Corea: verso una pacificazione?

Pubblicato il 17 January 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 10 minuti | 635
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

In uno scenario che può ricordare i giorni più tesi della Guerra Fredda, pochi giorni fa si è scatenato il putiferio alle Hawaii quando è stata diffusa la notizia, poi rapidamente smentita, di un imminente attacco missilistico proveniente dalla Corea del Nord.

Ironicamente ciò è avvenuto poco dopo l’annuncio che atleti nord coreani verranno ammessi ai Giochi Olimpici invernali che si svolgeranno a breve nella Corea del Sud. Al di là di questa positiva novità in campo sportivo, c’è da aggiungere che si sta ristabilendo la linea rossa a livello militare tra le due Coree, e che verrà ulteriormente promosso il ricongiungimento tra le famiglie dei due paesi, che pur essendo chiaramente divisi dal punto di visto politico, rappresentano dopo tutta la stessa etnia e cultura.

Questi passi avanti verso la distensione avvengono dopo tutta una serie di pesanti botte e risposte, accompagnate da una serie di test missilistici nord coreani, tra Kim Jong-un, il giovane presidente della Corea del Nord, e Donald Trump che gli ha affibbiato, appunto, il nickname di “young rocket man”. Ha colpito molti, pur senza sorprendere troppo, la recente uscita di The Donald, che si è vantato di avere sulla sua scrivania un bottone nucleare più grosso di quello di Kim Jong-un, specificando che il suo “funziona”.

Indipendentemente da queste battute borderline adolescenziali dell’inquilino della Casa Bianca, è chiaro che la tensione tra i due paesi si era fatta sempre più acuta. Il tutto peggiorato da una serie di sanzioni economiche spinte dagli USA, ma poi mitigate sia dalla Cina che dalla Russia (quest’ultima apparentemente continua a fornire petrolio alla Corea del Nord), entrambi caratterizzate da un atteggiamento più soft nei confronti del regime nord-coreano.

Ma alla fin fine il vero attore dietro questo, si spera solido, riavvicinamento tra la Corea del Nord e quella del Sud, è Moon Jae-in, il nuovo leader di quest’ultima, che sembra aver voluto prendere la situazione in mano, in qualche maniera rendendosi autonomo dalla politica aggressiva portata avanti da Trump.

Parla di questi ultimi sviluppi a YOUng Pio D’Emilia, dal 2005 inviato per l’Estremo Oriente di SkyTg24 e residente a Tokyo.

 nord-sud-corea

L’INTERVISTA:

Qual è stata la tua reazione all’episodio del falso allarme missilistico alle Hawaii?

Beh, chi di fake news colpisce, di fake news perisce.

In che senso?

In questi anni appare chiaro che nella propaganda, quella che oggi chiamiamo fake news, possono caderci tutti, anche gli Stati Uniti.

Ma in questo caso sembrerebbe essere stato più che altro un semplice errore nel sistema di allarme.

Ho usato la metafora delle fake news perché in questa espressione c’è tutto: l’errore tecnico, la notizia che viene interpretata in modo diverso, la notizia falsa che poi provoca effetti a catena. Il tutto è percepito sul piano virtuale invece che su quello reale. E questa è una contraddizione.

Perché?

In un’epoca in cui la televisione, i cellulari e le telecamere controllano un po’ tutti i nostri movimenti, dovrebbe essere molto più facile distinguere il serio dal faceto, la notizia vera dall’errore tecnico, ma invece non sembra essere così.

Al di là dell’aspetto mediatico, qual è la tua valutazione politica di quanto è avvenuto alle Hawaii?

Significa che questo momento innegabile di distensione, che da tempo ho previsto s’istaurasse, sta mandando in tilt i guerrafondai, perché ci si aspettava tutt’altro, mentre invece sta scoppiando la pace.

Quali sono i segni?

La partecipazione del Nord Corea alle Olimpiadi: nei villaggi al confine sud coreano si fa a gara per ospitare gli atleti nord coreani, si intuisce già la possibilità di un tifo pan-coreano, i negozi di gadget a Pyeongchang, sede dei giochi, stanno già offrendo tutta una serie di prodotti che possono essere descritti come “unitari”. Non dimentichiamo che si parla di un solo popolo e quindi se un atleta del nord è in gara, i coreani del sud parteggeranno per lui. E questa è una sorpresa per gli osservatori occidentali: ci si aspetta diffidenza, ma in situazioni del genere emerge uno spirito pan-coreano, nonostante la divisione imposta proprio dall’Occidente e dalla Guerra Fredda, e che questo popolo a mala pena ha dovuto subire.

