Il vero motivo per il quale Facebook ha modificato l’algoritmo

Pubblicato il 18 January 2018 da Germano Milite | Per leggere questo articolo ti servono: 12 minuti | 23245
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Negli ultimi giorni i grandi organi di stampa hanno copia-incollato più o meno tutti la stessa news: “Facebook cambia l’algoritmo e annuncia che darà (ancora) maggior visibilità ai contenuti condivisi dalle persone, penalizzando ulteriormente i già quasi del tutto spariti post pubblicati dalle Pagine Fan”. Un nuovo stillicidio della reach organica per le Fanpage del quale su YOUng parliamo dal 2013, in tempi assolutamente meno sospetti e che in realtà ha motivazioni che potrebbero essere molto diverse da quelle lette un po’ ovunque fino ad oggi.

2018: FACEBOOK TOGLIE LA MASCHERA, UFFICIALMENTE

In realtà, infatti, bisognerebbe guardare un po’ più in là (vedi foto poco sotto) per capire i motivi profondi che esistono dietro l’ennesimo cambiamento drastico che l’editoria mondiale dovrà prepararsi ad affrontare. Cambiamento che sarà di sicuro difficile per tutti ma a quanto pare inevitabile e, come leggeremo più avanti, per certi versi addirittura potenzialmente benefico per l’informazione in generale. Come di consueto, lo hanno negato per anni, in pieno stile Silicon Valley: “Non siamo una media company e non vogliamo esserlo”, proprio perché evidentemente avevano in mente (da tempo) di fare (ed essere) l’esatto contrario, sostituendosi di fatto agli editori “tradizionali” ed attrezzandosi per costruire un organo d’informazione sui generis, iper-pervasivo, molto più forte di tutti gli altri media digitali ed in grado di profilare e fidelizzare gli utenti fruitori come nessun’altro al mondo. Del resto, un certo tipo di marketing funziona così: negare per confermare e trovare il modo più emozionale, ipocrita e buonista possibile per presentare i propri obiettivi aziendali, vestendoli di filantropia ed attenzione maniacale per i clienti (e giammai per gli azionisti).

La foto di seguito, diffusa su Twitter dalla reporter di Tech Crunch Sarah Perez , però parla chiaro: ora Facebook brandizza anche i microfoni con i quali si effettuano interviste durante i live (ospitati sulla sua piattaforma, tra l’altro). Serve aggiungere tanto altro? Sul serio non appare evidente il motivo per il quale si vogliono escludere sempre più editori grandi e soprattutto medio-piccoli dalla Newsfeed? E’ tutta fastidiosa concorrenza che Zuckerberg probabilmente preferisce non avere, con l’obiettivo di tenere gli utenti della rete più tempo possibile sul suo social, creando una vera e propria “altra internet” isolata in maniera crescente dal resto del web. Un “luogo” dove egli è vera e propria divinità in grado di decidere (insindacabilmente) chi e come può esporre le proprie idee e chi deve essere zittito per un mese intero o addirittura cancellato definitivamente.

La prova che Facebook è già una media company: microfoni brandizzati durante i Golden Globes

UN MONOPOLIO CRESCENTE ED INCONTRASTATO

Il tutto dopo aver ucciso sul nascere la piattaforma per le dirette video di Twitter, Periscope; aver inglobato Instagram e Whatsapp per riprendersi con gli interessi gli adolescenti in fuga da Facebook; essere riuscito a plagiare platealmente Snapchat dopo aver visto respinta la proposta di acquisto. In un modo normale e capitalista in modo sano, qualche autority sarebbe intervenuta per fermare l’espansione mastodontica e l’abuso di posizione dominante del gigante americano, con le sue policy censorie sempre più odiose e lesive della libertà d’espressione e la sua enorme potenzialità d’influenza sulle coscienze più deboli. Perché se arrivi al punto di comprare o copiare e far sparire chiunque minacci anche solo lontanamente il tuo monopolio, significa che il principio stesso di libero mercato e libera concorrenza è stato spazzato via.

Ma perché tutto questo? Come mai il creatore del social più utilizzato al mondo sembra così ossessionato dalla felicità e dal benessere dei suoi utenti, manco fossero tutti figli suoi? Non vi sembra possibile? Infatti non è così ma…immaginiamo ad esempio se Mark Zuckerberg avesse detto una cosa del genere: “Vogliamo profilare ancora più efficacemente i nostri iscritti, per capire quali sono le loro abitudini, le cose che amano e che detestano; quelle che desiderano e quelle che temono, così da poterli rendere più fruttiferi per il nostro business e rivendere agli inserzionisti i dati raccolti. Al contempo, vogliamo tagliare le gambe agli editori e costringerli ad investire sempre più soldi per far vedere le proprie news, consapevoli che oramai se non condividi su Facebook perdi enormi fette di pubblico potenziale

Suonerebbe proprio brutto, vero? Vi sentireste carne da macello da rivendere al miglior offerente (che poi non c’è nulla di male a cedere dati e preferenze personali, se online vogliamo sempre tutto gratis e solleviamo rivolte da pezzenti se WhatsApp diventa a pagamento).

