate da Wolff nel suo libro c’era anche Steve Bannon, che ha reiterato i contatti tra l’entourage di Trump e i russi durante la campagna elettorale, accusando il figlio del presidente di mancanza di patriottismo. Bannon, già da tempo esautorato dal “cerchio magico” trumpista, ha poi cercato di correggersi, confermando la sua fiducia nei confronti di Trump.

La ciliegina sulla torta, o semplicemente, se vogliamo, la “novità” dell’ultima ora, è la scoperta che uno degli avvocati di Trump avrebbe pagato la somma di $130.000 a una porno-star affinché non rivelasse l’esistenza di un incontro privato col presidente.

Nel frattempo un certo numero di psichiatri e psicologi ha suggerito che nell’imminente visita medica ufficiale al presidente, venga portata avanti anche un’approfondita valutazione neurologica. Trump, che, tra l’altro, è stato sistematicamente paragonato da una giornalista di The New Yorker a Nerone, si è già rifiutato di sottoporsi a questo tipo di analisi clinica.

Al di là di tutto questo putiferio che mette in dubbio le capacità – e l’opportunità – del presidente USA di continuare il suo lavoro, gli indici economici sono dalla sua parte, mentre ultimamente quelli della borsa a Wall Street hanno raggiunti livelli positivi record. Senza dimenticare, poi, che tra i “successi” dell’amministrazione c’è da annoverare il passaggio in Congresso della Tax Reform, la riforma fiscale che però, oltre ad avvantaggiare le classi più agiate, a detta di non pochi esperti, potrebbe peggiorare pesantemente il debito statale.

Discute di tutto questo con YOUng Stefano Luconi, storico degli Stati Uniti, passato recentemente dall’Università di Firenze a quella di Genova. Secondo Luconi dietro al successo tangibile, in termini economici, della presidenza Trump, c’è da annoverare quello che lui definisce come “war keynesianism”, in altre parole l’uso delle spese militari per sostenere l’economia. A questo, secondo Luconi, il coinvolgimento estemporaneo di Trump in situazioni calde all’estero (dalla Corea ad Israele), gli permette di distrarre l’opinione pubblica dai continui guai in cui è incorso fin dal suo arrivo alla Casa Bianca.

[ per chi volesse divertirsi con un po’ di satira politica su Trump ecco due link al The Daily Show di Trevor Noah ]

 

L’INTERVISTA:

Secondo Robert Reich, accademico e scrittore americano, ex segretario del Lavoro sotto Clinton, e strenuo oppositore di Trump attraverso un suo blog molto seguito, Trump, nonostante la sua imprevedibile buffoneria e il suo narcisismo, è un furbacchione, perché in qualche modo riesce a manipolare gli americani a suo favore. Cosa ne pensa?

Ci sono dei dati incontrovertibili, che sono una delle ragioni del successo di Trump.

Quali?

Nell’ultimo anno, al di là della sua incapacità di realizzare gran parte della sua agenda – l’unico successo rimanendo la riforma fiscale – i dati dell’economia vanno a favore di Trump: la disoccupazione è scesa dal 4,8%, quando Obama è uscito di scena, per arrivare al 4,1%, la borsa ha raggiunto livelli stratosferici, e l’economia è tornata a correre.

Quindi in qualche maniera viene apprezzato dagli americani.

Al di là delle schermaglie politiche, gli americani votano tenendo a mente il portafoglio, e quindi premiano o puniscono un presidente, indipendentemente da chi sia, a seconda dell’andamento positivo o negativo dell’economia. Al tempo stesso non bisogna dimenticarsi dell’indice di popolarità di Trump.

Che non è esattamente molto alto.

No, alla fine del primo anno in carica, tenendo conto dei vari sondaggi, siamo sempre non al di sopra del 30%, il più basso da quando sono stati fatti questi rilevamenti.

Questo quindi ci dice qualcosa.

Ci dice che la società americana è fortemente spaccata e Trump, a differenza dei suoi predecessori, non ha utilizzato il primo anno di mandato per cicatrizzare le lacerazioni della campagna elettorale del 2016, ma anzi ha costruito la sua forza politica, ha consolidato il suo consenso proprio sulla base di queste fratture.

Non si può quindi definire “il presidente di tutti gli americani”.

No, continua ad essere solo il presidente dei suoi elettori, con una differenza.

In che senso?

La base elettorale di Trump è in realtà una base duplice: da un lato c’è il big business, e questo è dimostrato benissimo dalla riforma fiscale di fine 2017, dall’altro c’è un’America bianca, in declino economico, e dal punto di vista dell’influenza politica, che ha un orientamento fortemente populista, anti-establishment e pure anti big business – gli eredi del Tea Party movement che vedevano minacciata la propria incolumità dal punto di vista economico-finanziario.

Stiamo parlando dell’ala legata a Steve Bannon?