Rimane però il contrasto tra USA e Corea del Nord.

Penso che i due paesi siano più vicini che mai a un possibile accordo, ma chiaramente questo non potrà avvenire con Trump come presidente – bisognerà poi vedere se quest’ultimo verrà sfiduciato o subirà un impeachment. Francamente se fossi un nord coreano non mi siederei a un tavolo con un personaggio che denuncia dei trattati appena firmati. Chiaramente la credibilità degli USA a livello internazionale è a questo punto molto bassa.

Quindi non credi nella possibilità imminente di una guerra.

No, penso che si arriverà alla pace, ma bisognerà aspettare un nuovo presidente.

Al tempo stesso il leader sud coreano Moon Jae-in ha detto che proprio grazie all’aggressività di Trump ora i rapporti col nord si stanno distendendo.

Non sono d’accordo su questo. Il vero artefice di questa svolta è proprio lui, Moon Jae-in, e ce ne accorgeremo sempre di più nei prossimi anni, anche perché rimarrà al potere, mentre, probabilmente Trump se ne andrà.

Qual è la tua valutazione generale di Moon Jae-in?

E’ un democratico vero, uno che viene dalla gavetta politica di avvocato per i diritti civili, che da quando è stato eletto si è trovato coinvolto in una situazione molto difficile, essendo il suo paese un alleato degli USA anche dal punto di vista militare. Al tempo stesso è uno strenuo sostenitore della cosiddetta Sunshine Policy, ossia della riapertura del dialogo con la Corea del Nord, e in questi mesi, nonostante le uscite sia di Kim Jong-un che di Trump e anche dell’ONU, è riuscito a mantenere la barra dritta e a lavorare sotto traccia proprio per mantenere un dialogo con Pyongyang. E tutto questo ha pagato.

Quindi non sono state le pressioni USA, comprese le sanzioni che hanno portato a questo inizio di una relativa distensione?

No, la Corea del Nord tratta perché ha raggiunto quello che doveva raggiungere: la potenzialità di un dialogo. Dal momento in cui tu sei forte puoi sederti a un tavolo e trattare. La cosa certa è che questo paese ha un petardo nucleare e che è in condizione di colpire.

Ma lo scopo precipuo di Trump rimane quello di denuclearizzare tout court la Corea del Nord.

E questo non avverrà mai, fintanto che ci saranno 6000 ordigni nucleari attorno alla penisola coreana. Non ce ne sono più sul territorio della Corea del Sud, su richiesta di questo paese, ma rimangono sia sulle navi e i sottomarini USA, ma anche in Cina e in Giappone. Anche la Corea del Nord ha scelto di averne, e vorrà tenersi questa opzione bella stretta. Da questo punto di vista Kim Jong-un, a modo suo, ha dimostrato di essere una persona intelligente e concreta. Ma, ripeto, il vero protagonista rimane ora il leader sud coreano Moon Jae-in.

Quindi a questo punto la Cina e la Russia si pongono un po’ nel backstage, mentre si dice che in qualche maniera la Russia abbia aggirato le sanzioni alla Corea del Nord, fornendole petrolio.

Assolutamente, e al tempo si sa che le sanzioni non funzionano. La stessa Italia continua a fornire di macchinari la Corea del Nord, con la scusa che sono prodotti attraverso le filiali cinesi. In generale le sanzioni non funzionano con un paese che gode di materie prime e di una capacità di mobilitazione militante che viene rafforzato dal senso di accerchiamento. Per fare un’analogia, ciò che ha reso Fidel Castro un eroe fino alla morte e post-mortem è stato, indipendentemente dalla violazione dei diritti umani, il suo ruolo di difensore contro le intromissioni gigante nordamericano negli occhi dei cubani nazionalisti.

Colpisce il fatto che, oltre all’accordo che permette alla Corea del Nord d’inviare atleti alle Olimpiadi Invernali, si sta portando avanti la questione del ricongiungimento dei famigliari.