COSA CAMBIA VERAMENTE: I RISCHI E LE OPPORTUNITA’

Riprendendo il discorso fatto pocanzi, quindi, come annuncio per una simile rivoluzione/involuzione suona molto meglio qualcosa del tipo: “Vogliamo che le persone siano felici, in costante contatto con chi amano e che si sentano bene. Per noi questa è l’unica cosa che conta”. Non a caso, il senso ed il contenuto dell’ultimo post di Zuckerberg è esattamente questo: ”Vogliamo aumentare il benessere di chi utilizza Facebook, mettendo in contatto ancora maggiore gli utenti ed i oro post, anche a costo di perdere un po’ di utenti e di introiti”.

Allo stesso modo, però, si sarebbe dovuto aggiungere:“Vogliamo diventare il maggior organo d’informazione ed influenza delle coscienze collettive al mondo, decidendo quali news mostrare e quali no e portando le persone a rimanere sempre più tempo dentro la nostra piattaforma, magari a contatto solo con chi dà loro ragione”. Ma anche questo, sarebbe un messaggio di sicuro poco efficace e piuttosto odioso. Meglio, quindi, negare l’evidenza fino a valicare ogni senso del ridicolo e contando sul fatto che la maggioranza di editori e giornalisti, almeno in Italia, non hanno la più pallida idea neppure di cosa siano cose come i Pixel di monitoraggio, le custom audience, i lookalike, il remarketing dinamico e via discorrendo. Magari pensando che fare mail marketing significhi copia-incollare una serie di mail nel campo “indirizzo” del client di posta e spammare, sostenendo poi che “le newsletter non funzionano più”.

CHI SOPRAVVIVE E CHI MUORE

Di sicuro, a questa rivoluzione, sopravvivranno solo i migliori editori, giornalisti e comunicatori. Quelli più competenti, costantemente aggiornati e di talento. Di sicuro, assisteremo ad un’ecatombe che coinvolgerà anche chi ha passione e capacità minime, ma scarsi mezzi economici per promuoversi su un web sempre più simile alla tv, con annesso rischio di totale annichilimento dei fruitori più assidui di Facebook, condannati a vivere di mera frivolezza, egocentrismo patologico e perpetua quanto stucchevole illusione di essere dei vip.

Zuckerberg sembra infatti aver già abbandonato l’idea di combattere le Fake News, perché probabilmente sta pensando di percorrere la via apparentemente più semplice: tagliare le gambe in maniera indiscriminata a chi le news le produce, probabilmente (anche) per poter proporre le proprie al momento giusto, senza concorrenza. E’ un grosso rischio, che certamente renderà meno vario ed interessante il social per diversi utenti e alla lunga potrebbe far perdere potere a Facebook, come successo ad esempio a Google News (passato da generoso generatore di traffico anche per editori più piccoli a canale secondario). Se la scelta pagherà per le tasche di Facebook, però, solo il tempo potrà dirlo. Di sicuro, un social senza editori e contenuti esterni, rischia seriamente di trasformarsi presto in un tedioso loop auto-referenziale, troppo limitato e ripetitivo anche per le numerose teste disabitate che lo popolano. Al contempo, forse, finita del tutto la pacchia dei click ottenuti senza troppi sforzi, semplicemente condividendo contenuti su pagine con milioni di iscritti, potrà anche finire la prostituzione pro-visibilità di tanti autori, abbagliati da visite e like e disposti a scrivere gratis per testate senza seri progetti di sostenibilità o, ancor peggio, votate alla diffusione di ciarpame e disinformazione attiragonzi.

Chi saprà sul serio proporre contenuti di alto valore ed utilità, sarà quindi l’unico che potrà cercare di guadagnare scrivendo. In altri termini, andranno avanti solo i professionisti veri della comunicazione e dell’informazione, che non devono per forza essere giornalisti pubblicisti o professionisti come chi vi scrive. Il dilettantismo trash di tanti, troppi autori improvvisati e testate improbabili sarà intaccato da una nuova, per certi versi benefica “dittatura della qualità assoluta”, volta a distrarre meno la platea (enorme) di lettori potenziali con notizie di scarso valore e a proporre pezzi di più alto spessore. Tuttavia, senza molti dubbi, il Facebook migliore possibile resta quello che ho voluto ricordare nel paragrafo di seguito. Un social dove regnava la possibilità di proporre contenuti dal basso e l’algoritmo funzionava molto meglio, proponendo contenuti tendenzialmente di qualità.

IL RITORNO ALLE ORIGINI? UNA BUFALA CLAMOROSA

E a proposito del presunto “ritorno alle origini” che Zuckerberg vorrebbe proporre, è incredibile che un po’ chiunque abbia abbracciato questa strampalata ed errata interpretazione, che clamorosamente dimentica e quindi ignora come funzionava Facebook 8 o 10 anni fa, quando in realtà le Fanpage prosperavano, diffondevano news e portavano enorme traffico (GRATIS) proprio a piccoli blog e siti di news emergenti (il nostro portale, pur aumentando di molto la qualità delle sue pubblicazioni, è passato dal 90% di traffico via Facebook del 2012/2014, con 600.000 utenti unici al mese, al 10% scarso dell’ultimo triennio e relativo crollo delle visite).