Sì, infatti le dinamiche legate a Steve Bannon e anche all’uscita del libro di Wolff sono la dimostrazione della difficoltà di Trump di tenere insieme queste due componenti della sua base.

Ma a proposito del relativo successo economico sotto Trump lei parla di una forma di keynesianesimo militare.

Sì, già a partire dalla presidenza Reagan, le spese di riarmo, di fronte all’esacerbarsi delle crisi internazionali, sono riuscite a sostenere una buona fetta dell’economia americana: è un meccanismo perverso grazie al quale la spesa militare diventa un fattore importante di crescita.

Ma non c’è anche l’ondata lunga della politica di crescita economica sotto Obama volta a risolvere la crisi?

Il problema di questa ondata lunga delle riforme di Obama è uno di perequazione dei dividendi di questa crescita.

Ossia?

In realtà quella parte della popolazione americana che non aveva usufruito in misura significativa di questa crescita continua a non farlo: gli USA sono spaccati non solo da un punto di vista politico, ma anche da un punto di vista economico, con i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri. Se da un lato le statistiche parlano di crescita e di una minore disoccupazione, i nuovi occupati hanno scarsissima protezione e hanno dei livelli salariali di gran lunga inferiori rispetto al passato. Quindi, di fronte a una crescita media dal punto di vista statistico, esistono grosse sacche di povertà.

Michael Wolff chi è in realtà? Sembra più che altro un adepto del gossip.

Lo è, e il suo libro contiene alcune contraddizioni. Possiamo dire che il suo libro ha avuto due vantaggi: uno di natura temporale, essendo uscito, con un’astuta operazione di marketing, a ridosso della conclusione del primo anno di presidenza, quando di solito se ne fa un consuntivo.

L’altro?

Consiste nel fatto che è riuscito a costruire una narrativa che contiene tutta una serie di voci e di preoccupazioni da parte dell’opinione pubblica, in particolare quella progressista, circa la capacità di Trump di governare il paese, riguardo alle sue collusioni con la Russia, ma anche riguardo alla stima del suo entourage di collaboratori.

Risultato?

Un puzzle di varie tessere, che però, su ammissione dello stesso autore, non contiene alcuna voce dei membri del gabinetto di Trump.

Infatti si è concentrato più che altro sul personale della Casa Bianca.

Sì, è stato un po’ come un origliare tra le mura della Casa Bianca.

C’è da domandarsi però come gliel’abbiano permesso.

La mia impressione è che ciò potrebbe spiegarsi con un vecchio detto americano: non ha importanza di come si parli di me, purché se ne parli. Trump gode di un’altissima visibilità tra i media, il che gli ha permesso di vincere a suo tempo le primarie, e ha un interesse a mantenere un’attenzione costante a quello che fa. Alla fin fine non punta a creare una maggioranza di supporto nel paese, ma a mantenere quello del suo elettorato.

Qual è a questo punto la posizione di Steve Bannon, che ha creato dei guai a Trump attraverso il libro di Wolff, per poi smentire le sue posizioni?

Bannon si è progressivamente allontanato dall’amministrazione, a partire da quando è uscito dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale nella primavera del 2017. La sua smentita è stato un tentativo di recuperare terreno, ma le sue dichiarazioni, finite nel libro di Wolff, sono una dimostrazione di come una parte della coalizione trumpista, ossia la componente più populista, abbia espresso una forma di scollamento, o comunque di ridimensionamento della propria identificazione in Trump stesso.

Perché questo sviluppo?

Perché al di là di quanto ha proclamato nella campagna elettorale, Trump non ha poi realizzato quello che questa componente più populista della sua coalizione avrebbe voluto. Bannon era tra quelli che mirava a una maggiore tassazione dei ricchi, mentre la riforma fiscale del presidente è andata in direzione opposta, avendo appunto premiato le corporation e i più ricchi. Quindi le dichiarazioni di Bannon sono state quasi un segnale. E questo riflette il rapporto tra Trump e i suoi collaboratori.

In che senso?

Trump li usa un po’ come se fossero un taxi: vanno bene finché gli fanno comodo, ma poi è pronto a buttarli via.

Al di là della volgare uscita sugli “stati cesso”, Trump ha contemporaneamente avviato una discussione bipartisan sull’immigrazione, ma ha anche suggerito di cacciar via 200.000 immigrati provenienti da El Salvador.

Sì, questi erano stati ospitati negli USA dopo il terremoto del 2001. In realtà, al di là delle uscite che possono farlo apparire come un matto, Trump è molto astuto, perché da un lato con l’annuncio della sospensione del DACA, che dovrebbe entrare in vigore all’inizio di marzo, ha praticamente costretto il Congresso a trovare una soluzione, rendendolo responsabile di un’eventuale fallimento nel trovarla, mentre pubblicamente ha fatto capire che è aperto a un’accettazione del DACA, seppur con delle correzioni, in cambio di un finanziamento da parte del Congresso stesso per la costruzione del famigerato muro con il Messico. E’ un modo per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, nel tentativo di mantenere in piedi una coalizione con anime diverse e opposte.