Sì, ma si tratta di una questione antica, sul tappeto fin dai tempi del primo vertice pan-coreano del 2000: bisogna tenere a mente che non c’è una famiglia coreana che non abbia rapporti famigliari sia a nord che a sud. Nel corso degli anni ci sono state anche visite da parte di coreani del sud a famigliari nel nord. Alla fin fine si tratta della stessa nazione. Diciamo che con la distensione viene fuori un pacchetto contrattuale, e tale questione ne fa inevitabilmente parte, insieme alla possibilità di piccoli investimenti, di scambi culturali e artistici.

Ma questo riguarda sempre il rapporto tra Corea del Sud e Corea del Nord. Rimane il problema con gli USA.

La vera pace da raggiungere è infatti quella tra Corea del Nord e USA, che, non dimentichiamo, sono formalmente in guerra, mentre la Corea del Nord non viene riconosciuta da Washington.

Come è impensabile, almeno nel breve termine, una denuclearizzazione della Corea del Nord è però altrettanto impensabile una riunificazione delle due Coree, come quella avvenuta in Vietnam: al massimo si può parlare di una convivenza pacifica tra le due parti separate di una stessa nazione.

Quella che si può immaginare è una situazione un po’ come quella Cina-Hong-Kong, ossia due sistemi in uno stato. In questo momento il problema rimane soprattutto di natura economica: dopo tutto la Corea del Sud non è come la Germania Federale che ha potuto permettersi di fagocitare la Repubblica Democratica Tedesca. La Corea del Sud è un paese attualmente in crisi, con un grosso deficit statale.

E dal punto di vista politico?

Una riunificazione non sarebbe favorita da nessuno, Cina compresa.

Moon Jae-in sta cercando di risolvere i problemi economici nella Corea del Sud, che includono, tra l’altro, una forte disoccupazione giovanile?

Sì, ma bisogna considerare il fatto che ci sono delle difficoltà contingenti a tutta l’area pacifica, soprattutto dopo la denuncia del TTP portata avanti da Trump.

Cosa implica ciò?

Che ogni paese nell’area deve capire se deve rimanere nell’area del dollaro/USA o deve magari seguire la sirena cinese.

Cosa intendi esattamente con la “sirena cinese”?

La Cina si sta organizzando e si sta allargando a livello economico, e si parla della sua banca internazionale dello sviluppo e di un investimento di 7000 miliardi di dollari entro il 2050: in pratica 77 volte l’ammontare del Piano Marshall. Tutta l’Asia è già entrata in questo sistema, gli USA no, la Corea del Sud ci è entrata subito ed il Giappone stesso, dopo aver inizialmente appoggiato gli USA e denunciato il piano, sei mesi fa si è iscritto – il premier Abe ha capito che con la Cina bisogna trattare.

Stiamo parlando di una banca di sviluppo creata dalla Cina?

Sì, è praticamente la banca mondiale creata dalla Cina.

Com’è nata questa iniziativa?

La Cina, dopo aver fatto per anni parte sia della Banca Mondiale che del Fondo Monetario Internazionale ha chiesto più voce all’interno di queste organizzazioni, essendo la seconda potenza economica mondiale, ma ha continuato ad essere trattare come l’ultimo dei paesi, e quindi ha deciso di creare la sua banca.

Ritornando alla problematica coreana, l’Europa può fare qualcosa?

Questo è il momento in cui l’Europa potrebbe battere un colpo. Essa è destinata ad assumere un ruolo molto importante quando la Corea del Nord si aprirà. In particolare ciò vale per l’Italia.

Perché l’Italia?

L’Italia è stato il primo paese ad aprire le relazioni diplomatiche con la Corea del Nord, ed ora farebbe bene a sconfessare le ultime mosse diplomatiche di Alfano.

Quali mosse esattamente?

Pochi mesi fa ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore nord coreano seguendo le pressioni di Trump e per farsi bello con lui. Ironicamente si è poi scoperto che questo ambasciatore, accreditato insieme ad altri due funzionari, era in realtà morto, mentre il suo successore era in territorio italiano, essendo, tra l’altro regolarmente accreditato alla FAO. Ma formalmente non si poteva espellere quest’ultimo perché era ancora in una fase di accreditamento presso lo stato italiano.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
0
ALTRO DALL'AUTORE



Lascia un commento