Magari si tornasse sul serio a quelle origini, con i piccoli editori in grado di coinvolgere ed interessare milioni di lettori senza spendere un centesimo di adv e limitandosi a produrre 6 o 7 buoni articoli al giorno, da condividere su pagine fan con qualche centinaio di migliaia di like. Si tornerebbe a favorire la varietà e la libertà d’informazione, a non dare visibilità solo a chi produce spazzatura e/o può pagare abbastanza per promuovere i suoi articoli. Si tornerebbe ad essere amici degli “indipendenti”, dei piccoli gruppi editoriali interessati a diffondere un certo tipo di informazione senza filtri e non elitaria. Certo, anche tra chi dice di fare informazione libera, in realtà c’è tanta spazzatura e cialtroneria, ma 10 anni fa Facebook era sul serio uno strumento rivoluzionario di espressione democratica “dal basso”, con molti più lati positivi che negativi e platee di utenti che condividevano, commentavano ed era tutt’altro che passivi nella fruizione dei contenuti editoriali. Bastava la giusta idea, un po’ di talento nella comunicazione e si poteva strutturare un progetto editoriale di grande impatto semplicemente essendo bravi comunicatori e scrittori. E’ così che sono nate ed hanno prosperato per anni realtà come YOUng. Ma il social in blu sfortunatamente non tornerà alle sue origini, puntando su ideali ben meno nobili di quelli sbandierati ed ancora non del tutti chiari(ti), che per ora hanno solo cancellato quasi totalmente l’informazione dalla vita quotidiana dei suoi iscritti, per dare maggior risalto a fotine di laurea, matrimoni, nuove nascite, vacanze e a tutta la sequela di autocelebrazioni sciatte e francamente noiose di cui potevamo fare a meno.

CHI VORRA’ INFORMAZIONE DI QUALITA’, TORNERA’ A CERCARLA ANCHE FUORI DA FACEBOOK

Ma non tutti i mali vengono per nuocere e, magari, finalmente i giornali online si rassegneranno all’idea che non si può più vivacchiare di clickbait, bufale più o meno grossolane, copia-incolla, spam selvaggio e mere “impressions” senza valore sulle pubblicità, ospitate in maniera sempre più invasiva all’interno delle proprie news. Si sforzeranno di trovare modelli di business innovativi, meno dipendenti dai capricci di un singolo individuo che vive negli USA e dei suoi azionisti. Molti chiuderanno i battenti (e tra questi ci saranno anche i cialtroni ed i bufalari professionisti), tanti andranno in grandissima difficoltà pur non meritandoselo, ma la sensazione è che, le nicchie di persone sul serio interessate all’informazione di qualità, torneranno comunque a cercarla altrove: sui motori di ricerca, direttamente su blog, forum e testate o sullo stesso Facebook, settando in maniera corretta le opzioni di preferenza della propria NewsFeed ed evitando così di essere invase esclusivamente dalla valanga di deprimenti banalità scritte da parenti ed amici.

E’ probabilmente finita (ma non da oggi, precisiamolo) l’era della quantità e della facilità delle visite raccattate grazie ai titoli sensazionalistici, alla viralità pruriginosa di certe notizie ed alla condivisione acritica e compulsiva dei numerosi involuti tanto attivi sulla creatura di Zuckerberg che, per citare l’ottimo editoriale di Franklin Foer ripreso da Internazionale: ”tornerà a occuparsi soprattutto della sofferenza che ci provoca la banalità delle nostre vacanze, della relativa mediocrità dei nostri figli”, spingendoci “a condividere sempre più informazioni private”. Tuttavia, conclude magistralmente Foer::”il costo sociale dell’ansia provocata da Facebook è decisamente inferiore al costo politico che deriva da un’informazione filtrata”.

E’ tutto in questa ultima riflessione, in effetti, il futuro dell’informazione digitale. Se cedere al ricatto/compromesso di un Social Network fino ad oggi lasciato totalmente libero di ingrandirsi a dismisura, che può cambiare le sue regole senza preavviso né coinvolgimento dei suoi fruitori o interventi delle autority a tutela del libero mercato, o trovare finalmente la forza ed il coraggio di sondare strade alternative e modelli di business meno fragili e vetusti. Non è per nulla semplice, soprattutto perché il gigante di Palo Alto ha “drogato” innumerevoli utenti che lo usano per gran parte del proprio tempo libero, ma non c’è altra scelta e…non c’è più tempo per restare a guardare e subire passivamente le decisione di un’azienda privata che (per ora) non deve dar conto a nessuno ed ha dimostrato innumerevoli volte di rispettare molto poco inserzionisti ed in particolare editori. Il tutto consapevoli che, banalmente quanto verosimilmente, alla fine la qualità (quella vera, rarissima ed oggettiva) dei contenuti proposti in rete, quasi sempre riuscirà a farsi spazio nel mare magnum di mediocrità sostanziale e conformismo editoriale.


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Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital managment per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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