La sua uscita su “gli stati cesso” ha destato una forte reazione tra senatori repubblicani come Lindsey Graham e John McCain, a riprova di una certa insoddisfazione nella schiera più moderata del GOP.

Certo, esiste una profonda insoddisfazione, perché, da un punto di vista specificatamente elettorale, se il partito repubblicano si aliena il sostegno degli ispanici, quelli che Trump stigmatizza regolarmente, rischia di essere relegato a una posizione di minorità politica da oggi fino alla prossima generazione. A questo si aggiungono le posizioni isolazioniste in politica estera e protezioniste in politica commerciale di Trump, con le quali questi esponenti repubblicani non sono per niente in sintonia.

Sembra che Trump stia perdendo dei colpi, soprattutto in vista delle elezioni per il Congresso che si terranno a novembre.

In questo contesto Trump continua ad ingaggiare una lotta interna al suo partito soprattutto per ciò che riguarda le primarie volte a scegliere i candidati per queste elezioni di mid-term. E finora gli è andata abbastanza male. Potrà andare in porto il suo tentativo di candidare personaggi più in sintonia con le sue posizioni solo se riuscirà a mobilitare quella parte dell’elettorato affascinata dal suo populismo e dalla sua demagogia. Sarà cruciale il periodo tra la primavera e settembre.

Nel frattempo non si sentono molto gli oppositori democratici, almeno quelli moderati di stampo clintoniano.

Non si sentono molto anche perché puntano su una strategia impraticabile, ossia quella di non creare una maggioranza alternativa a quella trumpista. Ora è saltata fuori l’idea di utilizzare il 25mo emendamento della costituzione per sbarazzarsi di Trump attestandone la sua incapacità a ricoprire il suo mandato: un improvviso cambiamento strategico rispetto al tentativo di ottenere l’impeachment a causa della collusione con la Russia.

Cosa c’è che non funziona in questa strategia?

Il 25mo emendamento venne introdotto dopo l’attentato di Dallas a J.F. Kennedy, nella prospettiva di trovarsi di fronte a un presidente vivo, ma incapace di svolgere le sue funzioni perché colpito al cervello. Ma questo non può funzionare di fronte alla “follia neroniana” dell’attuale inquilino della Casa Bianca, anche perché una delle premesse affinché l’iter di questo emendamento possa essere perseguito è che la maggioranza del gabinetto, compreso il vice-presidente, attestino l’incapacità di Trump di svolgere il proprio mandato. Eventualità un po’ difficile, visto che si tratta di persone che sono state messe lì da Trump stesso.

Intanto quello che sembra più coerente nella critica sociale alla presidenza Trump sia Bernie Sanders, che sta programmando una conferenza in streaming sulla questione della riforma sanitaria entro la fine del mese.

Sì, Sanders rimane l’altra anima del partito democratico, che nel suo complesso sta ora continuando nella stessa strategia fallimentare di Hillary Clinton nella campagna del 2016.

Cioè?

La Clinton non ha detto “Votate per me perché vi offro tutto questo”, ma ha detto “Votate perché altrimenti vi trovate con Trump alla Casa Bianca”. In pratica ha fatto una campagna negativa e non è stata premiata dall’elettorato. Sanders invece, fin dalle primarie, aveva avuto la capacità di creare un programma alternativo, nel quale la difesa della riforma sanitaria rimane uno dei principali capisaldi, perché se si pensa agli USA come il faro dell’Occidente a partire dall’inizio del ‘900, il principale deficit statunitense rimane proprio quello nel campo del welfare.

Intanto per ciò che riguarda la politica estera, il pesante accanimento di Trump nei confronti del “rocket man” in Nord Corea ha finito per portare a un tentativo di mediazione autonoma da parte del presidente Moon della Corea del Sud. Ironicamente questo è quasi un successo indiretto della politica del presidente USA.

Beh, diciamo che è un successo collaterale non voluto. La Corea del Sud rischia di diventare ostaggio delle uscite estemporanee del presidente americano e quindi preferisce aprire un canale diretto ed effettivo con la Corea del Nord per non essere una pedina nelle mani di Trump, che, come dico da tempo, gestisce la politica estera in funzione della politica interna.

Qual è il rapporto tra le due?

Trump usa la politica estera per disinnescare tutta una serie di rischi che può correre, a partire dal Russiagate. Quindi va a inventarsi delle crisi internazionali per questo. A parte la Corea, un altro esempio eclatante è il vaso di Pandora che ha aperto con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele: un modo come un altro per distogliere l’opinione pubblica dai guai interni. E in questo ha degli “illustri” predecessori in presidenti come Nixon e Clinton, che usarono lo stesso sistema di fronte, rispettivamente, al caso Watergate e allo scandalo Monica Levinsky.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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