I sacchetti a pagamento e la strategia della distrazione

Pubblicato il 7 January 2018 da Emiliano Rubbi | Per leggere questo articolo ti servono: 3 minuti | 4193
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Dal 1 gennaio, come mi è capitato di scrivere su Facebook , ci vorrà un anno in più per accedere agli assegni sociali per i più poveri, inoltre sono aumentate le tariffe e i costi di: elettricità, rifiuti, gas, ticket, poste, autostrade, assicurazioni e banche.

Ah, sì, poi ci sarebbero pure i 12€ annui dei sacchetti biodegradabili per la frutta.

Però, come molti hanno fatto notare, l’indignazione popolare si è riversata inspiegabilmente su questi ultimi.

Mi sono chiesto il perché, visto che effettivamente questa cosa sembrerebbe essere del tutto priva di senso.

In primo luogo si potrebbe pensare a un fenomeno di “strategia della distrazione”, come direbbe Noam Chomsky o, meglio, di vero e proprio “spostamento dell’attenzione”, in questo caso.

In parole povere: si indica il male minore, quello ridicolo e facilmente “smontabile”, proprio per farlo “demolire” dall’opinione pubblica, in modo tale da creare l’illusione che “chi si lamenta è stupido o plagiato”, infondendo un senso di sicurezza e di ottimismo tra quelli che sono stati così furbi da capire che quello dei sacchetti era un problema falso e pretestuoso.

Detto blandamente: si tratta di creare un falso problema per spingere a pensare: “se i problemi sono questi, allora significa che non ci sono problemi”.

E a quanto pare, ha funzionato molto bene. In secondo luogo, credo che questo sia stato possibile grazie alla natura stessa della nuova legge, che interviene in un ambito che la maggior parte delle persone sente “vicino” e “quotidiano”, come l’andare a fare la spesa.

Si va ad intaccare la sfera percepita come più “intima”, “personale”, quella della nonnina col carrello che va al supermercato per comprare la frutta.

Due centesimi sullo scontrino della frutta, paradossalmente, colpiscono di più l’opinione pubblica rispetto a un aumento della luce.

Quasi nessuno legge nel dettaglio le bollette, mentre molti leggono gli scontrini.

Si va a toccare la nostra identità di “consumatori”, prima ancora che di “cittadini”.

E questo, nella società dei consumi, è ben più grave.

Poi, ovviamente, si è aggiunta l’aggravante “amica di Renzi che produce le buste” ad indignare ancora di più, dimenticando di ragionare sul fatto che le bustine venivano vendute dai produttori ai supermercati anche prima, solo che non erano indicate nello scontrino per il consumatore.

Ma vabbè, questa è pura retorica gentista e credo che non valga neanche la pena di parlarne.

In parole povere: è proprio grazie alla buffonata dei sacchetti se questa ennesima ondata di aumenti è passata in secondo piano.

Perché siamo un popolo che consuma, prima di tutto.

È la nostra identità e guai a toccarcela.

Poi, per il resto, affamateci pure.


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Sono principalmente un produttore discografico, ma anche uno sceneggiatore e una persona interessata alle dinamiche sociali. Parlare di musica di solito mi annoia, quella preferisco farla e ascoltarla, quindi parlo di altro, ma sempre dal mio parzialissimo punto di vista
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